lunedì 1 ottobre 2012

Venti

C'è vento di cambiamento, ad Abidjan.
Soffia da un po', è un vento brutto.
Entra negli spifferi, aizza fuochi.
E' un vento di guerra.
Nulla di eclatante, sfumature.
I barrage, posti di blocco, tutte le sere e in parecchie strade.
I controlli minuziosi nei camioncini che trasportano (o dovrebbero trasportare) vegetali.
Macchine bruciate.
Notizie di morti ammazzati ai margini della città e della società.
E poi gli spari, ogni tanto, la sera, la notte, vicino casa.
Quegli spari che di solito associ all'apertura della caccia, ma che sai che qui di caccia non sono.
Si spara, ad Abidjan.
Chi è qui da molto prima di noi e sa capire i segnali, ha la certezza che una guerra ci sarà.
Che è molto improbabile che ci sia ora, che è probabile ci sia entro i prossimi tre anni, che è quasi certa entro i prossimi cinque.
Che chi governa, governa su un filo sotteso di consenso e ha sotto il baratro di pochissimo meno della metà della popolazione che non lo vuole.
Che chi governa lo fa solo perché appoggiato da una potenza europea che ha forti interessi qui e che ha colonizzato queste terre circa 150 anni fa e per questo è decisamente mal sopportata da una buona fetta della popolazione.
Che l'attuale presidente non ha una salute di ferro e un'eventuale dipartita getterebbe quasi certamente il paese nella guerra civile.
In tutto questo la gente vive, ad Abidjan.
Si continua a sorridere, ad andare a scuola, ad uscire, a svagarsi, a lavorare, ad Abidjan.
E qualche sera si fa finta che stia riaprendo la stagione della caccia, perché le implicazioni di quegli spari non ti farebbero dormire, altrimenti.
C'è un vento brutto, ad Abidjan.
Speriamo che il sole lo porti via.

2 commenti:

  1. Brutte notizie, davvero. Noi qui non possiamo immaginare come ci si possa sentire, ormai sono passati tanti anni dalla guerra. Spero vi vada tutto bene.

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