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venerdì 26 maggio 2017

Vaccini e riflessioni





Come la penso sui vaccini è cosa nota: la salvaguardia della comunità viene prima di ogni libertà del singolo che possa metterla a rischio.
Ammetto, senza problemi, di non essermi mai posta tanti dubbi sui benefici dei vaccini: il semplice vaccino anti influenzale (tra le altre millemila medicine che prendeva) ha permesso a mio padre, la cui situazione era ben più che compromessa a livello circolatorio e cardiaco già nel lontano 1998, di vedermi laureata, di potermi accompagnare a mettere una firma importante, di conoscere e amare i suoi nipoti.

Poi sono andata a vivere in Africa, dove i vaccini hanno avuto un ruolo fondamentale per la mia sicurezza e per quella di tutta la Tana e dove i vaccini hanno ancora il ruolo, che tocchi veramente con mano, di salvare tante vite.
L’esperienza africana mi ha fatto interrogare, fin dai primissimi tempi, su quanto noi occidentali diamo per scontata  una prevenzione delle malattie e una sicurezza data da un’immunità di gruppo che permette(va, a conti fatti) di poter fare dei distinguo e scelte diverse.
Oggi, nel nostro civilissimo Paese, la situazione è ben diversa.

La libertà di scelta ha portato a risultati critici, che hanno indotto un’azione di forza limitativa del libero arbitrio per questioni di sanità pubblica.
Da vaccinista quale sono, ora sono contenta?
, perché ravviso in tutto questo una volontà di tutelare chi non può tutelarsi (immunodepressi, bambini non ancora vaccinati, malati, persone che nonostante il vaccino non hanno sviluppato gli anticorpi).
No, perché se si è arrivati a tutto questo vuol dire che qualcosa non ha funzionato e la limitazione di una libertà di scelta è qualcosa che storicamente e filosoficamente mi turba non poco: abbiamo veramente gestito così male il libero arbitrio da portare il nostro Stato a togliercelo? Non è una perdita che abbiamo inflitto a noi stessi?

La tentazione fortissima, in cui sono caduta anche io, è quella di bollare chi ha scelto di non vaccinare come “idiota”. E ce ne sono, eh, come per ogni convinzione: del resto c’è anche chi è disposto a credere ancora che la Terra sia piatta, per dire.
Però i cosiddetti antivax non sono tutti idioti: ne conosco personalmente alcuni di cui stimo la grande intelligenza, cui voglio bene e con cui ho legami importanti e profondi.

Tutto questo mi ha portato a pormi interrogativi, a cercare di capire senza accontentarmi del banale “complottisti” o del semplice “idioti”.

La rete, questa grande piazza di paese allargata, ha avuto e ha il grande merito di creare contatti tra le persone, di mettere a disposizione di chiunque, al di là del proprio titolo di studio o delle sue conoscenze specifiche in qualunque ambito, una varietà di informazioni incredibilmente vasta.
Questo significa che in rete, o grazie alla rete, troverai sempre chi ti darà ragione della tua idea o delle tue paure, qualunque esse siano.

Una informazione così vasta e non chiara porta a mille dubbi e ad altrettante paranoie, di ogni tipo (basti pensare all’allarmismo sull’Ebola in occidente). Una volta le cose così le trovavi nella posta di Cioè, oggi le trovi in gruppi Facebook, validate da condivisioni e like e si sa che qualsiasi cosa giri sui social non sempre viene controllata prima di essere ricondivisa; viene manipolata (anche in assoluta buona fede, eh), strumentalizzata, proposta per uno scopo (dal più banale “vendere un prodotto” al più sudbolo “instillare un dubbio”).
Sono la nostra storia, la nostra sensibilità, le nostre aspettative, i nostri ideali a farci scegliere in cosa credere. È anche il nostro carattere.

Sull’argomento vaccini, per restare in tema, in rete si trova di tutto.

Una delle cose che, confrontandomi con persone che hanno scelto di non vaccinare, esce più spesso è la poca fiducia nelle istituzioni, a livello globale. L’idea che dietro ad ogni scelta che viene fatta per noi ci sia la volontà di danneggiarci, di renderci schiavi, di imbrogliarci. Non sono così ingenua e ciecamente fiduciosa da non credere che su alcuni aspetti la cosa abbia un senso, peraltro.

In questo clima di sfiducia è ovvio come messaggi complottistici possano trovare terreno fertile, a livello politico ci sono intere fazioni che ci campano per dire, e diffondano sfiducia a tutto campo.
Se teorie antivax oggi in campo medico vengono confutate a livello macroscopico e scientifico, dati alla mano, per alcuni è ovvio che i dati siano falsati, che ci sia una congiura. Basta guardare il caso di medici antivaccinisti che sono stati (giustamente) radiati dall’Ordine dei Medici: ormai sono martiri. Per quanto mi riguarda, se non segui un protocollo scientifico non sei un medico ma uno stregone e ti prendo per tale, ma non per tutti è così e più che bollarli come idioti senza cervello ci sarebbe da interrogarsi sul perché.

C’è, sempre a mio parere, sempre di più, una gran voglia di essere “contro”, di distinguersi, di non seguire la massa perché la massa è diventata quasi il male per antonomasia. Una voglia di affermarsi e dire “io mi sono informato anche da chi la pensa diversamente e ho valutato”. Il ché è giusto e sano ma pone diversi interrogativi.

Chi mi dice che quelle fonti siano sicure? Che non ci sia anche lì una manipolazione di dati, o peggio ancora la creazione di dati falsi, per perseguire uno scopo?

Lo scopo di una campagna antivaccini (ma anche di tante campagne che minano la fiducia nella scelta di massa), uno dei tanti, potrebbe essere anche quello di renderci ribelli rispetto alle istituzioni, di destabilizzare talmente tanto l’uomo da renderlo individualista e quindi più controllabile. Un po’ subdolo? Non mi stupirebbe, non mi stupisce più nulla ormai.
Chi mi dice, in pratica, che questo complottismo non sia altro che un complotto esso stesso per renderci soli e presuntuosi di cose che non sappiamo, basandosi su ignoranza (non nel senso negativo, quanto etimologico) e qualunquismo (cosa che tira tanto, altroché) per poi farci scivolare in una facile predisposizione ad un dominio senza leggi e più subdolo da individuare come tale?

Siamo veramente in grado, in assenza di studi nostri pregressi specifici, di valutare la veridicità di tesi che si schierano contro le organizzazioni sanitarie mondiali?

Si può dire: eh ma quelli che hanno istillato il dubbio sui vaccini e creato allarmismi sono medici. Ok. Ma sono tutti immunologi o specializzati in questo campo?
Io sono un architetto, ho fatto anche due o tre esami specifici (con interesse e profitto) sulla statica, la scienza e la tecnica delle costruzioni, ma non ho proseguito quella strada e non ho approfondito a livello teorico e sul campo l’argomento. Ciò mi rende perfettamente in grado, sicuramente molto più dell’uomo della strada, di capire di cosa si parli quando si parla di costruzione di un ponte, per esempio… ma ben altra cosa è essere in grado di progettarlo in modo che regga il peso di tutte le persone che ci passeranno sopra e devono poterlo fare in tutta sicurezza. Dovrei riprendere a studiare, fare gavetta, affiancarmi a persone più competenti di me, insomma (e sarebbe quantomeno etico se lo facessi prima di dare consigli, informazioni e direttive in tal senso).
Che un dentista, per esempio, ma per un medico generico per me vale lo stesso, si pronunci sui vaccini io lo trovo ridicolo: può farlo come uomo (e il suo parere varrebbe quanto il mio), di certo sa meglio di me di cosa di sta parlando, ma non è preparato in maniera specifica tanto da prendersi la responsabilità di affermare cose dandole per certe e di dare soprattutto alle sue opinioni un peso che non possono avere nelle scelte altrui.
 

Perché proprio in questo campo c’è così tanta confusione e si è pronti a bollare per malafede ogni protocollo tradizionale?

Perché, secondo me, c’è bisogno di trovare un colpevole quando capitano imprevisti e cose brutte, soprattutto ai nostri figli.
Il genitore che si trova davanti una diagnosi di autismo, in un bimbo che aveva sempre visto normale, sbrocca, come si direbbe a Roma, e ne ha tutte le ragioni. E per quanto le scoperte attuali vedano l’autismo come malattia a componente genetico, guarderà sempre con sospetto al vaccino, alla medicina, all’intero Ministero della salute, quando non alla Comunità Scientifica Internazionale. Ingiusto? Sì, ma comprensibilissimo. Se poi ci mettiamo medici (?) che, in barba alle evidenze scientifiche, gli dicono che sì, l’autismo di suo figlio è stato causato dal vaccino (perché è una risposta: non vera, non comprovata… ma una risposta che non lo vede “colpevole” di avergli portato un gene “malato”), il danno è fatto.

Trattandosi di salute, inoltre, non siamo inclini a perdonare l’errore e perdere fiducia può essere facile, me ne rendo conto perché ci sono passata anche io con i medici ivoriani la cui superficialità mi aveva portato ad una setticemia perciò cerco di non sottovalutare il fattore “storia personale” nelle scelte che ognuno fa, convinto ovviamente che siano le migliori. Spero sempre, e lo dico in assoluta sincerità, che nessuno di noi genitori abbia a pentirsi delle scelte fatte per presunzione e superficialità (cosa capitata a me, fortunatamente per una cosa non grave).

Il problema è che oggi grazie al complottismo, alle informazioni confuse, riportate, prese per vere al di là di evidenze scientifiche, le scelte sono abbastanza obbligate, e non c’è per niente da gioirne, nonostante le evidenze diano ragione ad una fazione piuttosto che all’altra.
Insomma, il navigare in questo mare oggi mi pare tutt’altro che dolce.

venerdì 2 dicembre 2016

Blog amarcord




Ricordo con una certa nostalgia quando i blog erano ancora solo un diario e il mantenimento dell’anonimato era per tutti noi pionieri del blogging quasi una priorità. Erano gli anni di Splinder e ci si presentava e conosceva attraverso un nickname, ci si sentiva più liberi di raccontarsi in maniera spontanea, di tirar fuori emozioni, dubbi, scazzi senza tante remore perché avevamo questa corazza che sembrava renderci virtualmente invisibili. Ci si conosceva attraverso le affinità e le curiosità e alcune delle persone conosciute all’epoca sono state e sono ancora molto importanti per me.

Oggi i blog sono qualcosa di profondamente diverso: nascono e sono strettamente collegati a profili social assolutamente riconoscibili, in cui spesso tutto sembra essere strumentale al raggiungimento di uno scopo (visibilità, fama, compenso).
Fare rete in maniera sana è sempre più difficile, a ben guardare.

Perché fare blogging, scrivere di se stessi in rete, è diventata una professione con incarichi, compensi, marchette. Il che va anche bene, visto che permette a chi scrive di potersi dedicare a farlo coprendo almeno i costi della gestione del blog stesso. Il rovescio della medaglia è invece che di contenuti di qualità, in questi blog, ce ne sono sempre meno perché tutto diventa appunto strumentale sia al guadagno che, ancora di più, alla costruzione e definizione di un’immagine di sé allettante e figa che piaccia a chi legge.

Perché se piaci fai seguito, numeri, vali e prima o poi collabori con qualcuno. Ma nel costruire questa immagine… quanto perdi di te?
Vedo bloggerine dell’ultimo minuto inventare panzane grandi come una casa, arrampicarsi sugli specchi, uccidere quotidianamente l’italiano, nuotare nell’incoerenza di ciò che affermano e vomitare malcontento ovunque sia data loro occasione di farlo e… mi prende male.

Mi prende male perché quando offri te stessa agli altri, puoi lavorare forse sulla forma, ma mai sulla sostanza… altrimenti è un inganno.
Mi prende male perché tutte quelle dispensatrici di sorrisi e cuoricini spesso poi in privato si parlano dietro con invidia e livore e cospirano le une contro le altre. E li vedi quei sorrisi finti che fanno tanto “mi stai tremendamente sul cazzo ma mi servi a far pensare di essere social quindi ti metto il cuoricino e via”.

Eh, ma come, hai un blog anche tu e gestisci un sito… che fai: sputi nel piatto in cui mangi?
Il mio lavoro non è, e presumo mai lo sarà, fare la blogger. Non mi interessa, non sarei mai capace di modificare quello che scrivo in base alle chiavi SEO, per dire… al massimo posso metterci una pezza dopo. Sono forse troppo egoista o troppo presuntuosa o troppo vecchia per mettermi a cercare di diventare, attraverso parole non mia, ciò che non sono.

Il mio lavoro è (tra le tante cose) osservare la rete, in un certo senso. E forse mi piace proprio perché mi permette di mantenere il distacco necessario per vedere le cose con obiettività.
So cosa tira, osservo ciò che accade, noto ipocrisie, mi annoto scorrettezze per eliminare quelle persone da una mia lista personale di persone interessanti con cui lavorare a qualcosa. Cerco in questo di mantenere una coerenza per rispetto verso gli altri certo, ma in primis verso me stessa. Mi piace potermi guardare allo specchio in ogni istante e vederci sempre me.

Il fatto che a me non interessi minimamente diventare personaggio è lampante nella gestione che ho di questo blog: condivido pochissimo i contenuti nei social e solo se ne ho tempo e voglia, non scrivo per gli altri ma scrivo per fissare ciò che mi accade, ciò che mi colpisce… se poi colpisce anche altri e ne nasce qualcosa è fantastico ma, davvero, non è quello lo scopo.

Ed è per questo che seleziono, che cesello, che scelgo di cosa parlare qui (ma anche in instamamme in fondo) senza spammare la mia vita in rete credendola più interessante di quella degli altri o cercando di venderla per tale.
È la mia vita: se tra ciò che mi accade o mi accade intorno c’è qualcosa su cui abbia senso riflettere, lo faccio e lo faccio qui. Se voglio condividere momenti belli o brutti lo faccio, se voglio raccontarvi una ricetta e la sua storia, lo faccio. Perché questo blog parla di me e del mondo attraverso la mia lente e non di quello che penso agli altri piacerebbe leggere.

In fondo sono rimasta una figlia di Splinder, probabilmente, ancora romanticamente legata a quell’idea che per scrivere si deve aver qualcosa da dire e da dirsi, di qualunque tipo, a prescindere da quanti leggeranno.

Invece oggi i blog non nascono più per essere scritti: si sono evoluti in qualcosa che nasce già con lo scopo di essere letto, ed è un cambiamento non da poco… scrivere per l’amore di farlo è oggi una banale utopia: se non ti leggono, o non ti condividono, non sei nessuno.
Il problema è: davvero devo farmi dire dalla rete se sono qualcuno o chi sono?

martedì 15 marzo 2016

Grand Bassam, 13 marzo 2016.


Alcune cose che accadono ci sconvolgono più di altre, non tanto perché siamo noncuranti rispetto ad alcune, quanto piuttosto perché siamo più empatici nei confronti delle altre.
Empatia vuol dire capacità di immedesimazione, tra le altre cose.
È ovvio che più i gradi di separazione tra te e un evento, in termini di cultura, geografia, società, religione, sono alti in numero e meno sarai portato all’empatia. Potrai provare pietà, gioia o orrore, ma difficilmente potrai immedesimarti ed entrare nel cuore pulsante di una notizia, che sia bella o sia brutta.

Su quella spiaggia di Grand Bassam, fino a meno di 9 mesi fa, ci camminavo anche io. Ci passeggiavo, mi bagnavo i piedi nell’Oceano lottando con la corrente, sorridevo alle persone, compravo semi per le mie collane o parei da indossare sul costume.
In quell’Oceano mio marito faceva il bagno.
Su quelle spiagge, in quegli stessi stabilimenti, ci ho portato i miei figli quasi ogni weekend di sole.
Ce li ho portati con fiducia e con gioia, per cancellare il grigiore di una città in cui lo smog ti fa dimenticare che il cielo sa e può essere azzurro.

Se fossimo stati ancora in Costa d’Avorio, ieri saremmo stati quasi sicuramente a Grand Bassam, probabilmente proprio all’Etoile du Sud, come tante altre volte prima. Avremmo salutato il venditore di artigianato maliano, come sempre avrei finito per comprare perle e semi che già avevo ad un prezzo più alto del loro valore, fingendo di non saperlo. Saremmo stati seduti al tavolo che guarda verso l’Oceano, o forse saremmo stati in piedi a servirci per il pranzo a buffet della domenica.
E da lì avremmo visto arrivare la barca.

Quei corpi neri sulla spiaggia, fotografati nella loro disarmante crudezza, sono i corpi di persone che in qualche modo ho conosciuto, salutato, cui magari ho perfino sorriso, con cui ho fatto la fila per il pranzo o per il bagno, con cui i miei figli hanno nuotato in piscina.
Quei corpi bianchi potevano essere quelli di miei amici o di persone che hanno fatto le mie stesse identiche scelte finendo in quel luogo magari per caso, come me.
Quei corpi, tutti, indifferentemente, sono una ferita per un posto del mondo che cerca il suo riscatto e guarda ad un futuro, che sia il migliore possibile oppure no, e lo fa con fiducia.
Quei corpi, tutti, neri e bianchi, indifferentemente, sono una ferita per me, che ho amato e amo ancora di un amore contrastato e complesso un Paese che tanto mi ha dato e tanto ha voluto in cambio.

Ieri sera volevo scappare dai miei figli, per rassicurarmi di saperli al sicuro. Per rassicurami di essere al sicuro. Per cancellarmi di dosso un permeante senso di colpa per qualcosa che sarebbe potuto accadere. Per giurar loro che mai avrei pensato ci potesse essere qualcosa di così orrendo da cui doverli difendere, in quelle giornate di sole. Per farmi assolvere per qualcosa di indefinito e potenziale ma talmente enorme in peso da tenerti gli occhi aperti a tarda notte.
Non l’ho fatto, avevo paura che arrivasse loro il mio turbamento: l’empatia è una cosa importantissima, ma forse dovremmo preservarne i bambini, lasciare loro ancora la fiducia che basti la mano di mamma e papà, per essere al sicuro.

E mi fa rabbia e vergogna l’umanissimo pensiero che mi colloca felicemente lontana, e mi fa piangere e restare senza fiato quel pezzo di cuore che ho lasciato lì. Da ieri sono dolorosamente divisa tra un’assurda sensazione di fiducia tradita e un’acutissima nostalgia che mi colloca ancora su quelle strade.
Nonostante tutto, nonostante ieri, la Costa d’Avorio ci manca ancora, e credo non smetterà mai di mancarci. Ed è lì che capisci che l’unica cosa che ti salva da orrore e paura è l’amore, in tutte le sue forme.

mercoledì 28 ottobre 2015

Quando la rete ci sfugge di mano

Era un po' che volevo mettere su carta "virtuale" alcune considerazioni.

Ogni cosa che scriviamo in rete ha un suo peso.
Nell’epoca della rete e del social, non è più solo un discorso di “scripta manent”, quanto di coscienza, rispetto e opportunità.

È e resta vero che chiunque attraverso le sue opinioni o i suoi scritti rappresenta principalmente se stesso, la sua vita, il suo modo di vedere le cose, ma bisogna tener conto che mentre una volta ciò che veniva scritto veniva letto da cerchie abbastanza ristrette di amici, oggi, con l’avvento del social selvaggio, ciò che affidiamo alla rete ha un pubblico ben più vario e vasto.

E questo significa che siamo diventati un popolo di potenziali influencer, opinionisti, commentatori e sociologi. Che le chiacchiere da bar sono fatte su un tavolino ben più accessibile, che i distinguo che si potevano fare attraverso il tono della voce, la risata, lo sguardo, non ci sono più.

Ciò che si scrive, oggi, ha un valore a prescindere, ha possibilità di circolare e diventare opinione riportata e addirittura comune.
A tutto questo si dovrebbe accompagnare un senso di responsabilità che ne tenga conto.

Parlare di un prodotto che non si è provato, per conto di un’azienda, non significa esprimere un’opinione ma fare pubblicità. Parlarne come si fosse provato, poi, è una scorrettezza capace di falsare il mercato e far perdere credibilità a chi invece questa responsabilità se la sente addosso in ogni parola che scrive.
Non è un caso che in questo blog ci siano stati pochissimi post di questo tipo.

Questo fenomeno, per quanto a mio parare pericoloso e deprecabile, è un fenomeno che trova la sua giustificazione nell’errata convinzione da parte di una fetta della blogosfera che basti parlare di un prodotto per essere un influencer, o che basti aprire un blog per guadagnarci.
Tutti i blogger seri che conosco hanno un loro stretto codice etico nell’accettare o meno delle collaborazioni e hanno fatto parecchia gavetta prima, proprio per capire come si gestisce un contenuto commerciale all’interno del proprio blog. E nella quasi totalità dei casi sono nati con lo scopo di condividere qualcosa della vita di chi lo scriveva, a prescindere da tutto il resto.

Ben più grave, e purtroppo abbastanza diffuso anche quello, è il considerare i social come l’equivalente di una chiacchierata tra amici. Esprimere pareri su terze persone, insinuare dubbi, fare ironia di bassa lega, portare avanti polemiche inutili.

In rete ogni cosa che viene messa verrà letta, da tanti, da pochi, e già solo questo dovrebbe implicare un senso di responsabilità immenso.
Se parlo male della persona X, rendendola riconoscibile anche senza avere il coraggio di taggarla, di certo la mia opinione sarà letta dai miei contatti, che aggiungeranno quel tassello all’opinione che loro stessi hanno della persona X. Ma soprattutto, perché mai dovrei parlare male della persona X in rete?

Di recente per esempio mi è capitato di leggere un penoso siparietto tra due persone che conosco (in realtà, a conti fatti, che pensavo di conoscere) e  che abitano ad un piano di distanza nella vita reale. Il penoso siparietto metteva in dubbio la moralità di una persona che conoscono entrambe e che conosco anche io. La metteva in dubbio, in un social, con illazioni o sentito dire, nulla di concreto a ben guardare: non accusavano, ponevano la questione in modo che a chiunque leggesse la cosa sembrasse di un certo tipo.
Se quelle persone avessero avuto un minimo senso dell’opportunità, si sarebbero rese facilmente conto che il loro siparietto non solo era inutile ma che poteva anche essere dannoso, e non poco. Vomitare parole in rete senza curarsi della sensibilità di chi possa leggerle, mi pare solamente un atto cattivo e gratuito, bastardo.

La  cosa che lascia basiti (o almeno ha lasciato basita me) è la facilità con cui si possa istillare il dubbio in altre persone senza avere nulla di concreto in mano, come si possa essere così noncuranti nei confronti delle possibili conseguenze nella vita di chi legge.
La calunnia è un venticello, si diceva.

La rete è vasta, nel bene e nel male.
Ed è anche una rete in cui qualcuno può rischiare di trovarsi imbrigliato suo malgrado.
La rete va saputa gestire, non è lo sgabuzzino delle scope dove mettiamo tutto ciò che ci capita a tiro.
Non è il posto per l’opinione che non ha fondamento, come quella data per illazione o per sentito dire, che si tratti di una persona o di un detersivo.

Prima di scrivere, bisognerebbe pensare a ciò che lo scrivere implica.
Anche perché la rete è come un boomerang… prima o poi ti torna indietro.
Scrivere implica una responsabilità nei confronti di chiunque ti legga, nel bene e nel male.
Forse è arrivato il momento di interrogarsi proprio su questo, prima di appoggiare le dita su una tastiera e premere “invio”.

venerdì 3 aprile 2015

Morire di cultura



Ci sono notizie che colpiscono basso, che lasciano cadere sale lì dove fa male.
Per ogni genitore rientrano in questa casistica tutti i fatti di cronaca che vedono protagonisti i bambini, ovviamente.

La strage di studenti cristiani in Kenia è stata un colpo durissimo, per me.

Perché seppure io sia ben lontana da Garissa, resta il fatto che tra quegli studenti che sono stati uccisi e i compagni di classe dei miei figli, seppure li separino kilometri e anni, c’è una radice culturale e sociale comune che non riesco ad ignorare.
Ragazzi che cercano di costruirsi un futuro in un posto dove non è affatto scontato che si possa studiare, e che si riesca a farlo ad un certo livello.

Io li vedo, quei ragazzi, tutti i giorni.
Li vedo avere rispetto per quello che viene loro offerto, un rispetto che viene anche dal ricordare che magari il nonno non sapeva scrivere il suo nome, e ne soffriva.
Li vedo essere orgogliosi di far parte di una scuola.
Li vedo pensare ad un libro di scuola come a due ali per poter scegliere, un domani, la propria rotta.

Il mondo dei social si è mobilitato per la libertà di espressione, dopo l’attentato a Charlie Hebdo… perché oggi non leggo sdegno e solidarietà?
Quei ragazzi esprimevano, con il loro solo essere lì, null’altro se non la voglia di essere liberi di scegliersi un futuro, di confrontarsi con il mondo, magari lo stesso mondo occidentale in cui diamo per scontato ormai più o meno tutto.

C’è una meravigliosa poesia di Montale che in qualche modo rappresenta la profonda amarezza che provo pensando a questa cosa. Rispetto a morti che pesano più delle altre, a culture e nazioni sempre un po’ dimenticate, e che forse per uno strano scherzo del destino io mi porto nel cuore ogni giorno.


FINE DEL ’68

Ho contemplato dalla luna, o quasi,
il modesto pianeta che contiene
filosofia, teologia, politica,
pornografia, letteratura, scienze
palesi o arcane. Dentro c’è anche l’uomo,
ed io tra questi. E tutto è molto strano.

Tra poche ore sarà notte e l’anno
finirà tra esplosioni di spumanti
e di petardi. Forse di bombe o peggio,
ma non qui dove sto. Se uno muore
non importa a nessuno purché sia
sconosciuto e lontano.


Eugenio Montale (da Satura)

domenica 9 novembre 2014

Muri



A volte mi fermo a pensare.

A pensare a quanti cambiamenti epocali ho visto accadere.
A riflettere su come le cose avrebbero potuto essere diverse.

Venticinque anni fa la caduta di un muro unificava una città assurdamente divisa in due. Era il 9 novembre 1989 e ricordo ancora perfettamente le lacrime di mia madre davanti a quel telegiornale storico che sanciva, di fatto, la fine della guerra fredda e l’inizio di una nuova era.

Io avevo studiato una geografia diversa, fatta di due Germanie, con due capitali. La portata di quell’evento, le lacrime di quei ragazzi che scavalcavano un muro pesante e denso di diversità, il ricordo dei tentativi di fuga… tutto sembrava ed era incredibile, agli occhi una tredicenne.

Avevo un orsetto da bambina, ricordo di un viaggio di lavoro di mio padre nella Repubblica Federale Tedesca. Per me era solo un regalo, ovviamente.
La cosa più preziosa che mio padre riportò da quel viaggio invece fu una foto, sfocata, rubata, scattata dall’autobus col quale si spostavano. Una foto del muro, una semplice foto. Ma trasmette annichilimento e angoscia.

Oggi, a quasi 40 anni, quella foto mi atterrisce e mi dà forza e motivi per sperare e lottare che cose del genere non accadano più, che i miei figli non debbano vedere città divise, confini presidiati, odio politico.

La geografia che ho studiato da piccola mi presentava un’Europa diversa, che oggi (per fortuna?) non esiste più. Sono state ridisegnate carte e paesi, sono state riscoperte coscienze e appartenenze che hanno unito cose che erano state separate o separato qualcosa che era stato forzatamente unito.

Venticinque anni fa, in quella fredda serata berlinese, è iniziato un percorso. Un percorso che ha portato pace al centro dell’Europa ma ha portato anche a libertà con prezzi altissimi, autocoscienze annegate nel sangue, guerre infinite e bastarde trascinate nell’indifferenza dei più.

È strano vederlo oggi, con l’età e la coscienza di oggi, da un posto così lontano socialmente, culturalmente e civilmente da qualsiasi forza fosse in campo all’epoca in Europa.

Tre anni in un posto così tanto diverso, ti permettono di guardare con distacco e obiettività il posto da cui vieni, le sue dinamiche, la sua storia. Di capire meglio le connessioni, le bellezze, le conquiste, le brutture, le ingiustizie, le possibilità.

Il più grande augurio per questi fratelli africani che la vita mi ha in qualche modo regalato, sono occasioni e occhi puliti per poter vedere, un domani, da lontano, o da incredibilmente vicino, cambiamenti così importanti nella loro realtà, nella loro autocoscienza, nella loro dignità.

martedì 17 giugno 2014

uomini (?) e Scelte


Ci sono cose che non si è pronti ad accettare.
Una madre che uccide il proprio bambino, per esempio.
Un raptus, una follia, la depressione post partum, in genere. Spesso donne lasciate sole in quotidianità difficili, donne che si potevano e dovevano aiutare. Prima.

Questo non toglie nulla all’orrore. Non giustifica. Ma aiuta a capire. In genere dietro gesti del genere ci sono segnali che potevano essere colti.

Ci sono poi cose che come le giri le giri non è proprio possibile accettare.
Un uomo (?) che uccide la sua famiglia perché è lo specchio della sua inadeguatezza, perché lo mette di fronte ad una debolezza con cui non sa confrontarsi né combattere. E, come il più vigliacco degli esseri, non agisce su se stesso, rompe lo specchio.

E lo rompe da dietro, metaforicamente e realmente parlando. Colpisce alle spalle, colpisce nel sonno.

Un uomo (?) che ha appena fatto l’amore con sua moglie sul divano, ad un certo punto va in cucina, prende un coltello, che magari veniva pure dalla lista nozze, poi torna e aggredisce la moglie. La moglie che tra il momento della prima aggressione e quello della lama sul collo, riesce a dar voce al suo pensiero fatto di stupore e incredulità. Perché mi stai facendo questo?

Poi sale le scale e riserva lo stesso identico trattamento ai suoi figli, quelli che vengono dallo stesso seme che ancora scorre, vivo, nel corpo di sua moglie, morta.

Poi  si lava, esce, va a vedere la partita. Freddo. Tranquillo. La partita.

Oggi leggo commenti su come le responsabilità  di un gesto come questo siano anche sociali.

Ecco, no. La società può essere, eventualmente, corresponsabile (perché poi esiste sempre la libertà di uniformarsi o meno ai modelli proposti, non siamo obbligati) di reati come prostituzione o come furto. La personale interpretazione della morale, dell’etica, del rispetto è appunto personale.

Siamo tutti soggetti agli stessi input, siamo messi di fronte agli stessi modelli eppure… eppure non tutti ci prostituiamo, rubiamo, uccidiamo.

È ovvio che dietro al fenomeno della prostituzione volontaria minorile ci siano un problema e una responsabilità sociale, ed anche enormi. Ne parlavo tempo fa su Instamamme.
Abbiamo una società malata con valori falsati e spesso effimeri e i deboli (le personalità non ancora formate, come bambini e adolescenti) dovrebbero poter contare su una base sociale forte. Ma qui si parla di adulti.

Quello che siamo, come singoli, è sempre frutto di una scelta. Sempre.
La società ci propone il modello della scappatoia, vero. Che il singolo consideri uccidere moglie e figli una scappatoia dalla propria debolezza di scoprirsi a desiderare altro, è la personale interpretazione di un concetto, non di certo un modello generale.

Sento dire: la società dimentica l’individuo.
Aspetta: la società siamo noi, non è una cosa che ci è stata calata dall’alto. Quelli sono i modelli sociali, non la società, non confondiamo. Quindi se abbiamo perso il valore del confronto non è perché siamo stati obbligati da qualcuno a farlo: è stata, prima o poi, una scelta.
Sento dire: ci viene proposta una televisione fatta di nulla che ci serve scenari intellettualmente vuoti. Verissimo eh, ma non determinante. Esistono i libri, si vive senza tv.

Dietro a questo vedere nella “società” un colpevole non ci sarà mica una scusante per il singolo che si ha paura di diventare? Non sarà mica tutto un fatto di alibi? Non ci sarà un “mettiamo le mani avanti, in caso capiti anche a me, mio figlio, mio marito, mio padre”?

Ci sono responsabilità comuni e responsabilità singole.
Una delle basi del vivere sociale è riconoscere le prime e gestire le conseguenze delle seconde in modo univoco, certo, reale sia a livello di fatti che di pensiero.

È su quello che stiamo perdendo, oggi.