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venerdì 21 aprile 2017

Dieci anni





Dieci anni.
Due cifre.

Del giorno in cui ho compiuto dieci anni non ricordo nulla, ma ho ben presente mio padre che mi diceva, contento ed emozionato, “sei passata alle due cifre”.
Perché quello è, un passaggio.

In questi primi dieci anni anni di vita, in queste due cifre, c’è tutto quello che ti ha portato da un frugoletto minuscolo a un ragazzino indipendente: hai imparato ad esprimerti, a camminare, a ragionare e a collegare i pensieri, a convivere con le tue emozioni; hai scoperto la diversità e ne hai fatto tesoro, hai scoperto di avere un corpo e come funziona, ti sei confrontato con interessi, predisposizioni, difficoltà.
Hai visto nascere e hai visto morire. Ti sei innamorato per la prima volta. Hai capito la stima e il disprezzo.
Hai imparato a fare la spesa da solo, a calcolare il resto, ad attraversare la strada, a portare il cane a spasso, ad andare dal barbiere.
Hai accolto con gioia l’autonomia che ti viene concessa accettandone la responsabilità; hai rispettato regole che ti sembrano sensate e hai imparato a contestare ciò che non ti sembra giusto.
Hai imparato a chiedere scusa.
Hai imparato ad andare in bicicletta, testando il tuo equilibrio; a nuotare, riconoscendo un elemento che ti appartiene; ad usare strumenti elettronici, ragionando su ciò che comportano le tue azioni.
Hai imparato a leggere e scrivere, in quasi tre lingue diverse; a contare, a costruire cose che abbiano uno scopo.
Hai imparato a raccontare ciò che sai, a seguire le tue curiosità, a chiedere per avere risposte oneste e puntuali.
Hai imparato a vestirti scegliendo cosa indossare per le diverse occasioni, a farti la doccia ed asciugarti i capelli da solo. A sbucciarti la mela, a tagliare la carne, a prepararti il tè, a fare il caffè a chi te lo chiede. Ad accenderti la stufa se hai freddo e il condizionatore se hai caldo.

Ci hai regalato 10 anni di meraviglia, paure, consapevolezze, sorrisi e pochi pianti. Uno spettacolo unico che stupendamente varia e si modella ogni giorno. Ci hai insegnato la responsabilità, la conseguenza delle scelte, la paura di sbagliare non sulla propria pelle. Ci hai regalato un passaggio importante, uno senza cifre.

Tutto in queste meravigliose due cifre, Piergiorgio.
In questi primi dieci anni hai nutrito il tuo seme e permesso si nutrisse il terreno da cui diventerai un albero. Il tuo albero, non quello che gli altri si aspettano tu possa diventare.

Nessun altro periodo della tua vita ti vedrà sviluppare così tante capacità e scoprire nuove cose. Ti aspetta meno da imparare e più da esplorare, perfezionare, comprendere.
E noi saremo lì, a fare come sempre il tifo per te.

venerdì 17 giugno 2016

Tempi diversi


Una delle cose che mi ha insegnato l’Africa è stato il valore del tempo.
Del tempo che concedi alla scoperta, di te stessa come di ciò che ti circonda, o ai tuoi interessi.

In Africa avevo un tempo molto più rarefatto e mio.
Sarà perché i bambini erano a scuola quasi tutto il giorno, sarà che il Marito Paziente aveva dei turni che contemplavano o solo la mattina o solo il pomeriggio e mai il fine settimana, sarà quel che sarà ma il tempo non mi mancava mai.

Riuscivo a lavorare, tanto, su Instamamme, a creare bigiotteria e oggetti artigianali, ad andare in piscina due volte alla settimana, anche a leggere. E tenevo perfino abbastanza aggiornato questo blog.

Da quando sono in Italia lavoro meno su Instamamme, non ho ancora creato nulla (e l’estate si avvicina!), la piscina l’ho vista solo quando portavo i bambini a nuoto, leggere è quasi un’utopia. Per non parlare del blog, la cui frequenza di aggiornamento è quantomeno imbarazzante.

Sicuramente ha influito anche il lavoro di Marito Paziente, tornato a turnazioni che coinvolgono anche notti e fine settimana, e di certo devo ancora trovare un equilibrio anche io.
Ma la cosa più dirompente riguardo all’organizzazione familiare è stata quella attinente alla sfera Patata: scuola, compiti, attività, socialità.

Abbiamo scelto per loro i “moduli”, quel sistema scolastico che prevede 5 giorni di frequenza fino alle 13 con un rientro solo a settimana.
Questo ci ha consentito di potergli far svolgere attività pomeridiane, tra compiti, sport e amici. Ma per noi genitori è stato un delirio di cose da far combaciare, soprattutto quando nello stesso giorno c’erano magari molti compiti e la piscina, o la lezione di inglese.

Alla fine di questo anno scolastico tirando le somme, nonostante queste difficoltà, penso che abbiamo fatto la scelta migliore per loro, che venivano da quattro anni di scuola fino alle 16:30, che non avevano mai avuto la possibilità di attività pomeridiane, che vivevano la socialità solo durante le ore scolastiche.
Vederli giocare con i loro amici, ospitare noi loro o portare i Patati da loro, è stata una cosa bellissima.

E il tempo? Il tempo è una coperta corta che implica scelte e rinunce, e tanto vale accettarlo e mettersela via. Il tempo è qualcosa a volte da domare e a volte da assecondare, a volte da rubare a volte semplicemente da organizzare.
Ma in questo tempo che viviamo ogni giorno ci sono bambini più felici, e se questo implica il dormire di meno per fare ciò che di giorno non si riesce a fare… pace.
C’è sempre l’opzione del fare meno, la più dura da accettare… ma ci sto lavorando su.

martedì 14 giugno 2016

Dietro le ciglia


Ogni sera vi guardo dormire, sereni.
Mi chiedo sempre cosa si annidi dietro le vostre ciglia, se c’è un nodo non ho saputo sciogliere, se ho dato troppo, se ho dato troppo poco, durante la giornata appena finita.
Ho capito tempo fa che non sarei stata la mamma che pensavo sarei stata.
Del resto non c’è un corso in “mammologia”, qualcosa e qualcuno che ti dica se stai sbagliando o se stai facendo bene.
E così abbiamo sempre navigato a vista, noi tre. Annusandoci ogni giorno, adattandoci ogni giorno l’uno alle debolezze degli altri. Perché chiunque dica che una mamma non debba avere debolezze è uno sciocco: una mamma debolezze le ha, e alcune deve addirittura condividerle coi figli.
Vi guardo ogni giorno  e ogni giorno mi stupisco di come, nonostante gli enormi cambiamenti ci siano stati in questi anni nelle vostre vite, voi abbiate fatto vostro ciò che vi abbiamo proposto, o imposto, senza drammi. E mi domando come mi sono potuta meritare due figli così meravigliosamente recettivi, aperti, capaci di giocare la vita con lingue e in luoghi differenti.
Vi guardo dormire tranquilli e vorrei essere capace di avere la vostra serenità e la vostra certezza nel futuro.
Vorrei che mi insegnaste la semplicità, la bellezza delle emozioni elementari. La bellezza dello scoprire le cose poco a poco, piuttosto che di conoscerle già.
Ci sarà un giorno in cui sarete voi a spiegare il mondo a me, inevitabilmente. Spero di riuscire ad essere una buona alunna, di avere la stessa voglia di imparare che voi avete oggi.
Arriverà anche il giorno in cui non sgattaiolerò più nella vostra camera per spiare il vostro respiro calmo, arriverà il giorno in cui a chiedersi cosa si celi dietro le vostre ciglia sarà un’altra donna. Spero di riuscire a non avercela troppo con lei, per questo. Ve lo prometto, mi impegnerò.
Per ora mi godo questo momenti inconsapevolmente solo nostri e meravigliosamente ancora solo miei. <3

venerdì 3 giugno 2016

Standard e aspettative


Una delle lezioni più importanti dell’esistenza, quella subito dopo quella su come funziona il cervello di un uomo credo, deve essere stata quella sull’evitare di fissare degli standard, nell’offerta che si fa di sé e del proprio tempo e impegno. Ovviamente me la sono persa.

Ci pensavo mentre, dopo aver passato mezza mattinata, rimandando anche delle cose di lavoro un po’ urgenti, a spignattare per portare in tavola qualcosa di buono, sano e gustoso per i miei figli, ottenevo l’equivalente facciale di “che palle” allo scodellamento delle lasagne nel desco familiare.


Tralasciando per un attimo la voglia che avessi di mettergliele per cappello, a quei piccoli ingrati, riflettevo che se la reazione dei miei figli a un cibo che io vedevo solo nei giorni di festa fosse quella, forse avevo sbagliato qualcosa io. Forse li sto viziando, forse semplicemente sto alzando troppo il livello delle loro aspettative, forse non è un bene.

Non è un bene per loro, che forse non sapranno più apprezzare un momento “speciale”, il pranzo della domenica, il piatto preferito la sera del compleanno. Non è un bene per me, che finirò per non riuscire più a mantenere lo standard cui oggi, seppur con sacrifici e scelte (non lavoro la mattina? Lavorerò di notte, è semplice), li sto abituando.


C’è qualcosa di me che lotta profondamente contro questo concetto: sapere di fare qualcosa di speciale (ok, che io, con la mia storia, reputo speciale) per loro mi rende felice, non mi fa sentire stanchezza, rimpianto, mi aiuta a non sentirmi in colpa quando devo finire un lavoro e non posso dedicarmi a loro come vorrei e vorrebbero.

È ovvio infatti che ciò che do ai miei figli è la mediazione tra ciò che posso dare e ciò che loro desidererebbero, una coperta corta tra diversi bisogni e desideri che una volta copre di qua e una volta di là.


Cerco di non vivere la cosa con troppi sensi di colpa: hanno la fortuna di avere una mamma magari impegnata ma in casa, una mamma che puoi interrompere se hai un dubbio o un’esigenza; una mamma che può invitare a cena il tuo amico del cuore senza drammi, perché non ha cartellini da timbrare e può fare scelte.
D’altra parte, però, è anche vero che questa condizione porta comunque ad uno standard alto di offerta: solo per rimanere nell’ambito culinario, è abbastanza raro che i miei figli mangino qualcosa di rimediato e il “pronto da cuocere” non sanno neanche cosa sia. A mantenere uno standard alto, si rischia che tutto sia dato per scontato. E non è un bene per nessuno.

La verità, nuda, cruda e onesta, è che sono io che non sono capace di darmi un punto. Che ho sempre paura che ciò che do non sia abbastanza, in famiglia come negli affetti e non parliamo proprio del lavoro. Che a parte la stanchezza o la prostrazione mentale, non ho un limite superiore e ho un senso del dovere inox. Dovere autoimposto, ovviamente: so essere più esigente e severa con me stessa di chiunque altro.

Su questo riflettevo, l’altro giorno: offrire così tanto, in termini di precisione, disponibilità, attenzione, impegno, è per chi ne beneficia più un regalo immediato o una possibile condanna nel futuro?

mercoledì 30 marzo 2016

Amicizie e generazioni


Se vent’anni fa mi avessero chiesto di parlare di noi tre, avrei descritto qualcosa di simile a questo video.



La vita non ci ha mai messo in quella condizione, ma nutrivo la certezza che in caso sarebbe andata così. Che saremmo stati noi tre, che ci saremmo stati sempre, che avremmo sempre saputo come far star bene l’altro, che avremmo trovato sempre il modo, il tempo.

Noi che eravamo confidenze, sorrisi, lacrime, appunti prestati, scherzi, cose più serie.
Noi che eravamo telefonate per sfogarci, perché cercavamo aiuto, perché pensavamo che l’altro potesse averne bisogno, o solo per dirci che eravamo felici.
Non c’era niente, niente, della nostra vita che non passasse attraverso noi tre.

Abbiamo ascoltato e ci siamo fatti ascoltare. Abbiamo fatto cazzate e ne abbiamo riso. Abbiamo fatto cazzate più grandi e ne abbiamo pianto.
Abbiamo conosciuto amici, amanti, fidanzati, genitori. Ma non i figli.

Ed è stata una mancanza fatale, quella che ci ha lasciato in piedi sulla soglia e non ci ha fatto salire il gradino.

Forse siamo rimasti cristallizzati a quei tre seduti sui muretti, in fondo. Legati a quell’aspetto e a quel periodo della vita, forse abbiamo avuto paura di ammettere un cambiamento, di viverlo.
Non che non si faccia più parte della vita degli altri due. È bello sentirsi e raccontarsi, meraviglioso vedersi.
Lui è ancora quella sorta di fratello che non ho mai avuto, lei è ancora quella che apre i miei cassetti della mente, tocca e mette a posto, l’unica a cui concedo di farlo.
Ma ci manca un pezzo, un pezzo fondamentale.

Anni fa i miei figli segnarono uno spartiacque pesante e profondo: cambiarono me senza cambiare loro. Ero la prima a diventare genitore, e alla lontananza fisica si aggiunse anche quella mentale.
Avevo sempre immaginato uno scenario diverso, per noi tre. Avevo immaginato che sarebbero stati gli zii dei miei figli, una presenza “reale” e importante come lo erano stati nella mia vita… e non fu così. Per tanti motivi, senza dolo ma senza dubbio dolorosamente.

Sono ancora gli zii per i miei bimbi, perché sono io a farglieli vivere come tali, a parlargli di loro in quei termini. Spero sempre che si arrivi a ricomporre il virtuale col reale, perché alla fin fine non è colpa di nessuno, semplicemente accade che la vita ti separi un po’.

La separazione non comporta nulla in un rapporto che ha una storia: per me loro sono loro, il loro posto non è vacante né in discussione… nonostante i momenti pesanti, le recriminazioni, le delusioni che ognuno di noi potrebbe serenamente fare all’altro. Una volta avevano importanza; cresci e capisci che quello che conta, se ami qualcuno, è ciò che ti lega, non ciò che ti separa.
Per la seconda generazione del nostro rapporto la storia non è un vissuto ma un narrato, e mi assale sempre un po’ di rimpianto per qualcosa che avremmo tutti, io per prima, potuto gestire meglio.

Ci sarà tempo, ci sarà modo, lo troveremo.
Questo pensavo guardando questo video: forse quei tre ragazzi legati da un rapporto così speciale potrebbero un domani essere i nostri figli… forse no, ma è bello pensare che possa essere così.
O forse è solo il giro di boa dei quaranta che si avvicina e mi prende così. Chi lo sa.

mercoledì 2 marzo 2016

Voti, impegno ed etichette


Poco tempo fa abbiamo avuto le nostre prime pagelle italiane. Le prime con dei voti a quantificare, invece che a esprimere un livello di apprendimento. Quantificare invece che qualificare, forse questo è il più grande limite delle aspirazioni della scuola italiana. Che sì, ok, ci sono i giudizi ma come è difficile non guardare il voto.

Voti secchi, senza sfumature che rendano merito a impegno e difficoltà. Lapidi sulle mille possibilità di un bambino, come di un ragazzo o di un uomo.
Verifiche oggettive e, quando saranno più grandi (per ora no: graziemaestregrazie) medie da calcolare, una freddezza disarmante a combattere con il calore dell’entusiasmo della conoscenza.

Perché il voto che negli anni ti verrà assegnato dipenderà magari dalla partita del giorno prima come anche da una scopata mancata: dietro a quel banco o davanti a quella cattedra non ci sarai solo tu ma anche quella palla entrata o meno, metaforicamente o realmente, in rete. E non potrai farci nulla.
E quel voto ti si stampiglierà addosso, volente o nolente.

Ci vuole tanta maturità nel non lasciarsi determinare da un voto, che è sempre una cosa relativa, data con un criterio assolutamente personale e legato al momento. Ci vuole di sapere chi si è, per non farti dire chi sei.

Per ora i miei figli non si curano dei voti se non nella misura in cui noi adulti ce ne mostriamo contenti o meno. Per loro la scuola è divertimento e scoperta e tale vorrei che rimanesse il più a lungo possibile.
Non nutriamo, nella Tana, nessuna aspirazione ad avere figli migliori degli altri. Preferiamo che non pensino di doverci dimostrare nulla, preferiamo che si impegnino senza che lo studio diventi un fine quanto piuttosto un mezzo attraverso cui vedere la vita con occhi diversi. Non vogliamo figli perfetti con voti perfetti in tutte le materie, ci godiamo i nostri figli imperfetti con interessi e predisposizioni assolutamente definiti ed identificabili.

Da ex bambina iper-performante, diventata poi donna stakanovista e perfezionista, l’unica cosa che mi sento di volere per i Patati è che la scuola non diventi mai un “devo” o un “lavoro” e rimanga il più a lungo possibile un “voglio” e un “gioco” da trattare con rispetto e impegno… speriamo che la scuola italiana non ci deluda, noi ce la metteremo tutta!

venerdì 13 novembre 2015

Quando l'uno diventa due



Tra Patato grande e Patato piccolo ci sono 22 mesi di differenza. Con un Patato grande più timido e chiuso in sé stesso e un Patato piccolo intraprendente e curioso, questo ha significato una complicità e un legame incredibile.
Si sono sempre cercati, sono sempre stati l’uno il punto di riferimento dell’altro. Sono stati l’uno la forza dell’altro negli anni in cui hanno dovuto fare i conti con la loro diversità rispetto all’ambiente che li ospitava: gli unici (o quasi) bianchi, gli unici (assolutamente) italiani. Diversi per tradizioni, impostazioni familiari, cultura. Una diversità che seppur mitigata dall’assoluta mancanza di razzismo e dalla bellissima integrazione, è rimasta presente a livello obiettivo.

Poi siamo tornati in Italia, dove i due bimbi LaTana sono sì i due bimbi che sono stati in Africa per quattro anni, ma sono principalmente Patato grande e Patato piccolo: non sono più i diversi, non sono più considerati un duo indissolubile a causa della loro comune diversità. Hanno amici diversi, frequentano classi diverse e non è così immediato vederli come un’entità unica.

Iniziano i percorsi diversi, e fa male. A dispetto della sua enorme sensibilità, Patato grande è un bambino accomodante e razionale, e se ne fa una ragione. Patato piccolo invece è un bimbo dal carattere più forte e volitivo, ma è un bimbo “di pancia” e soffre l’esclusione come fosse un abbandono.

Iniziano le feste in cui magari è invitato solo uno, per disattenzione o per precisa volontà; iniziano i pomeriggi a fare i compiti insieme con l’amichetto e le chiacchiere da bimbi più grandi.
Inizia un percorso naturale di distacco che renda merito al loro essere due persone distinte, con amici, affinità, interessi diversi. Inizia la voglia del più grande di avere spazi personali e autonomi e inizia di conseguenza il taglio di un cordone ombelicale che li ha falsamente resi quasi gemelli, negli ultimi quattro anni.

Patato piccolo, abituato a confrontarsi più con gli amici del fratello che con i suoi coetanei, ora non capisce come posizionarsi in una nuova realtà che lo fa tornare (o forse sarebbe più corretto dire che lo fa iniziare) ad essere il più piccolo. A volte va bene, a volte meno.

Così ieri Patato grande ha avuto la sua prima festa da solo, la prima festa “da grande”, senza un fratello da dover coinvolgere e una mamma a guardarlo. Si è preparato con cura, messo i jeans e la camicia nuova, messo anche il profumo… tutto di lui gridava “guardami, sono grande”.
Così Patato piccolo ha avuto la sua prima serata da solo con la mamma, una serata di non comprensione, una serata di lacrime e senso di ingiustizia, di inadeguatezza. Un’improvvisa coscienza della sua diversità dal fratello, cui non era affatto pronto.

Così la loro mamma si è trovata divisa tra l’empatia per un figlio che prende consapevolezza, con felicità ed entusiasmo, della sua età e della sua individualità e l’empatia per un figlio che prende consapevolezza, con dolore e incredulità, del suo non essere più nel guscio protetto di una dualità indissolubile.
Una dicotomia dell’anima
.

Improvvisamente, quei 22 mesi, sono diventati un gradino alto due anni. Netto, preciso, tagliente.
E tra tutte le domande difficili che mi son sentita fare in questi anni sul concepimento, la religione, la guerra, la malattia, la morte, Patato piccolo ieri sera, dopo aver lasciato il fratello alla festa, ha posto quella che come una freccia ha colpito il nucleo della mia emotività genitoriale, dilaniandola: non staremo più sempre insieme, vero?

martedì 15 settembre 2015

Here comes the sun...



Quattro gambette ancora corte e quattro ormai lunghe a varcare il cancello di una nuova avventura.
La mente va ai primi giorni di scuole ormai lontanissime. Primi giorni fatti di saluti e bacini, ma senza tante cerimonie o particolarità.

La scuola italiana ha accolto Patato piccolo con una cerimonia di entrata nel mondo dei grandi, con tanto di corona e bacchetta, con maestre dai mille sorrisi, con colori e nuovi compagni di avventure.
Una scuola che ha considerato il nostro bilinguismo come una bella possibilità e non come una difficoltà, una maestra che ha trovato parole francesi per conversare con Patato grande, maestre e compagni che lo hanno messo a suo agio, nonostante sia entrato in una classe con due anni di esperienza e conoscenza pregressa in sua assenza.

Emozioni forti a bilanciare la paura che potessero sentirsi diversi, o in disparte.

I loro sorrisi di fine mattina sono stati il primo vero regalo da questa terra che ci ha visti andare via e tornare, il primo vero banco di prova di decisioni prese anche sulla loro pelle, quattro anni fa come oggi.
Giorni difficili ce ne potranno essere, e forse ce ne saranno, come è normale che sia… ma oggi siamo sereni e pronti ad una nuova avventura.

Le gambe lunghe hanno visto quelle corte lasciare le loro mani e tornare aperte di sorrisi.
Il modo migliore di iniziare un percorso e una storia nuova senza dimenticare quella vecchia.
Un nuovo inizio, un po’ bagnato di emozione nei grandi e molto entusiasta nei piccoli.

E quel peso, seppur leggero, che ci affaticava i pensieri, è semplicemente scivolato via.

mercoledì 3 giugno 2015

Le mamme italiane



Le mamme italiane piangono.
Al di là di quelle teatrali o scomposte, le mamme italiane sono mamme che piangono, si commuovono.

Sono quelle con gli occhiali da sole alla recita di fine anno, quelle che piangono salutando il bimbo che va in campeggio, quelle che vivono il loro essere madri con il cuore, il cervello e la pancia.

Le mamme italiane sono famose per questo.
Per il tenere per mano, per la vicinanza che a volte sfocia nella possessività, per l’anticipare, o il cercare di farlo, ogni problema dei loro figli in modo da evitare loro il più possibile la sofferenza, o di essere lì a consolarli se le cose vanno male.

Le mamme italiane portano i loro figli ovunque, ne vedono i progressi, festeggiano con loro ogni singola capacità acquisita.
Sono mamme che stringono in un abbraccio, sono mamme che si fermano a consolare un bambino caduto anche se non è il loro.

Le mamme italiane, all’estero, le riconosci. Sono quelle che, ad ogni tappa evolutiva, ad ogni regalino portato a casa, ad ogni fine di percorso, piangono.

Se poi sei in un teatro a guardare un saggio di fine anno, pieno di tanti e tanti bimbi neri che ballano e portano in scena una coreografia e in mezzo a loro c’è un solo puntino bianco, perfettamente integrato, sorridente, felice, la mamma italiana la riconosci da lontano.
È quella che sta singhiozzando.

martedì 7 aprile 2015

Simpatia, portami via



Figlio grande è un Patato, si sa.

Diciamo però che è un patato cosciente del suo sapere e vagamente presuntuoso. Il ché, nella giusta misura non guasta.
Ha una faccia da angioletto e difficilmente potresti immaginarlo antipatico.

Ma lui ci riesce eh, e anche bene.
Saccente e testardo, ti dà ragione solo dopo che gli hai dimostrato che si sbaglia e a volte dopo ulteriori conferme da parte di terzi che è proprio vero che a sbagliare sia stato effettivamente lui e non tu.
Noi lo si percula chiamandolo Patato Granger, non a caso.

Una delle cose che mio figlio ama simpaticamente rimarcare è il suo essere più bravo di me con il francese (cosa ovvia).
Mi corregge accenti, pronunce, nomi, traduzioni.
Insomma, francamente, mi massacra.

L’apoteosi l’abbiamo raggiunta l’altro giorno in macchina, quando la Fra dopo averli presi dalla lezione di inglese doveva incontrare una sua amica per darle delle cose. Ovviamente la Fra non solo non era mai stata a casa della signora in questione, ma non conosceva neanche il quartiere e non aveva quindi molti punti di riferimento.

Insomma ad un certo punto è stato palese che la Fra era un filo in difficoltà e si è decisa a chiamare la sua amica per avere qualche coordinata in più. Dopo un sommo sforzo per capire la sua interlocutrice, la Fra, sudata, ha chiuso la chiamata.

Mamma, allora hai capito dove devi andare?
Ehm, no, amore, non benissimo. Sai lei parlava veloce, io stavo guidando e non conosco molto bene il quart…
Mamma avresti dovuto farci parlare me, così eravamo sicuri che saremmo arrivati. Ora ti perderai, di nuovo.

Più che Patato Granger, da ora lo chiamerò Percy Latana, uff.