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giovedì 20 aprile 2017

Ricomincia da qui...


Dai una spinta a te stessa e poi ondeggi fino a trovare un equilibrio.
Un po’ di qua, un po’ di là senza una destinazione stabile, in un moto alternato che non segue la tua volontà: una volta voli, una volta scendi.
Quello che lei voleva era la dinamica, quando aveva iniziato il percorso, quello che non aveva previsto era l’alternanza tra buio e luce e tra sorrisi e lacrime.
Si dice sempre che si va dove si vuole andare, ma ci vuole forza. Fisica e di volontà.
Per sapere dove si sta andando in fondo c’è bisogno di una destinazione, altrimenti è semplicemente destino e farsi trasportare tra giorni che diventano mesi, o anni.

Lei si guarda intorno e si chiede cosa ci faccia lì e chi è quella persona che la guarda dallo specchio.
Intorno uno sfondo di gente chiassosa e indaffarata, che sembra aver chiaro ciò che a lei è troppo che sfugge: uno scopo.

Un passo dopo l’altro, tra gradini affollati e parole che le sfuggono, esce dal metrò e cerca una strada qualsiasi in cui riversare i suoi pensieri in silenzio.
Pensa a Lui, perso ormai troppe stazioni fa. Pensa a Lei e ai loro sorrisi freschi e ancora acerbi. Le mancano, entrambi. Pensa a se stessa e un vuoto cupo le nasce dentro. Si manca anche lei.

Perché è andata via? La assale la paura, quella che ha provato quando ha visto una certezza nello sguardo di Lui; la assale l’angoscia di aver fatto una cazzata. Se potesse scegliere un regalo dall’universo, chiederebbe di uscire da questo tunnel di paura e rimpianti o quantomeno di trovare quello tra i due che le pesa di più nel cuore, e capire. Invece è avviluppata tra ciò che la spaventa e ciò che le manca.

Si è osservata, prima. Non lo fa mai, ma è stata colta a tradimento da uno specchio che non si aspettava… cosa ci fa uno specchio in una fermata della metro in periferia?
Oggettivamente è ancora bella, forse qualche etto in meno ma i vestiti le calano addosso ancora bene e senza ombre brutte. Lui glielo diceva sempre: il tuo corpo è un’alternanza perfetta di chiaroscuri, non permettere mai che arrivino le ombre.
Le scappa un sorriso, a ripensare a quando quel corpo era una mappa geografica di scoperte e si completava con un altro. E forse è quel sorriso, che colora improvvisamente la stradina deserta.
Esce ogni giorno, lavora, gestisce una quotidianità indaffarata, ma è troppo tempo che non si lascia inzuppare un po’ di colori e stagioni. Li vede, li avverte, ma non li vive da un po’.
Chi vuole punire? Lui per aver cercato di fermarla e poi averle permesso di andar via? Lei per averle promesso un tempo infinito e averle dato solo giorni? Se stessa?

Alla fine capirai che per quanto tu possa far pagare agli altri le tue insicurezze, la punizione peggiore la riserverai a te stessa.
Le parole di sua madre le rimbombano della mente e come in un flipper toccano posti che si illuminano di sentimenti, emozioni, paure, rimorsi e rimpianti. Le manca, ma non è capace di dirglielo. Le manca, ed è una mancanza che la attraversa tutta e la lascia vuota di assenza e piena d’amore.
È quella sensazione o il sole, a scaldarla? Sente la pelle come qualcosa di più vivo, pulsante, fremente.

Persa tra i pensieri, non ha la minima idea di dove sia, né di come ci sia arrivata. Ha seguito tanti percorsi nella sua mente da aver perso il senso di quelli dei piedi.
Si è presa un giorno di pausa, e come fa tutte le volte che non lavora, è venuta ad esplorare la periferia della città. Non le interessa il centro, fatto di scintillii e cose scontate, preferisce zone dove la vita è imperfetta, sudata, viva, vera. Come la sua, che però come un po’ in tutti gli aspetti, si colloca in limbo intermedio, quello di chi ha paura di prendere posizione e definirsi.

Scoprire dove si trova sarebbe un attimo, ma lei non vuole certezze. Prima o poi troverà un riferimento, ma adesso a cosa le serve sapere?
“Mi dai il tuo telefono un attimo?” è una voce che le pare di riconoscere, e si volta.
Ed è Lui, potrebbe essere Lui, le sembra dannatamente Lui.
La mente si affolla talmente tanto di parole di non riuscire a farne uscire neanche una ma allunga la mano, dà il telefono ad una mano sconosciuta eppure forse no.
“Mettiti lì, appoggiati al muro, lasciati andare, sorridi”
Non sa perché, ma lo fa. Non le viene da sorridere, poi ripensa a quanto surreale sembri tutto questo, a quanto si senta pazza, a quanto forse lo sia stata a dare il suo telefono a qualcuno che probabilmente tra due secondi scapperà via… e ride. Ride di cuore, di se stessa, della sua follia, dell’aver scambiato quello sconosciuto per Lui.

È un attimo, e il telefono è di nuovo nella sua mano.
Lo sconosciuto la guarda, sorride. “Quando vuoi ricominciare, ricomincia sempre da qui”.
Poi va via, lasciandola orfana di un’illusione a fissare il suo telefono come se scottasse, come se non fosse più solo il suo. Cosa ha fatto quel ragazzo col suo cellulare? Non lo sa, stava ridendo, pensando, sorridendo.

Si siede su una panchina lì davanti, guarda l’elenco delle telefonate, delle mail, i messaggi, le chat… Nulla che dica che qualcuno è stato lì. Poi apre le foto, per abitudine, distratta, indolente, annoiata.
Ed è lì che si vede con gli occhi di Lui, come nessun altro l’ha vista mai.
Si gira, vede il muro, ride.
Ricomincia sempre da qui”. Capisce, piange.

progetto fotografia e scrittura delle Instamamme (photo credit Francesca Guerrini)


Era davvero Lui? Era qualcuno le ha visto dentro come fosse trasparente.
Si stringe al dubbio come a qualcosa di prezioso e caldo e si incammina, su un cammino decisamente nuovo.



Questo post partecipa al progetto di fotografia e scrittura delle Instamamme, scopri anche tu come partecipare!

venerdì 27 maggio 2016

Maternità e lavoro


C’era una volta una bambina che sognava di fare la mamma, un po’ come tutte le bambine col vestitino a balze e i codini.
Poi c’è stata una ragazzina che voleva fare l’architetto, modificare lo spazio, controllare l’indefinito.
Poi è arrivata una ragazza che voleva essere entrambe le cose, con la stessa urgenza e la stessa passione.
Infine, ecco una giovane donna che voleva essere madre, e il resto che si arrangi.

La donna adulta che oggi è dietro a questa tastiera, le guarda e le contiene tutte e quattro e sorride. Un sorriso un po’ amaro, perché la vita non è mai quell’equazione certa che credi possa essere fino a che non ti ci lasci inzuppare un po’.
Un sorriso aperto e onesto, perché nonostante tutto, ha trovato un equilibrio.

Ha scoperto che fare solo la mamma non le sarebbe bastato mai.
Ha scoperto che non seguire i suoi figli non fa per lei, non delegherebbe mai a nessuno il suo ruolo di educatrice, consolatrice, confidente. Ed è stata una scoperta sorprendentemente recente.



Ogni cosa arriva quando sei pronto a riconoscerla, e accettarla. Per me ci sono voluti anni di mutilazioni dell’ego e della stima di sé stessi per accettare che la prospettiva di essere “solo” la madre dei miei figli mi facesse venir voglia di fuggire lontano. E no, non sto scherzando.

Ho vissuto la maternità come una bellissima prigione dorata, pur avendo voluto e cercato entrambi i miei figli, forse a causa del presupposto sbagliato: pensavo che la maternità sarebbe stata la mia realizzazione… Ma la maternità non è qualcosa che ci appartiene, è il creare qualcosa che appartiene al mondo, che non controlli, che non deve realizzare te quanto sé stessa, grazie anche a te.


Un figlio non può essere una realizzazione, è e deve rimanere troppo sé stesso per realizzare te.
Anni di disagio per capirlo, o meglio per accettarlo. Anni in cui ti senti la peggiore delle madri perché hai concettualmente bisogno di tempo da adulti e invece passi le giornate col cubotto parlotto. E non sei felice.
Certo, la scolarizzazione dei miei figli, iniziata al nido, ha contribuito alla mia sanità mentale, ma mancava la difficilissima fase di accettazione della differenza tra come ti immaginavi e come invece hai scoperto di essere. Per cui ok, senza bimbi perché a scuola, ma anche senza scopi.

Il mondo del lavoro non ama le madri, scioccamente e banalmente, figuriamoci quanto possa amarne una che deve ricominciare da zero dopo due maternità e in un periodo di crisi del suo settore. Così ero a casa, a sentirmi la peggiore delle madri, again, perché nonostante i miei figli fossero a scuola e avessi tempo, non riuscivo a trovare il mio spazio, l’oasi felice della mia realizzazione.

Cosa sai fare? Mah, scrivere, dicono. Ok. Te la senti? No.
Altre cose? Ho fantasia. Imparo in fretta.
Ed è così che ho ripreso in mano la mia passione per l’artigianato, scoprendo nuovi materiali, perfezionando tecniche, inventandomi qualcosa di nuovo e proponendolo nei mercatini. Amo la gente, amo lo scambio, amo mettere la faccia in ciò che faccio.

Quando la cosa stava iniziando a diventare più seria, avevo gettato delle basi, iniziavo a essere conosciuta almeno in ambito locale… siamo partiti.
Dire che l’abbia presa male, sotto questo aspetto, è un blando eufemismo: ero arrabbiata, delusa, scazzata… santo subito il lavoro di mio marito, ancora più santo perché era grazie a quello che stavamo vivendo quella realtà che poi ci avrebbe cambiato la vita, ma perché dovevo essere sempre io a rinunciare, a ricominciare, a ricostruire?
Siamo arrivati ad un passo dal divorzio, in quel periodo. E anche su questo, non sto scherzando.



Poi è arrivato Instamamme. Il mio lavoro.
È arrivato come un gioco, qualcosa in cui buttarsi perché tanto di tempo ne avevo, cosa potevo perderci?
È arrivato senza crederci troppo… ma dai, io che lavoro in gruppo? Con altre donne, poi. Non ho la costanza, non l’avrò mai. Non ho la pazienza, la conciliazione.
Però non avevo nulla da perdere, e mi sono detta “proviamo”.

E siamo ancora qui.
Oggi instamamme non mi fa pagare le bollette, ma mi rende contenta del tempo che gli dedico e del tempo che dedico ai miei figli, in uno strano equilibrio in cui mamma c’è ma sta lavorando oppure mamma c’è perché c’è bisogno che ci sia e pace; in cui se non posso lavorare oggi, lo farò stanotte. In cui il nostro datore di lavoro siamo noi stesse, ognuna con sé stessa e con le altre.

Oggi i miei figli considerano Instamamme un lavoro, e non solo perché mi occupa parte delle giornate o mi distoglie da loro. Ne fanno parte anche loro, si sentono coinvolti, vengono coinvolti, capiscono e apprezzano l’impegno che mi vedono mettere in quello che faccio, capiscono la stanchezza, apprezzano il risultato quando viene loro presentato.
È questo che rende instamamme il mio lavoro ed è curioso e bellissimo notare che non solo ha in qualche modo avuto origine dall’essere madre, ma ci si confronta ogni giorno.

Ognuno di questi due ambiti, la maternità e il lavoro, mi permette di migliorare me stessa nell’altro: sono una mamma migliore perché sono felice, sono una lavoratrice migliore perché l’essere madre mi fornisce stimoli e fa trovare soluzioni e conciliazioni che prima non avrei neanche mai preso in considerazione.


Diciamo che ho trovato un equilibrio, qualcosa che mi permetta di scegliere, di non delegare, che non mi faccia sentire prigioniera di un ruolo o di un lavoro in cui a dettare condizioni e tempi non sia io. Non è poco, davvero.
È fortuna, impegno e forse un pizzico di follia. Ma questo solo la donna matura poteva saperlo.



Con questo post partecipo all'iniziativa "Instamamme vuole anche te"... scopri come farlo anche tu! 

sabato 21 maggio 2016

Milano, che mi fa bene e mi fa male


Milano mi piace: mi è piaciuta in estate, deserta e con un cielo da cartolina, mi è piaciuta in un freddo capodanno con un’aria noncurante e sospesa, mi è piaciuta in questo maggio che sembra marzo, in metropolitane affollate e strade piene di turisti e persone indaffarate nei loro perché.




Questa volta, Milano è stata il mio primo MammacheBlog: un evento cui volevo assolutamente partecipare, dopo anni in differita. Un evento che mi ha fatto fare il pieno di sorrisi, di abbracci, di stimoli, di amicizia, di tante persone finalmente conosciute al di là di quello schermo che un po’ ci unisce tutte. Un evento in cui finalmente puoi toccare con mano l’impatto di ciò che hai costruito, dell’amore e dell’impegno che ci hai messo. Pare poco.



Questa volta Milano è stata una chiacchierata ad un tavolino di un bar, importante e preziosa. È stata l’abbracciare finalmente una persona con cui dividi scazzi, gioie, preoccupazioni, qualunque cosa da quattro anni, senza averla mai vista dal vivo. È stata un gruppo che ha la sua forza nella stima, nel conoscere punti forti e deboli l’una dell’altra, nel concederseli, nel perdonarseli, nello stimolarsi a mettersi in gioco, giorno dopo giorno.


Questa volta, Milano, è stata una strana quotidianità condivisa con una persona cui voglio molto bene. Sono stati momenti rubati agli impegni di ognuna, bei momenti, parole, racconti, confronto. Quelle cose che seppur brevi hanno un peso specifico enorme, nell’economia dell’esistenza.

Questa volta Milano è stata una strana autonomia cui non ero abituata: 5 giorni per me, per il mio lavoro (che mi concedo di non mettere tra virgolette, perché alla fine tale è devo essere la prima a riconoscerlo, per dargli la dignità che merita), lontana dai tre uomini più importanti della mia vita. Era già capitato, ma solo per problemi di salute. È stata una solitudine pesante e strana, fatta di sigarette per riempire un vuoto, fatta di negozi da vedere con tranquillità, fatta di voglia di condividere e mani libere da manine piccole e sudate. Forse ci si può fare l’abitudine, ma è presto.


Questa volta, Milano, è stata un’assoluta e limpida nostalgia di qualcosa che vorrei e che non avrò mai, a meno di ribaltare di nuovo tutto quanto. È stata una Milano dove tocchi le occasioni, dove il tuo lavoro avrebbe un senso decisamente diverso, dove scopri che un posto può essere un concime per ciò che stai piantando, semplicemente. Ho amato ogni viaggio in metro che mi ha portato a svolgere un lavoro, in quei giorni piovosi e un po’ pigiati di mille cose. Ho rimpianto ogni viaggio che non farò. Una scrivania in un posto bellissimo per lavorare confrontandosi con realtà diverse dalla tua ma recettive, costruttive, abituate allo scambio.

Ecco, Milano è stato tutto questo, con un piatto della bilancia che si alzava e si abbassava a seconda del contesto, della compagnia o della solitudine, del reale o del virtuale.

Milano mi ha lasciato piena di sorrisi e concretezza, di puntini di sospensione e congiuntivi. E forse, anche, un po’ vuota perché essere soddisfatti e felici è ben poca cosa se non puoi esserlo guardando in faccia chi ami.

venerdì 29 aprile 2016

Passioni e definizioni


Con il ritorno in Italia sono ovviamente arrivate nuove amicizie e conoscenze.

Che lavoro fai?
Domanda classica che mi lascia sempre un minimo in crisi.
Spiegare cosa faccio nella vita è complicato a volte anche a me stessa.
Perché io sono tante cose, tutte insieme, e le definizioni mi fanno paura… più che cosa sono, preferisco dire come le passioni hanno determinato e determinano la mia vita.

Sono un architetto. Non faccio l’architetto. Per i casi della vita, per scelta un po’ mia e un po’ degli altri.
Non c’è spazio che non veda come possibilità: questo fa di me un architetto ancora prima dei 40 esami che hanno fissato su carta che io lo sia davvero.
Sono un architetto, ma non è il mio lavoro. È più il mio modo di essere, in maniera complicata: vedo cose dove gli altri vedono spazi vuoti, oggetti, colori.

Sono una blogger?
Ecco, no, ho un blog in cui scrivo qualcosa e che qualcuno legge, non sono una blogger. Perché il blog lo scrivo per me, per fermare riflessioni, per scrivere, per raccontarmi e raccontare, per rileggermi e capirmi, anche a distanza di tempo. Mi emoziono sempre tanto se qualcuno mi legge o mi commenta, ma il fatto che qualcuno sia d’accordo con me o si emozioni a sua volta leggendomi non mi rende “qualcuno”, non mi fa guadagnare nessuno status particolare.

Mi fa paura chi si definisce “blogger”: si sta già dando un’etichetta che in realtà non lo qualifica, il più delle volte.
Un blogger fa pianificazioni temporali, si dà scadenze, fa calcoli di statistiche e opportunità sui giorni in cui pubblicare. Il più delle volte ha abdicato allo scrivere di sé a favore di scrivere di un personaggio che ha le sue stesse sembianze.
I blog nascevano anni fa come diari online, e sono oggi strumenti commerciali. Non posso farcela, sono ancora troppo romanticamente legata a quell’idea di raccontarsi per confrontarsi, in maniera gratuita, spontanea. Poi lo faccio eh, pianifico etc, ma in un progetto più grande e non solo mio.

Scrivo
un po’ ovunque e con facilità, parlando di qualsiasi cosa.
Ma non puoi definirti “scrittrice” solo perché tutto sommato sai scrivere e qualcuno legge quello che scrivi e gli piace pure. Sei una scrittrice se hai qualcosa di serio e intelligente da scrivere e se sai renderlo attraverso parole che sappiano trasmetterlo agli altri. Se scrivi per comunicare qualcosa e non quello che altri vogliono leggere. Se sai mettere in parole i personaggi che hai dentro, se riesci a concederti di farlo.
Scrivere è una passione, secondo me. Quando lo vedi come un lavoro, scrivi per gli altri.

Quando devo parlare di cosa faccio nella vita, oltre alla mamma ovviamente, parlo sempre di un gruppo di donne che un giorno si sono incontrate virtualmente e, nell’infinita vastità del mondo virtuale, hanno visto la possibilità di condivisione delle proprie storie e esperienze. Senza definirsi, senza credersi qualcosa. Senza avere la pretesa di avere cose più belle, più sensate, migliori, più intelligenti da dire rispetto ad altri.
Insieme ad altre splendide donne gestisco quella che nel tempo è diventata una community, senza che ci fosse la volontà o il calcolo di diventarlo. Mi condivido, faccio in modo che altri possano farlo. Organizzo tempo e contenuti per offrire spazi di confronto e riflessione.
Anche in questo caso definirsi è difficile, forse perché alla fine non mi interessa farlo.

All’atto pratico la cosa che mi è più facile far arrivare di me è l’aspetto creativo: creo e faccio mercatini. Trasformo le cose in altro, interpreto materiali e colori.
Nel passato ho fatto biedermeier, pittura su vetro, decoupage, mille altre cose. Creo bamboline e bigiotteria, adesso.
La domanda seguente è sempre: che tipo di bigiotteria fai? Quella che mi viene di fare, e solo rigorosamente pezzi unici.
Ma come pezzi unici? Ma non sarebbe più vantaggioso riprodurre cose che sai già che piacciono?
Sì, lo sarebbe. Ma se io stessa sono un continuo mutamento, che senso ha fermarmi immobile in una singola cosa in cui ieri vedevo qualcosa che oggi già non vedo più?
So vendere ciò che faccio proprio perché è parte di me, perché l’ho pensato, smontato, rifatto finché non fosse esattamente un qualcosa in grado di parlare un linguaggio che saprei rileggere. Ma non sono una commerciante, perché non saprei mai vendere una cosa a chi non sa apprezzarla. Non so mentire, mai stata capace.

Quindi sono un architetto, ma non lavoro da architetto.
Ho un blog, ma non sono una blogger.
Scrivo, ma non sono una scrittrice.
Gestisco, insieme ad altri, una community in cui, nello specifico, creo spazi e tempi in cui alcune persone parlano di sé, aiutandole a fa uscire da loro ciò che rappresenta loro e non me.
Realizzo cose artigianali, ma non sono un’artigiana. Le vendo, ma non sono una commerciante.

Sono tante cose ma alla fine forse sono solo Francesca, una persona comunissima con tante passioni… e forse mi basta anche così.

Con questo post partecipo all’iniziativa Instamamme vuoleanche te, se vuoi unisciti a noi!

giovedì 11 giugno 2015

Una prova costume lunga tre anni e mezzo



Ho sempre avuto con il mio corpo, con la mia esteriorità, un rapporto tutt’altro che sereno.
Fosse stato possibile uscire mettendo uno scafandro, probabilmente lo avrei fatto.
E, a ben guardare, di scafandri virtuali me ne sono messi addosso parecchi, negli anni, per non sentirmi sulla pelle il peso del giudizi altrui.

Poi sono arrivata qui.

Con questa premesse, si può capire con che serenità d’animo io abbia affrontato l’idea di vivere in un posto in cui è estate 9 mesi l’anno e in cui praticamente l’unico svago sia andare al mare, o in piscina.
Tutte attività che comportano una quota parte di pelle scoperta maggiore di quella che mai ero stata disposta a concedere.
Praticamente il miglio verde della salvaguardia dell’ego.

Peccato che una protezione 50+ per l’ego non la facciano.
Quindi: sei a ridosso di una pista da ballo, o balli oppure ti metti seduta su una sedia a guardare gli altri ballare e a far finta di nulla.
Può andare bene per una sera, per quattro anni ovviamente no.
E così, quel primo week end, mi sono messa un costume e sono andata al mare con gli altri.

Rendendomi conto, per la prima volta in vita mia, che in quel contesto l’unica a notare il mio corpo ero io e che agli altri, più del mio fisico, arrivava il mio disagio.
Anzi che era il mio disagio a far loro notare cose verso le quali non avevano il minimo interesse. Una bella lezione di vita, insomma.

Poi ho scoperto, col tempo, che una delle peculiarità di questa società in cui mi sono ritrovata a vivere un po’ per caso, è quella del non giudicare in base a canoni prestabiliti.
In qualunque modo tu sia fatto, qualunque vestito tu scelga di indossare, di qualunque colore tu abbia i capelli o la parrucca, nessuno ti dirà nulla. Nessuno riderà di te, del tuo corpo, della tua parrucca, dei tuoi vestiti.

In questo posto del mondo la prova costume non esiste, concettualmente.
Ed è una sensazione meravigliosa, a dirvela tutta. Un profumo di libertà che non ho mai respirato altrove: nessuno sguardo, nessuna risatina, nessuna battuta cattiva fatta a mezza bocca.
Se stai bene con te stesso, andrai bene anche agli altri. Ecco qui non è un consiglio da psicologo, qui è una realtà che copre tutti come un grande lenzuolo di serenità.

È tutto così semplice, che non sembra neanche possibile.

L’anno prossimo, o forse anche questo, se riuscirò, mi aspetterà una prova costume diversa, in un mondo diverso e sotto occhi diversi, soprattutto.
Speriamo di aver fatto il pieno di indifferenza o di auto-accettazione, altrimenti mi toccherà cercare quella famosa protezione 50+, capace che nel frattempo qualcuno l’abbia inventata.


Con questo post partecipo all’iniziativa Instamamme vuole anche te  che invita i blogger a trattare il loro tema del mese; se sei un blogger e vuoi partecipare vai a leggere come fare: più siamo e più sarà divertente confrontarsi e scoprirsi a vicenda!

mercoledì 14 gennaio 2015

Cartomanti e Comunità



Due anni e mezzo fa ero a Ferrara.

La prima vacanza a due dal viaggio di nozze. Una vacanza che sapeva di libertà e mille possibilità, di spritz in piazza e posti da scoprire, di letti comodi e di docce da fare insieme. Tre giorni di coppia, di parole, di sogni, di pausa dai bambini e anche dai noi stessi-genitori che ci eravamo cuciti addosso.

In quei giorni di agosto, la nostra meta ospitava il Ferrara Buskers Festival ed era piena di colori, suoni, luci, danze, canti, creatività. Una città d’arte che si confrontava, come ogni anno, con l’arte di strada, un’arte dinamica, ridanciana, gioconda.

Fu una di quelle sere: mi avvicinai ad una ragazza che leggeva le carte, con il timore che accompagna tutto ciò da cui possiamo lasciarci condizionare. Ero timida e impacciata, su quella sedia in strada.
Lei mi disse tante cose, tra le quali che dovevo fare un percorso per lasciarmi indietro delle cose brutte del passato. Beh, a voler essere scettici, e io lo sono sempre, tutti noi abbiamo delle cose del passato da lasciarci dietro.
Poi mi disse che nel mio futuro,  già da quello prossimo, vedeva una comunità, un’aggregazione di persone che sarebbe stata per me molto importante.
Ero stata a Venezia da Amicadisempre e si era parlato del buddismo, una pratica che mi aveva sempre affascinato e che lei stava iniziando. Avevo contattato una buddista della Soka Gakkai, alla Terra di Mezzo, e pensavo che le carte, proprio a volercela vedere, si riferissero a quello.
Certo, c’era quel gruppo chiuso di mamme che frequentavo, ma io non sono tipo da appartenenze o gruppi.

Cinque mesi dopo nasceva Instamamme, quasi per gioco, per la voglia di condividere le nostre esperienze e confrontarci con altre mamme nella rete.
Instamamme in realtà era nata prima, con un’aggregazione spontanea a partire da un tag su Instagram, ma io non c’ero e di quel nuovo social non capivo ancora nulla. Forse per quello per me la vera nascita di Instamamme è stata il 14 gennaio di due anni fa, con il nostro primo sito. Un parto cui ho assistito, ero lì, c’ero.
C’era anche il mio proto-calendario, lontano anni luce dal delirio di adesso. C’erano i racconti delle prime fasi della vita qui, c’erano le foto dei miei figli, c’erano le mie esperienze, c’era il mio nome, insieme a quello di altre persone.

Spiegare oggi cosa sia per me Instamamme è insieme complicato e facilissimo.
Instamamme è un nido caldo quando mi sento giù, è un progetto realizzato, è qualcosa che ho contributo a creare.
Instamamme è la quotidianità, il telefono controllato appena sveglia e la buonanotte la sera.
Instamamme è una community, ma è anche, profondamente, un rapporto a otto in cui ci vuole pazienza, affetto, stima, voglia di tenersi.

Ecco, quello che la nostra community vede ogni giorno, è proprio la polaroid appena scattata di questo strano matrimonio a otto, delle idee che ribollono e si rimpallano, della voglia di mettersi e vedersi in gioco.

Instamamme è qualcosa che mi ha cambiata, che mi ha fatto mettere in discussione la mia repulsione per l’appartenenza, che mi ha dato fiducia in me.
Ecco, questo è Instamamme, oggi per me. Ogni giorno un traguardo e un nuovo inizio di percorso, una spinta a migliorarmi e a mettermi in gioco.

Ci ripensavo l’altro giorno, a ridosso di questa data per me così importante, a quelle carte lette in strada in una calda serata ferrarese.
Forse è vero che alcune cose sono scritte nel destino, ma sicuramente dipende da noi scegliere che percorsi prendere ad ogni bivio. Ad un certo punto della mia strada ho scelto un bivio che mi vedeva camminare insieme ad altre donne.
Quell’aggregazione non si vedeva neanche da lontano: l’idea di poter formare una community con più di 9 mila followers non era neanche contemplata.
La riconosco oggi, quando scrivo mail e mi si risponde con affetto, quando se mi presento come una delle fondatrici di Instamamme, c’è chi capisce al volo di cosa sto parlando e anche come penso e come scrivo.

Ripensare oggi a quelle carte mi dice che forse, a chissà quale bivio ho scelto la strada giusta… che lo sia in assoluto non posso dirlo, ma di sicuro è stata quella giusta per me.

mercoledì 30 aprile 2014

FM Awards 2014




Perché dovreste votare le Instamamme ai FM Awards?
Innanzitutto cosa sono i FM Awards, chiederete voi.
FM Awards sta per “Fattore Mamma Awards” e sono un riconoscimento che viene dato  a realtà, iniziative e progetti portati avanti da mamme e papà.

L’anno scorso, ed eravamo online da quattro mesi, arrivammo seconde. Nell’ultimo anno abbiamo ampliato talmente tanto il nostro progetto che la domanda giusta è: perché non dovreste votare Instamamme?
Instamamme, che noi ancora affettuosamente chiamiamo blog, è stato fin da subito un sito e, oggi come oggi, è praticamente un portale.

Una media di tre, a volte quattro, articoli al giorno dedicati alle esperienze, alla condivisione, alle curiosità, agli approfondimenti, alle riflessioni, ai suggerimenti.

Una serie di rubriche fisse, tra cui anche La Tana Africana (come, non ve ne eravate accorti? Correte a leggere anche lì le nostre avventure!), dedicate alla casa e alle esperienze genitoriali.

Una grande varietà di argomenti: dalla bellezza all’attualità, dalla salute alla cucina, dal craft all’astrologia.

Tanti collaboratori con competenze specifiche, tra cui anche  pediatra, omeopata, psicologa, educatrici, insegnanti.

Un disegnatore bravissimo con strisce inedite.

Tante collaborazioni che coinvolgono i lettori, tante iniziative fotografiche, tante occasioni da cogliere, tanti spunti su cui riflettere.

Instamamme è oggi una realtà con quasi centododicimila foto taggate su Instagram, un profilo twitter attivo, una fanpage su Fb costantemente aggiornata sulle novità, un gruppo FB dove poter chiacchierare in maniera più diretta, dovere ridere e sfogarsi, dove raccontare e esprimere i propri pensieri (cercateci!).

Ma soprattutto Instamamme è un gruppo di mamme con voglia di condividersi e coscienza che il confronto sia un modo per conoscersi e aiutarsi reciprocamente.

Quindi, ripeto la domanda: perché non dovreste votarci?

Farlo è semplicissimo: basta andare su www.surveymonkey.com/s/FmAward2014 , noi siamo il progetto 26.
Ovviamente più spargete la voce e meglio è: i vostri voti ci aiuteranno ad arrivare alla finale, dove il nostro progetto sarà sottoposto al giudizio di giurati selezionati da Fattore Mamma.
Scaldate le dita e andate a votarci, dateci ancora fiducia, aiutateci a crescere. L’anno scorso eravamo ancora una scommessa, oggi siamo una realtà concreta e di qualità!
Grazie!