Visualizzazione post con etichetta malheureusement. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta malheureusement. Mostra tutti i post

venerdì 26 maggio 2017

Vaccini e riflessioni





Come la penso sui vaccini è cosa nota: la salvaguardia della comunità viene prima di ogni libertà del singolo che possa metterla a rischio.
Ammetto, senza problemi, di non essermi mai posta tanti dubbi sui benefici dei vaccini: il semplice vaccino anti influenzale (tra le altre millemila medicine che prendeva) ha permesso a mio padre, la cui situazione era ben più che compromessa a livello circolatorio e cardiaco già nel lontano 1998, di vedermi laureata, di potermi accompagnare a mettere una firma importante, di conoscere e amare i suoi nipoti.

Poi sono andata a vivere in Africa, dove i vaccini hanno avuto un ruolo fondamentale per la mia sicurezza e per quella di tutta la Tana e dove i vaccini hanno ancora il ruolo, che tocchi veramente con mano, di salvare tante vite.
L’esperienza africana mi ha fatto interrogare, fin dai primissimi tempi, su quanto noi occidentali diamo per scontata  una prevenzione delle malattie e una sicurezza data da un’immunità di gruppo che permette(va, a conti fatti) di poter fare dei distinguo e scelte diverse.
Oggi, nel nostro civilissimo Paese, la situazione è ben diversa.

La libertà di scelta ha portato a risultati critici, che hanno indotto un’azione di forza limitativa del libero arbitrio per questioni di sanità pubblica.
Da vaccinista quale sono, ora sono contenta?
, perché ravviso in tutto questo una volontà di tutelare chi non può tutelarsi (immunodepressi, bambini non ancora vaccinati, malati, persone che nonostante il vaccino non hanno sviluppato gli anticorpi).
No, perché se si è arrivati a tutto questo vuol dire che qualcosa non ha funzionato e la limitazione di una libertà di scelta è qualcosa che storicamente e filosoficamente mi turba non poco: abbiamo veramente gestito così male il libero arbitrio da portare il nostro Stato a togliercelo? Non è una perdita che abbiamo inflitto a noi stessi?

La tentazione fortissima, in cui sono caduta anche io, è quella di bollare chi ha scelto di non vaccinare come “idiota”. E ce ne sono, eh, come per ogni convinzione: del resto c’è anche chi è disposto a credere ancora che la Terra sia piatta, per dire.
Però i cosiddetti antivax non sono tutti idioti: ne conosco personalmente alcuni di cui stimo la grande intelligenza, cui voglio bene e con cui ho legami importanti e profondi.

Tutto questo mi ha portato a pormi interrogativi, a cercare di capire senza accontentarmi del banale “complottisti” o del semplice “idioti”.

La rete, questa grande piazza di paese allargata, ha avuto e ha il grande merito di creare contatti tra le persone, di mettere a disposizione di chiunque, al di là del proprio titolo di studio o delle sue conoscenze specifiche in qualunque ambito, una varietà di informazioni incredibilmente vasta.
Questo significa che in rete, o grazie alla rete, troverai sempre chi ti darà ragione della tua idea o delle tue paure, qualunque esse siano.

Una informazione così vasta e non chiara porta a mille dubbi e ad altrettante paranoie, di ogni tipo (basti pensare all’allarmismo sull’Ebola in occidente). Una volta le cose così le trovavi nella posta di Cioè, oggi le trovi in gruppi Facebook, validate da condivisioni e like e si sa che qualsiasi cosa giri sui social non sempre viene controllata prima di essere ricondivisa; viene manipolata (anche in assoluta buona fede, eh), strumentalizzata, proposta per uno scopo (dal più banale “vendere un prodotto” al più sudbolo “instillare un dubbio”).
Sono la nostra storia, la nostra sensibilità, le nostre aspettative, i nostri ideali a farci scegliere in cosa credere. È anche il nostro carattere.

Sull’argomento vaccini, per restare in tema, in rete si trova di tutto.

Una delle cose che, confrontandomi con persone che hanno scelto di non vaccinare, esce più spesso è la poca fiducia nelle istituzioni, a livello globale. L’idea che dietro ad ogni scelta che viene fatta per noi ci sia la volontà di danneggiarci, di renderci schiavi, di imbrogliarci. Non sono così ingenua e ciecamente fiduciosa da non credere che su alcuni aspetti la cosa abbia un senso, peraltro.

In questo clima di sfiducia è ovvio come messaggi complottistici possano trovare terreno fertile, a livello politico ci sono intere fazioni che ci campano per dire, e diffondano sfiducia a tutto campo.
Se teorie antivax oggi in campo medico vengono confutate a livello macroscopico e scientifico, dati alla mano, per alcuni è ovvio che i dati siano falsati, che ci sia una congiura. Basta guardare il caso di medici antivaccinisti che sono stati (giustamente) radiati dall’Ordine dei Medici: ormai sono martiri. Per quanto mi riguarda, se non segui un protocollo scientifico non sei un medico ma uno stregone e ti prendo per tale, ma non per tutti è così e più che bollarli come idioti senza cervello ci sarebbe da interrogarsi sul perché.

C’è, sempre a mio parere, sempre di più, una gran voglia di essere “contro”, di distinguersi, di non seguire la massa perché la massa è diventata quasi il male per antonomasia. Una voglia di affermarsi e dire “io mi sono informato anche da chi la pensa diversamente e ho valutato”. Il ché è giusto e sano ma pone diversi interrogativi.

Chi mi dice che quelle fonti siano sicure? Che non ci sia anche lì una manipolazione di dati, o peggio ancora la creazione di dati falsi, per perseguire uno scopo?

Lo scopo di una campagna antivaccini (ma anche di tante campagne che minano la fiducia nella scelta di massa), uno dei tanti, potrebbe essere anche quello di renderci ribelli rispetto alle istituzioni, di destabilizzare talmente tanto l’uomo da renderlo individualista e quindi più controllabile. Un po’ subdolo? Non mi stupirebbe, non mi stupisce più nulla ormai.
Chi mi dice, in pratica, che questo complottismo non sia altro che un complotto esso stesso per renderci soli e presuntuosi di cose che non sappiamo, basandosi su ignoranza (non nel senso negativo, quanto etimologico) e qualunquismo (cosa che tira tanto, altroché) per poi farci scivolare in una facile predisposizione ad un dominio senza leggi e più subdolo da individuare come tale?

Siamo veramente in grado, in assenza di studi nostri pregressi specifici, di valutare la veridicità di tesi che si schierano contro le organizzazioni sanitarie mondiali?

Si può dire: eh ma quelli che hanno istillato il dubbio sui vaccini e creato allarmismi sono medici. Ok. Ma sono tutti immunologi o specializzati in questo campo?
Io sono un architetto, ho fatto anche due o tre esami specifici (con interesse e profitto) sulla statica, la scienza e la tecnica delle costruzioni, ma non ho proseguito quella strada e non ho approfondito a livello teorico e sul campo l’argomento. Ciò mi rende perfettamente in grado, sicuramente molto più dell’uomo della strada, di capire di cosa si parli quando si parla di costruzione di un ponte, per esempio… ma ben altra cosa è essere in grado di progettarlo in modo che regga il peso di tutte le persone che ci passeranno sopra e devono poterlo fare in tutta sicurezza. Dovrei riprendere a studiare, fare gavetta, affiancarmi a persone più competenti di me, insomma (e sarebbe quantomeno etico se lo facessi prima di dare consigli, informazioni e direttive in tal senso).
Che un dentista, per esempio, ma per un medico generico per me vale lo stesso, si pronunci sui vaccini io lo trovo ridicolo: può farlo come uomo (e il suo parere varrebbe quanto il mio), di certo sa meglio di me di cosa di sta parlando, ma non è preparato in maniera specifica tanto da prendersi la responsabilità di affermare cose dandole per certe e di dare soprattutto alle sue opinioni un peso che non possono avere nelle scelte altrui.
 

Perché proprio in questo campo c’è così tanta confusione e si è pronti a bollare per malafede ogni protocollo tradizionale?

Perché, secondo me, c’è bisogno di trovare un colpevole quando capitano imprevisti e cose brutte, soprattutto ai nostri figli.
Il genitore che si trova davanti una diagnosi di autismo, in un bimbo che aveva sempre visto normale, sbrocca, come si direbbe a Roma, e ne ha tutte le ragioni. E per quanto le scoperte attuali vedano l’autismo come malattia a componente genetico, guarderà sempre con sospetto al vaccino, alla medicina, all’intero Ministero della salute, quando non alla Comunità Scientifica Internazionale. Ingiusto? Sì, ma comprensibilissimo. Se poi ci mettiamo medici (?) che, in barba alle evidenze scientifiche, gli dicono che sì, l’autismo di suo figlio è stato causato dal vaccino (perché è una risposta: non vera, non comprovata… ma una risposta che non lo vede “colpevole” di avergli portato un gene “malato”), il danno è fatto.

Trattandosi di salute, inoltre, non siamo inclini a perdonare l’errore e perdere fiducia può essere facile, me ne rendo conto perché ci sono passata anche io con i medici ivoriani la cui superficialità mi aveva portato ad una setticemia perciò cerco di non sottovalutare il fattore “storia personale” nelle scelte che ognuno fa, convinto ovviamente che siano le migliori. Spero sempre, e lo dico in assoluta sincerità, che nessuno di noi genitori abbia a pentirsi delle scelte fatte per presunzione e superficialità (cosa capitata a me, fortunatamente per una cosa non grave).

Il problema è che oggi grazie al complottismo, alle informazioni confuse, riportate, prese per vere al di là di evidenze scientifiche, le scelte sono abbastanza obbligate, e non c’è per niente da gioirne, nonostante le evidenze diano ragione ad una fazione piuttosto che all’altra.
Insomma, il navigare in questo mare oggi mi pare tutt’altro che dolce.

martedì 11 aprile 2017

Di voci, confronti e crescita




È la voce, quella che prima sparisce.
Ricordi le parole, i gesti, le espressioni, il viso, il modo di camminare, i gusti, il carattere… ma la voce ti lascia sempre più orfano.

È una cosa che atterrisce, che ti svuota. È l’esatta misura di quanto si perda la persona e non ciò che ci ha lasciato; è la consapevolezza che sei pieno di quella persona ma che non potrai mai più avere uno scambio con lei, che la quota parte della tua crescita che devi a lei si è fermata.

È qualcosa che ti colpisce alle spalle, inaspettatamente, quando stai facendo cose banali e le tue sinapsi ti portano un ricordo qualunque, cretino, banale… e vorresti solo avere un giorno, un’ora, anche un solo minuto di quella voce, di quella possibilità.

Sei ciò che sei anche in virtù di ciò che ti hanno dato, delle persone che ti hanno formato, che hai incontrato, che hai lasciato entrare. Il regalo che la vita ci fa è di rendere tutto questo duraturo a prescindere da tutto: lontananza, scazzi, la stessa morte. La cosa più pesante della morte di una persona è che non sia più possibile l’evoluzione, il confronto diretto.

Mio padre mi manca come mi mancherebbe un organo interno non vitale: vivi lo stesso, ma non è la stessa cosa. Sono ancora nella fase in cui si cerca un nuovo equilibrio, mi sorprendo ancora a pensare di raccontargli ciò che mi accade per avere consigli e conforto e mi accorgo che le risposte devo cercarmele in ciò che di lui mi ha dato negli anni, ma mi manca la voce e piango come una bambina in momenti intempestivi e improvvisi.

Non ho pianto mio padre, non abbastanza. Troppo dolore, troppe incombenze, troppa la maledetta razionalità che mi ha insegnato, o che ho ereditato da lui.
Non posso permettermi di rischiare di schiantarmi in mille pezzi, perché c’è chi conta su di me e merita di avermi intera.
Se c’è una cosa che mio padre mi ha insegnato, con i consigli e soprattutto con l’esempio, è che la vita va avanti, non aspetta che tu ti riprenda, che devi mantenere lucidità e ritrovare in fretta un equilibrio anche se i piatti della tua bilancia sono stati scossi violentemente. Perché non si vive mai solo per se stessi e non si ha modo e agio di perdersi se si è importanti per qualcuno.

Ogni tanto trabocco, sono umana, certo. Non la prendo come una sconfitta ma piuttosto come un fatto naturale, e vado avanti. Ogni tanto riesco anche ad essere felice senza sensi di colpa.

Non ho avuto una vita facile, di ciò che sono non mi è stato regalato nulla e ne sono orgogliosa e forse è anche questo che mi aiuta: so che ho superato tante cose difficili, alcune molto brutte. So che se oggi sono qui è anche in virtù di quello che è stato, nel bene e anche nel male.

La vita in fondo non è che la continua evoluzione di se stessi rispetto a fatti contingenti, imprevisti, occasioni, scelte.
Una volta ero proiettata sul futuro, e perdevo di vista il presente.
Una volta ero cristallizzata nel passato, e non pensavo di meritarmi un presente.
Oggi so che la vita è oggi, adesso, questo istante. Posso programmare, ma c’è sempre il margine di ciò che accade intorno. Ho imparato ad accettarlo, forse è stato l’ultimo regalo di mio padre.
Ma la voce, dio, la voce è ancora una ferita aperta.

sabato 24 dicembre 2016

Ciao papà...


Ci siamo sempre assomigliati tanto, io e te.
Stessa corporatura, stesse mani, stesse unghie, stesso carattere un po’ di merda.
Ugualmente fumini, ugualmente presuntuosi. Stesso modo di prendere fuoco se arrabbiati e di farsela passare in fretta.
Ci siamo sempre capiti al volo, alzandoci la palla per battute ironiche al limite del caustico.
Stessa abitudine di pretendere tanto dagli altri ma in prima battuta da noi stessi. Stessa incapacità di dire “non ce la faccio, arrangiatevi”.
Stessa passione nel lavoro, stessa razionalità.
Ho passato trent’anni a percularti per l’uso di excel pure per fare il caffè e oggi faccio lo stesso anche io.
Stesso bisogno di programmare e avere tutto sotto controllo.

Sai papà avevo sempre creduto che si diventasse grandi sposandosi, trovando un lavoro, comprando una casa, mettendo al mondo dei figli. In questa settimana ho capito che si diventa grandi quando ti muore un genitore, perché in prima linea ci sei improvvisamente tu, e non sei mai pronto per affrontare questo passaggio, nonostante figli, lavoro, famiglia, casa.
Perché non potrò più dire “papà ho un problema” e ascoltare consigli o spiegazioni, ma sarò io la persona cui verrà richiesto di risolvere problemi, trovare soluzioni, segnare la strada.
E a questo passaggio di consegne non si arriva mai pronti o quantomeno mai pronti del tutto.

Avrei voluto avere più tempo, vederti invecchiare; avrei voluto che vedessi crescere i Patati e diventare gli uomini che adesso sono in boccio. Invece tu resterai sempre cristallizzato in quell’età e io continuerò ad andare avanti, un po’ zoppa e un po’ più sola.

Mi hai lasciato quella che sono, con quei pregi e quei difetti che erano anche i tuoi. Mi hai dato la capacità di non perdere mai la ragione, di non arrendermi mai. Mi hai sempre detto, di fronte alle mie mille paure e insicurezze, di buttarmi: “Cosa può succedere se non va bene? Ti possono ammazzare? Ecco, no, allora vai avanti”.
E io sto andando avanti, lo farò un po’ anche per te.
Manchi immensamente, soprattutto oggi, soprattutto ora.

martedì 15 marzo 2016

Grand Bassam, 13 marzo 2016.


Alcune cose che accadono ci sconvolgono più di altre, non tanto perché siamo noncuranti rispetto ad alcune, quanto piuttosto perché siamo più empatici nei confronti delle altre.
Empatia vuol dire capacità di immedesimazione, tra le altre cose.
È ovvio che più i gradi di separazione tra te e un evento, in termini di cultura, geografia, società, religione, sono alti in numero e meno sarai portato all’empatia. Potrai provare pietà, gioia o orrore, ma difficilmente potrai immedesimarti ed entrare nel cuore pulsante di una notizia, che sia bella o sia brutta.

Su quella spiaggia di Grand Bassam, fino a meno di 9 mesi fa, ci camminavo anche io. Ci passeggiavo, mi bagnavo i piedi nell’Oceano lottando con la corrente, sorridevo alle persone, compravo semi per le mie collane o parei da indossare sul costume.
In quell’Oceano mio marito faceva il bagno.
Su quelle spiagge, in quegli stessi stabilimenti, ci ho portato i miei figli quasi ogni weekend di sole.
Ce li ho portati con fiducia e con gioia, per cancellare il grigiore di una città in cui lo smog ti fa dimenticare che il cielo sa e può essere azzurro.

Se fossimo stati ancora in Costa d’Avorio, ieri saremmo stati quasi sicuramente a Grand Bassam, probabilmente proprio all’Etoile du Sud, come tante altre volte prima. Avremmo salutato il venditore di artigianato maliano, come sempre avrei finito per comprare perle e semi che già avevo ad un prezzo più alto del loro valore, fingendo di non saperlo. Saremmo stati seduti al tavolo che guarda verso l’Oceano, o forse saremmo stati in piedi a servirci per il pranzo a buffet della domenica.
E da lì avremmo visto arrivare la barca.

Quei corpi neri sulla spiaggia, fotografati nella loro disarmante crudezza, sono i corpi di persone che in qualche modo ho conosciuto, salutato, cui magari ho perfino sorriso, con cui ho fatto la fila per il pranzo o per il bagno, con cui i miei figli hanno nuotato in piscina.
Quei corpi bianchi potevano essere quelli di miei amici o di persone che hanno fatto le mie stesse identiche scelte finendo in quel luogo magari per caso, come me.
Quei corpi, tutti, indifferentemente, sono una ferita per un posto del mondo che cerca il suo riscatto e guarda ad un futuro, che sia il migliore possibile oppure no, e lo fa con fiducia.
Quei corpi, tutti, neri e bianchi, indifferentemente, sono una ferita per me, che ho amato e amo ancora di un amore contrastato e complesso un Paese che tanto mi ha dato e tanto ha voluto in cambio.

Ieri sera volevo scappare dai miei figli, per rassicurarmi di saperli al sicuro. Per rassicurami di essere al sicuro. Per cancellarmi di dosso un permeante senso di colpa per qualcosa che sarebbe potuto accadere. Per giurar loro che mai avrei pensato ci potesse essere qualcosa di così orrendo da cui doverli difendere, in quelle giornate di sole. Per farmi assolvere per qualcosa di indefinito e potenziale ma talmente enorme in peso da tenerti gli occhi aperti a tarda notte.
Non l’ho fatto, avevo paura che arrivasse loro il mio turbamento: l’empatia è una cosa importantissima, ma forse dovremmo preservarne i bambini, lasciare loro ancora la fiducia che basti la mano di mamma e papà, per essere al sicuro.

E mi fa rabbia e vergogna l’umanissimo pensiero che mi colloca felicemente lontana, e mi fa piangere e restare senza fiato quel pezzo di cuore che ho lasciato lì. Da ieri sono dolorosamente divisa tra un’assurda sensazione di fiducia tradita e un’acutissima nostalgia che mi colloca ancora su quelle strade.
Nonostante tutto, nonostante ieri, la Costa d’Avorio ci manca ancora, e credo non smetterà mai di mancarci. Ed è lì che capisci che l’unica cosa che ti salva da orrore e paura è l’amore, in tutte le sue forme.

martedì 17 giugno 2014

uomini (?) e Scelte


Ci sono cose che non si è pronti ad accettare.
Una madre che uccide il proprio bambino, per esempio.
Un raptus, una follia, la depressione post partum, in genere. Spesso donne lasciate sole in quotidianità difficili, donne che si potevano e dovevano aiutare. Prima.

Questo non toglie nulla all’orrore. Non giustifica. Ma aiuta a capire. In genere dietro gesti del genere ci sono segnali che potevano essere colti.

Ci sono poi cose che come le giri le giri non è proprio possibile accettare.
Un uomo (?) che uccide la sua famiglia perché è lo specchio della sua inadeguatezza, perché lo mette di fronte ad una debolezza con cui non sa confrontarsi né combattere. E, come il più vigliacco degli esseri, non agisce su se stesso, rompe lo specchio.

E lo rompe da dietro, metaforicamente e realmente parlando. Colpisce alle spalle, colpisce nel sonno.

Un uomo (?) che ha appena fatto l’amore con sua moglie sul divano, ad un certo punto va in cucina, prende un coltello, che magari veniva pure dalla lista nozze, poi torna e aggredisce la moglie. La moglie che tra il momento della prima aggressione e quello della lama sul collo, riesce a dar voce al suo pensiero fatto di stupore e incredulità. Perché mi stai facendo questo?

Poi sale le scale e riserva lo stesso identico trattamento ai suoi figli, quelli che vengono dallo stesso seme che ancora scorre, vivo, nel corpo di sua moglie, morta.

Poi  si lava, esce, va a vedere la partita. Freddo. Tranquillo. La partita.

Oggi leggo commenti su come le responsabilità  di un gesto come questo siano anche sociali.

Ecco, no. La società può essere, eventualmente, corresponsabile (perché poi esiste sempre la libertà di uniformarsi o meno ai modelli proposti, non siamo obbligati) di reati come prostituzione o come furto. La personale interpretazione della morale, dell’etica, del rispetto è appunto personale.

Siamo tutti soggetti agli stessi input, siamo messi di fronte agli stessi modelli eppure… eppure non tutti ci prostituiamo, rubiamo, uccidiamo.

È ovvio che dietro al fenomeno della prostituzione volontaria minorile ci siano un problema e una responsabilità sociale, ed anche enormi. Ne parlavo tempo fa su Instamamme.
Abbiamo una società malata con valori falsati e spesso effimeri e i deboli (le personalità non ancora formate, come bambini e adolescenti) dovrebbero poter contare su una base sociale forte. Ma qui si parla di adulti.

Quello che siamo, come singoli, è sempre frutto di una scelta. Sempre.
La società ci propone il modello della scappatoia, vero. Che il singolo consideri uccidere moglie e figli una scappatoia dalla propria debolezza di scoprirsi a desiderare altro, è la personale interpretazione di un concetto, non di certo un modello generale.

Sento dire: la società dimentica l’individuo.
Aspetta: la società siamo noi, non è una cosa che ci è stata calata dall’alto. Quelli sono i modelli sociali, non la società, non confondiamo. Quindi se abbiamo perso il valore del confronto non è perché siamo stati obbligati da qualcuno a farlo: è stata, prima o poi, una scelta.
Sento dire: ci viene proposta una televisione fatta di nulla che ci serve scenari intellettualmente vuoti. Verissimo eh, ma non determinante. Esistono i libri, si vive senza tv.

Dietro a questo vedere nella “società” un colpevole non ci sarà mica una scusante per il singolo che si ha paura di diventare? Non sarà mica tutto un fatto di alibi? Non ci sarà un “mettiamo le mani avanti, in caso capiti anche a me, mio figlio, mio marito, mio padre”?

Ci sono responsabilità comuni e responsabilità singole.
Una delle basi del vivere sociale è riconoscere le prime e gestire le conseguenze delle seconde in modo univoco, certo, reale sia a livello di fatti che di pensiero.

È su quello che stiamo perdendo, oggi.

lunedì 9 giugno 2014

Punizioni


Sono cinque.

Quattro sono in piedi.
Uno è sdraiato a terra.

Uno ha in mano delle corde colorate tenute insieme da qualcosa.
Uno ha un mano una cinta.
Due hanno in mano un pezzo di tubo di gomma.
Uno è sempre sdraiato a terra.

Uno porta giacca e cravatta.
Uno pantaloni cargo e una maglietta.
Uno pantaloncini e una t-shirt lacera.
Uno pantaloni e maglietta.
Uno è sempre sdraiato a terra. Ed è a torso nudo.

A turno ognuno alza la propria arma e si fa forte di una superiorità di origine sconosciuta.
A turno lo colpiscono, forte.
A turno lo fanno piangere e gridare.

Di dolore, impotenza, paura, rassegnazione, umiliazione.

Avrà violato una legge non scritta, avrà fatto uno sgarbo, avrà lavorato male.
Non c’è nessun avrà che giustifichi i suoi lividi di domani e le sue lacrime di oggi.
Ma il cuore dietro al binocolo ha bisogno di cercare un motivo a quello che gli occhi vedono.

Non posso fare nulla per lui.
Uno di loro ha una pistola, nei jeans. La vedo benissimo.
Se provassi a fare qualcosa, a scendere i quattro piani, a girare l’angolo del cortile e ad entrare in quello spiazzo disabitato, potrei alterare un equilibrio e il dito su quel grilletto potrebbe a quel punto diventare il mio.

In un paese senza una giustizia certa, ognuno si fa giustizia da solo.
Ognuno diventa giudice e impartisce pene e punizioni.
Quell’uomo a terra è concettualmente abituato ad essere frustato. Al fatto che c’è qualcuno che abbia dei diritti su di lui. Al non poter difendersi.
E preferisce la frusta alla perdita del lavoro, probabilmente.
Forse ha sbagliato qualcosa, forse sta pagando.

A un cortile di distanza e quattro piani sopra, si respira impotenza e non comprensione. Sdegno. Paura. Empatia.
Ci sono cose che di questo posto non accetterò mai.
L’ennesimo segno rosso sul corpo di quell’uomo a terra è sicuramente una tra quelle.

lunedì 26 maggio 2014

Conversazioni con Madame Dissout la Graisse. La guerra.



Lo sai, che qui c’è stata la guerra.
Ma la guerra, per te, sono racconti sfocati di chi è rimasto chiuso in casa per mesi o di chi a ricordare gli leggi ancora negli occhi l’orrore e ti racconta quel poco che ha visto e che si sente di raccontarti.

Poi un giorno nella tua strada incontri una persona, una persona che invece c’era e l’ha vista e l’ha vissuta e l’ha subita.
Te ne parla mentre ti massaggia e gli occhi tradiscono ancora la ferita e lo sdegno.

Ti parla di strade con rivoli di sangue, rosso, scuro, secco, portato via dalla pioggia e indelebile nella memoria.

Ti parla di bambini uccisi davanti alle madri solo per esprimere un potere e una supremazia. Uccisi per gioco, per rabbia, per vigliaccheria. Davanti alle madri.

Davanti alle madri.

Il cervello si ferma e l’immagine ti si focalizza sulla retina. Prima di venire qui, e la guerra era da poco finita, hai sognato per mesi bambini uccisi. Dopo il cervello, tocca al cuore fermarsi.

Gli occhi di chi ti racconta questa cosa sono lo specchio del tuo rifiuto, del tuo dolore e della tua rabbia. La sola idea che occhi di madre possano vedere una cosa del genere è in grado di fermarti e farti urlare dentro. Ed è solo l’idea.

Buttavano i bambini dai palazzi, uccidevano le donne.
Basta, ti prego basta. Non vuoi sapere, ma c’è una parte di te che deve sapere. Quei morti meritano di essere conosciuti, da me, da chiunque.

Il terrore di tornare a casa e non sapere cosa ci avresti trovato, chi, se ci avresti trovato ancora la casa. Se avresti trovato i tuoi figli.

Dover passare in strade seminate di morti. E no, mica strade desolate in mezzo alla campagna. Nel mio quartiere, che pure è una zona “benestante e tranquilla”, ammazzavano e bruciavano viva la gente in strada. Lungo la strada che porta in Ambasciata, mi avevano raccontato, c’erano morti e sangue, a terra.

Le chiedi, perché tutto questo?
Non lo sa, e come lei, dice, moltissima gente. Un giorno prima avevamo la pace, il giorno dopo la guerra. Molti di loro non hanno mai saputo veramente perché, c’era stato un problema alle elezioni ma cosa, da un giorno all’altro, abbia spinto gli amici uno contro l’altro rimane qualcosa che sfugge a qualsiasi setaccio razionale.

Negli occhi le vedi ancora un impasto di ferita, paura e incredulità. Ti dice che chiunque, di qualunque credo, colore e idea politica sia, si sporca le mani in questo modo è una bestia, che non c’è comprensione, che non ci può essere perdono.

Le leggi addosso la necessità di imparare a fidarsi solo di se stessa e a contare solo sulle sue capacità e possibilità. Le leggi il disincanto, la delusione, l’orgoglio dello sdegno.

Le leggi la fierezza del rifiuto.

Ed in mezzo a tutto l’orrore che ti ha raccontato, è una cosa bellissima da preservare.

mercoledì 12 marzo 2014

Guerra. Tra poveri.



Una delle cose più difficili dei rapporti umani, e che ne qualifica l’importanza, è il saper gioire dei successi altrui come fossero i propri.
Guardare ai progressi degli altri con occhio obbiettivo, con sincera gioia o, quantomeno, con indifferenza.
Molto spesso, un miglioramento delle condizioni di vita, del benessere, della disponibilità economica, cambia il modo in cui gli altri si relazionano a noi.
Puoi chiamarla invidia, semplicemente.
È un atteggiamento che inizia, in genere, da un giudicare i percorsi altrui per carpirne eventuali meriti o fortune.
Quando si inizia a guardare alla vita degli altri in questo modo, se c’era un qualsiasi rapporto, questo è evidentemente destinato a finire.
L’invidia è un sentimento umano e accomuna tutti: prima o poi la proviamo tutti, inutile dire “no, a me non interessa, non sono un tipo invidioso”, non è vero.
Almeno una volta nella vita ognuno di noi ha visto una fortuna altrui e l’ha invidiata, ha sperato capitasse a lui, si è chiesto “perché a lui sì e a me no”. Il bimbo che ti dorme tutta la notte, la casa bella, la macchina nuova, una vincita, una promozione sul lavoro.
Dietro ad ogni cosa che ci accade nella vita, ci sono casualità e scelte. Casualità nel vederti proporre qualcosa, scelta nel farlo oppure no. La vita è un gioco, in fondo, fatto di queste due componenti: la fortuna o la sfortuna ci presentano un piatto, sta a noi decidere se mangiarlo, se rimandarlo indietro, se modificarlo aggiungendo del sale o del pepe.

Per accettare che le scelte altrui abbiano più fortuna delle proprie, che un altro prenda un voto più alto del nostro all’esame perché gli sian capitate domande più facili o sulle cose che sapeva meglio, che il meraviglioso posto di lavoro dei nostri sogni si liberi proprio quando un altro, e non noi, presenta la domanda di assunzione… beh ci vuole forza, inutile negarselo. È umano, assolutamente umano, rimanerci male.
È normale se rimane dentro di noi, se invece coinvolge anche l’altro diventa qualcosa di più brutto e spiacevole.

Ti aspetti che cose come questa accadano nei paesi ricchi, negli ambienti “viziati”, e invece, anche qui, la vita ti stupisce.
Due nostri amici dell’Ambasciata hanno preso una ragazza per far loro da bonne, come più o meno tutti fanno qui. Queste persone però sono persone di cuore e si prendono cura di lei, non le danno solo un buon stipendio: la curano, a loro spese, curano la sua bambina, le regalano delle cose, le fanno la spesa, la trattano molto bene. Lei li ringrazia con la fedeltà, l’onestà e l’impegno e qui non è cosa da poco, credetemi. È un bel connubio e lei è carinissima, discreta, disponibile (è lei che sta insegnando alla fra a cucinare i piatti locali).
Da quando Clarisse, questa ragazza, ha evidentemente migliorato le sue condizioni di vita, mangia meglio, la casa ha nuove cose (teniamo conto che non ha neanche il frigo eh, vive più o meno in una baracca), la sua vicina di casa non le rivolge la parola e le ha fatto il vuoto intorno; la bimba è stata picchiata più volte da altri bambini per la sua bicicletta nuova.
E cose del genere mi sono state raccontate anche in altri contesti, sia locali che non.

Nel paese dei poveri, non c’è posto per l’affrancamento, evidentemente. Il miglioramento viene visto con invidia, come se migliorandosi si lasciasse colpevolmente qualcuno indietro, come se il l’avere di più togliesse qualcosa agli altri.
La fra, onestamente, non se lo aspettava.
Clarisse è stata fortunata, sì, ma dimostra ogni giorno di meritare la sua fortuna, attraverso il suo lavoro, il suo impegno, la sua onestà, attraverso il meritare la fiducia che ogni giorno le viene data, ma questo non è accettabile per chi è rimasto indietro, anche se è rimasto indietro perché magari non ha saputo sfruttare un’opportunità.

L’epilogo, triste, è che se migliori te stesso perdi l’appoggio della comunità in cui eri inserito precedentemente e dovrai socialmente ricominciare da capo.
Come in una sorta di guerra silenziosa e triste. Ma in una guerra tra poveri, come questa, ci sarà mai un vincitore?

lunedì 10 febbraio 2014

Del perché non sarò ad Expogames



L’Antefatto

La fra lavora tantissimo e con passione per il blog che state leggendo e per il sito Instamamme, di cui è redattrice, scrittrice ed admin.
Attraverso il sito, essendo in contatto costante, seppure in alcuni casi solo virtualmente, siamo diventate grandi amiche.

Nell’ultimo anno ci sono capitate collaborazioni con diverse aziende e a vario titolo. Mai gratis, ma che ci hanno giusto coperto le spese.
D’altra parte abbiamo appena iniziato: noi dobbiamo crescere, capire come funziona e le aziende devono conoscere noi.
Un giorno ci auguriamo che questo possa diventare il nostro lavoro principale e che possa dare lavoro persino ad altri.

Il Fatto

Ci ha contattate un’Agenzia di Comunicazione proponendoci una collaborazione con Expo Games, la fiera del gioco. Del gioco, capirete: solo il nome era invitante.

Per il progetto non c’era budget (aspetta…dov’è che l’ho già sentita questa?…), però il rimborso sì e noi ci siamo dette: “Sai che c’è? Non ci vediamo mai, questa è un’opportunità per stare insieme, e poi deve essere divertente. Facciamolo anche gratis!”.

Noi eravamo in 4, i posti erano due, così abbiamo proposto di estendere il buzz marketing ai blog personali delle Instamamme e così anche La Tana (questo blog) e Meduepuntozero (il blog della mia amica Silvia) hanno messo a disposizione piattaforme (blog e social), pubblico e facce.
Il tutto per un totale di circa 20.000 visitatori unici in un mese.
Gratis.
Mica male, no?

Alla luce dei fatti

Ad oggi, dopo 20 giorni di lavoro, un contest organizzato, una serie di post, condivisioni sui social e frasi tipo: “Ehi venite? Ci vediamo là?”, è doveroso informarvi del fatto che non ci troverete.

Questo perché, nell’uggia di un sabato pomeriggio, il cliente (Expogames) alza la testa dalle sue carte e decide di scoprire chi siano i “blogger ufficiali Expogames”, le cui identità sono sempre state lì, a sua disposizione, e scopre che non sono proprio quelli che si aspettava.

Lui non voleva mica mommy bloggers!
Il cliente voleva blog sul gioco, sul giocare, sui cos-player, e gli unici due che si ritrova in elenco sono quelli che ha suggerito lui all’agenzia di comunicazione!
Il cliente voleva un sacco di post, mica solo un bannerino in side bar (o peggio nel footer) e un post con dichiarazione d’intenti ed annuncio dell’investitura prestigiosa: “Blogger Ufficiale Expogames”!
Il cliente ha ben Nmila euro (un sacco di soldi, dal suo punto di vista) e non può buttarli via per una “azione di marketing non idonea”.

Insomma il cliente non è contento, e non è forse arcinoto che “il cliente ha sempre ragione”?

Al di là della retorica, e per dirla tutta, il cliente in questo caso ha ragione davvero.

Tesi: non manca il lavoro, manca chi lo sappia fare.

Ma quando si pianifica una campagna di marketing, non si dovrebbero condividere i testimonial con il cliente ben prima di contattarli?
Quando si pianifica una campagna marketing di questo tipo, non sarebbe opportuno spiegare al cliente cosa si debba aspettare in termini di: numero di post, tipo di condivisioni, numero di condivisioni, livello di engagement (soprattutto quando è tutto a babbo morto)?
Quando si contattano dei blogger, dei testimonial che buzzino un evento attraverso i propri canali web (mettendoci la faccia), non sarebbe opportuno pretendere di condividere i post col cliente PRIMA della pubblicazione, per approvazione?

Noi non siamo un’agenzia di comunicazione, per carità, stiamo tirando a indovinare, ma non ci vuole un genio per capire che qui è stato fatto un lavoro pessimo, anzi, che qui il lavoro non è stato proprio fatto.

Noi ci abbiamo messo la faccia: forse con troppa leggerezza, perché prese da un entusiasmo ed una fregola da adolescenti alla vigilia della gita scolastica, ed ora siamo qui a dare spiegazioni scomode.

Sicuramente però abbiamo imparato la lezione. Anzi, ne abbiamo imparate due:

- Le collaborazioni alla “volemose bene”, anche mai più, grazie. D’ora in poi solo contratti chiari e amicizie lunghe.
- Il web è un posto meraviglioso ma, come il mondo reale, popolato da tanti cialtroni. Promemoria per il futuro: il biglietto da visita non fa il monaco.

Questo post lo troverete, rieditato, sia sul blog di Silvia, sia nel sito Instamamme, oggi. Questo perché il nostro averci messo la faccia e il vostro averci letto merita una spiegazione, ovunque.