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giovedì 8 marzo 2018

Piccoli uomini e uomini piccoli




La festa della donna è sempre un buon giorno per riflettere sul nostro ruolo, su come siamo, su come la società ci vede.
Quest’anno la mia riflessione scaturisce da un recente e tristissimo fatto di cronaca.

Poco tempo fa un uomo ha sparato a sua moglie, si è barricato in casa di lei e ha ucciso anche le loro figlie, prima di puntare la pistola su se stesso e farla finita.
Tralascio tutte le considerazioni sul fatto che l’uomo in questione fosse appartenente alle forze dell’ordine e che abbia realizzato quello scempio con una pistola di ordinanza che forse, a conti fatti, sarebbe stato il caso non avesse più. Di questo mi aspetto e spero che qualcuno risponda, ma nulla toglie o aggiunge al fatto in sé.

Le mie considerazioni sono altre e partono dalla triste constatazione che nell’ambito della violenza sulle donne stiamo ancora sbagliando tutto, purtroppo.

Non esistono “ma” e non esistono “se”: la violenza di genere va condannata con forza, sempre e comunque. Non ci sono attenuanti possibili per chi la commette.
Fin qui, a parole, tutto condivisibile e largamente condiviso. Eppure, proprio a partire (al solito) dai mezzi di informazione l’accento cade sempre (e nell’ultimo caso di cronaca l’ennesima conferma) sulla cosa sbagliata: lei aveva chiesto la separazione (eh, immaginiamo un attimo il perché), lei gli teneva lontane le figlie (anche qui: chissà per quale motivo), lei lo aveva cacciato di casa.
Un modo di presentare le cose che vede la donna se non colpevole sicuramente corresponsabile dell’accaduto. Eh, ma anche no.

Altri commenti che ho sentito in proposito sono stati del tipo “non lo aveva denunciato” (come se questo la rendesse, ancora una volta, complice). Vero eh, aveva presentato, pare, un esposto. Un esposto non mette in atto misure protettive come una denuncia, è bene che si sappia. Ma perché allora molte donne non denunciano?

Una denuncia stravolge la tua vita, la cambia, squarcia il velo e permette a tutti di vedere la tua vita, di analizzarla, criticarla, giudicarla.

Devi avere forza, una forza incredibile, per accettare tutto questo. Devi essere convinta, non devi aver paura di rovinare la vita di un altro. E se sei una persona cui qualcuno sta rovinando la tua, di vita, diventa paradossalmente più difficile, anche se l'altro è proprio chi ti sta facendo del male. Essere carnefice del tuo carnefice è pesante, ti mette in un certo modo (ingiusto e sicuramente "malato") sullo stesso piano.
Mettere nero su bianco, firmare un'accusa pesantissima, richiede un coraggio non indifferente... Ma lo capisce solo chi lo ha vissuto. Io per esempio lo capisco benissimo, e sono una di quelle che per tanti motivi non ha denunciato e non passa giorno che non se ne penta (non fosse altro che per aver potuto, potenzialmente, evitare che quella persona facesse del male ad altre).

Da dietro a una tastiera o da davanti ad uno schermo, sembra quasi impossibile che una donna non denunci chi sistematicamente le fa del male. Eppure spesso è così. Perché una donna che subisce molestie o violenza, o viene picchiata, o è vittima di stalking è una donna vinta, fragile, che ha anche bisogno di mentirsi e dirsi che va tutto bene. È una pasta malleabile nelle mani sbagliate, è ridotta al rango di “qualcosa” più che di “qualcuno”, con tutto ciò che sulla propria forza, volontà e capacità di agire questo possa comportare.

Anni fa, tanti, aprii lo sportello di un armadio, quello in cui mia nonna teneva le medicine. Ne presi alcune, a caso. Poche, tante, non ricordo.
Quello che ho capito molto tempo dopo è che non volevo veramente morire, volevo solo non esistere, volevo solo che tutto finisse. Non ero pronta a raccontare la mia verità, non ero capace ad uscire da una situazione orrenda e bastarda, non ero capace di farmi aiutare, non ero capace di capire che non era colpa mia... Ma volevo solo pace, volevo addormentarmi e scoprire che no, non stava accadendo a me. Quelle pasticche non erano neanche una richiesta di aiuto, erano il solo modo che vedevo per far finire qualcosa più grande di me, che non sapevo gestire.
Quelle medicine ovviamente non mi fecero nulla, ma nulla nulla, chissà poi cos'erano. Ma quel nulla pesò come una sconfitta, e una condanna. Mi fece capire che non sarebbe finita mai, se non attraverso una mia volontà. Che la strada forse più facile non era quella giusta, che dovevo affrontare il demone. E lo affrontai, ne uscii in qualche modo, ma ne uscii con un senso di colpa che mi ha tenuto gli occhi bassi per troppo tempo. Ne uscii portando a casa la pelle e affrontando giudizi dal peso specifico del piombo. Per bilanciare quel peso ho dovuto mettere un peso addosso che non mi esponesse, che mi ponesse al riparo dal desiderio altrui. Ero una sopravvissuta, ma ero vista anche diversamente da chi fino a poco tempo prima non mi aveva neanche mai calcolato. Anni bui, di cui ricordo un velo di estrema solitudine e non comprensione, con un sottofondo costante e sfumato di inadeguatezza e sensi di colpa. Per tanti, ero io la puttana.

Ci sono grandi responsabilità sociali, dietro alle violenze di genere.
C'è una società pronta a concedere le attenuanti del "ma" e le corresponsabilità dei "se". C'è una società che giudica, che scandaglia, che rovista nel torbido con morbosità e senza empatia, pronta ad entrare nella tua vita, nelle tue mutande, nei segni che hai addosso senza sporcarsi le mani a fare qualcosa di concreto: perché se tocchi la merda le mani te le sporchi e devi prendere una posizione netta e concreta, la stessa che a parole è facile.
C'è una società che condivide parole, video o foto che possono danneggiare la vita di un altro, senza chiedersi che impatto il loro gesto potrà avere su quella persona.

Ho sempre voluto avere figli maschi. Credo che da una parte derivasse dalla paura che ad una mia figlia potesse succedere quello che è accaduto a me, mentre dall'altra ci fosse un bisogno inconscio di educare delle figure maschili al rispetto che mi è mancato.
È con la nascita dei miei figli che ho accettato che non potevo cambiare cosa era successo a me, ma ho capito contestualmente che avevo l'enorme potere di fare in modo di educarli ad una vita migliore, in cui una donna non venisse vista come ero stata vista, e vissuta, io.
Che potevo renderli consci del valore della vita umana e di quanto le loro azioni potevano incidere sull'esistenza altrui.

È questa la grande sfida di noi genitori: questo continuo insegnare, raddrizzare, volgere al positivo, dare spunti, limiti e tracciati per fare dei nostri figli uomini (e donne) migliori e più consapevoli di quelli (e quelle) che li hanno preceduti. L'insegnare a non conformarsi a modelli forse più popolari ma non per questo più giusti. Dare loro un senso morale e profondo, in cui collocare il rispetto per sé stessi e per tutti coloro che li circondano... Senza compromessi, senza i "se" e senza i "ma".

mercoledì 15 novembre 2017

Rinascite, ritrovamenti e percorsi




Un anno fa iniziava una nuova fase della mia vita. E iniziava con una sala operatoria e tanta paura.
Rinascita, la definiscono alcuni. Io la definirei riappropriamento di una me stessa che (mi) mancava da tanto, troppo, tempo.
 

Il più bel complimento ricevuto in questi mesi è stato “Non sembri un’altra… Sei finalmente proprio tu”. Nulla di più vero.

Strano come il cambiamento di immagine corporea influisca sulla percezione che si ha di sé stessi. E no, non sono i 48 kg in meno, quello è un dato oggettivo… il grosso cambiamento è l’essere a proprio agio con quella che si è.
E no, non è affatto scontato: non è la prima volta che faccio una dieta, non è la prima volta che dimagrisco parecchio.
È la prima volta, però, ed è questo che è degno di nota, che ciò non comporti un tremare di gambe e una paura indefinibile di fronte ad un complimento, uno sguardo. È la prima volta che non temo un obiettivo puntato. Si direbbe che sia quasi diventata esibizionista, rispetto a prima… la verità è che questa condizione è la mia normalità e come tale la vivo. Certo, chi mi conosce non ha mai conosciuto questa Francesca, a meno di pochissime persone con cui vanto un rapporto almeno trentennale.

La Francesca che oggi appare è quella che sarebbe stata se in un caldo agosto di 27 anni fa non le fosse accaduto nulla. Con più consapevolezze, attraversando mille e mille mari in tempesta, oggi la Fra è quella che è interiormente da sempre, con una libertà che teme meno di quanto non fosse abituata a fare. Con meno barriere tra sé stessa e il mondo, con meno bisogno di barriere. Ma una Fra ben consapevole di non essere “arrivata”, perché la lotta contro il volersi male, o piuttosto il non volersi bene, è qualcosa di molto complesso e vasto e non sono così ingenua da pensare che questo basti, soprattutto ora che la vita mi ha posto nel piatto complicazioni e cose completamente inattese da affrontare. Il volersi bene non è il punto di arrivo, ma il percorso. Per questo la consapevolezza di ciò che si è e di ciò che si è stati è fondamentale.

Molte persone che hanno fatto il mio stesso percorso dicono spesso “lo avessi fatto prima”; io credo semplicemente che ogni cosa nella vita, e questa non fa eccezione, arrivi quando si è pronti alle conseguenze, quando è il momento giusto tra maturità e crescita personale. Quando si accetta di prendere una strada e si è pronti a mettersi in discussione se serve, a perdonarsi debolezze e umanità, a lasciar andare pesi che nulla hanno di fisico.

Ecco, dopo un anno, un anno bello tosto e onestamente mai facile, è questo il punto in cui sono. Che è un punto che non conoscevo e che mi ha portato inaspettatamente a riconoscermi.
Non è poco, non è affatto poco.
La sensazione di potermi giocare la vita con libertà è qualcosa che non sperimentavo da quando avevo 13 anni: poco dopo il mondo mi dimostrava che quella libertà per me sarebbe stata una conquista, e lo faceva con brutalità e senza sconti.
Non me ne fa tuttora, di sconti, peraltro. Ma oggi ho 41 anni e la capacità di affrontarlo e accettarlo, senza il dramma che mi sconvolse invece allora.

È per questo che l’intervento non è mai stato il fine, quanto il mezzo. Che non mi ponevo aspettative, che non avevo fretta di farlo quanto una paura fottuta che mi portasse in luoghi dove non ero pronta a stare.
Oggi dico con serenità che questo è esattamente il posto di me stessa in cui voglio stare.
Sono stata brava, sì. Ma non a dimagrire quanto a non perdermi, a lottare, a non accettare le scorciatoie classiche ai problemi, a vedermi cambiare, ad accettarmi cambiare.

L’intervento non è, né mai lo sarà, una bacchetta magica. Per questo non mi sento arrivata, per questo per la prima volta nella mia vita l’importante non è nell’obiettivo quanto nel percorso quotidiano, nella scelta che faccio ogni giorno.
La Francesca di un anno fa non mi manca, mai. Preferisco quella combattiva di oggi che la larva rilassata di un anno fa. Preferisco quella che oggi sa dire “non ce la faccio” a quella che faceva ogni cosa accumulando stanchezza e frustrazione per colmare il vuoto tra se stessa e il mondo.
Quel vuoto oggi non c’è e spero non torni più, lavoro affinché sia così, ogni giorno.

Non è facile, ma è quello che mi rende oggi una persona migliore, al di là di ogni kg perso.
L’importante non è perdere, è ritrovare. Questa è la grande scoperta di quest’ultimo anno e anche questa no, non era affatto scontata.

lunedì 4 settembre 2017

Nuotare, tra le onde






Mesi complessi, duri, fatti di tante cose che si sono incastrate, alcune bene e altre anche decisamente male.

Se questo 2017 doveva insegnarmi qualcosa, è stato l’imparare a non dare nulla per scontato: i rapporti, le presenze, l’amicizia, il lavoro, la forza fisica, l’immagine corporea.
Un duro colpo per chi, come me, programma sempre tutto, ama giocare d’anticipo, pianta paletti anche nei punti impervi per darsi certezze da cui ripartire.

Quest’anno mi ha insegnato, finora, che la certezza fondamentale sono io, oggi, qui, subito, in questo istante. Che tutto può cambiare e può cambiarmi, ma fino ad un certo punto.
Che esiste un’essenza che devo imparare a riconoscere e difendere ad ogni costo, perché quella essenza sono io e non c’è nulla, nulla, che debba toccarla e che sia più importante. Che sia il mondo che vuole esserci, ad adattarsi a quell’essenza, se vuole veramente, se penserà che ne vale la pena. Per me la vale, sempre.

Questi mesi mi hanno insegnato che posso rialzarmi, che ce la faccio, che posso farcela anche quando mi pare di no, che so scavalcare, con fatica immane e pari paura, le onde che arrivano sempre più veloci e una dietro l’altra.
Che chi vuole c’è e nuota con te, più che dirti come si nuota dalla sua comoda barchetta. Che quando mi sento persa posso ripartire, magari da un gradino che mi pare più basso e che poi scopro essere comunque solido. E se sia più in basso, sticazzi. Il magico potere dello sticazzi: una conquista, per me.

Cosa vorrei, oggi? Stabilità, calma, deporre le armi.
Sono stanca, fiera di me ma stanca, affaticata. Mi servirebbe una piazzola di sosta, che attualmente ancora non vedo ma che prima o poi dovrà pur esserci… non so dove, non so quando, né chi ci sarà e forse non è così importante saperlo. Alla fine la vita è il viaggio, e forse questo è solo un momento in cui è tutto più pesante e nebuloso, tutto qui. L’importante è non concedersi una pausa troppo lunga, soprattutto da se stessi.

Ho sempre creduto che i momenti in cui pensi di aver toccato il fondo sono quelli in cui cresci di più, in cui sei più a contatto con quell’essenza che troppe volte ti sfugge. Ne ho avuto la conferma, e forse, quando mi concedo di ammetterlo, sono più forte oggi di un anno fa. Con qualche segno in più, con qualche sogno in meno, con giorni alterni come i parcheggi: navigo più a vista, in fondo.

E va bene così, se una pace e una serenità sono possibili sono una mia responsabilità: ho passato una vita a demandarle e a pensare di doverle meritare, adesso so che devo concedermele io. E no, è tutt’altro che facile per una cresciuta con l’idea che se non hai è perché non meriti, e non perché non sai concederti qualcosa o ancora non sai chiederlo, o anche solo perché non hai vicino le persone giuste. Oggi non aspetto che gli altri capiscano e interpretino: chiedo, litigo, discuto, combatto e controbatto. Perché se dai agli altri il ruolo di stabilire se meriti qualcosa, permetti loro di stabilire il tuo valore… e io, semplicemente, ho deciso di assegnarmelo, con onestà ed obiettività, da sola.


Sous l'oeil de l'ange
Je suis venu te dire que j'ai su rester fort
Sous l'oeil de l'ange
Je suis venu te dire qu'ils n'ont rien vu encore
Sous l'oeil de l'ange
Je suis venu te dire que j'ai trouver la paix
Sous l'oeil de l'ange
J'ai su pardonner et j'ai su le chanter

[K’maro – Sous l’oeil de l’ange]

venerdì 21 aprile 2017

Dieci anni





Dieci anni.
Due cifre.

Del giorno in cui ho compiuto dieci anni non ricordo nulla, ma ho ben presente mio padre che mi diceva, contento ed emozionato, “sei passata alle due cifre”.
Perché quello è, un passaggio.

In questi primi dieci anni anni di vita, in queste due cifre, c’è tutto quello che ti ha portato da un frugoletto minuscolo a un ragazzino indipendente: hai imparato ad esprimerti, a camminare, a ragionare e a collegare i pensieri, a convivere con le tue emozioni; hai scoperto la diversità e ne hai fatto tesoro, hai scoperto di avere un corpo e come funziona, ti sei confrontato con interessi, predisposizioni, difficoltà.
Hai visto nascere e hai visto morire. Ti sei innamorato per la prima volta. Hai capito la stima e il disprezzo.
Hai imparato a fare la spesa da solo, a calcolare il resto, ad attraversare la strada, a portare il cane a spasso, ad andare dal barbiere.
Hai accolto con gioia l’autonomia che ti viene concessa accettandone la responsabilità; hai rispettato regole che ti sembrano sensate e hai imparato a contestare ciò che non ti sembra giusto.
Hai imparato a chiedere scusa.
Hai imparato ad andare in bicicletta, testando il tuo equilibrio; a nuotare, riconoscendo un elemento che ti appartiene; ad usare strumenti elettronici, ragionando su ciò che comportano le tue azioni.
Hai imparato a leggere e scrivere, in quasi tre lingue diverse; a contare, a costruire cose che abbiano uno scopo.
Hai imparato a raccontare ciò che sai, a seguire le tue curiosità, a chiedere per avere risposte oneste e puntuali.
Hai imparato a vestirti scegliendo cosa indossare per le diverse occasioni, a farti la doccia ed asciugarti i capelli da solo. A sbucciarti la mela, a tagliare la carne, a prepararti il tè, a fare il caffè a chi te lo chiede. Ad accenderti la stufa se hai freddo e il condizionatore se hai caldo.

Ci hai regalato 10 anni di meraviglia, paure, consapevolezze, sorrisi e pochi pianti. Uno spettacolo unico che stupendamente varia e si modella ogni giorno. Ci hai insegnato la responsabilità, la conseguenza delle scelte, la paura di sbagliare non sulla propria pelle. Ci hai regalato un passaggio importante, uno senza cifre.

Tutto in queste meravigliose due cifre, Piergiorgio.
In questi primi dieci anni hai nutrito il tuo seme e permesso si nutrisse il terreno da cui diventerai un albero. Il tuo albero, non quello che gli altri si aspettano tu possa diventare.

Nessun altro periodo della tua vita ti vedrà sviluppare così tante capacità e scoprire nuove cose. Ti aspetta meno da imparare e più da esplorare, perfezionare, comprendere.
E noi saremo lì, a fare come sempre il tifo per te.

martedì 11 aprile 2017

Di voci, confronti e crescita




È la voce, quella che prima sparisce.
Ricordi le parole, i gesti, le espressioni, il viso, il modo di camminare, i gusti, il carattere… ma la voce ti lascia sempre più orfano.

È una cosa che atterrisce, che ti svuota. È l’esatta misura di quanto si perda la persona e non ciò che ci ha lasciato; è la consapevolezza che sei pieno di quella persona ma che non potrai mai più avere uno scambio con lei, che la quota parte della tua crescita che devi a lei si è fermata.

È qualcosa che ti colpisce alle spalle, inaspettatamente, quando stai facendo cose banali e le tue sinapsi ti portano un ricordo qualunque, cretino, banale… e vorresti solo avere un giorno, un’ora, anche un solo minuto di quella voce, di quella possibilità.

Sei ciò che sei anche in virtù di ciò che ti hanno dato, delle persone che ti hanno formato, che hai incontrato, che hai lasciato entrare. Il regalo che la vita ci fa è di rendere tutto questo duraturo a prescindere da tutto: lontananza, scazzi, la stessa morte. La cosa più pesante della morte di una persona è che non sia più possibile l’evoluzione, il confronto diretto.

Mio padre mi manca come mi mancherebbe un organo interno non vitale: vivi lo stesso, ma non è la stessa cosa. Sono ancora nella fase in cui si cerca un nuovo equilibrio, mi sorprendo ancora a pensare di raccontargli ciò che mi accade per avere consigli e conforto e mi accorgo che le risposte devo cercarmele in ciò che di lui mi ha dato negli anni, ma mi manca la voce e piango come una bambina in momenti intempestivi e improvvisi.

Non ho pianto mio padre, non abbastanza. Troppo dolore, troppe incombenze, troppa la maledetta razionalità che mi ha insegnato, o che ho ereditato da lui.
Non posso permettermi di rischiare di schiantarmi in mille pezzi, perché c’è chi conta su di me e merita di avermi intera.
Se c’è una cosa che mio padre mi ha insegnato, con i consigli e soprattutto con l’esempio, è che la vita va avanti, non aspetta che tu ti riprenda, che devi mantenere lucidità e ritrovare in fretta un equilibrio anche se i piatti della tua bilancia sono stati scossi violentemente. Perché non si vive mai solo per se stessi e non si ha modo e agio di perdersi se si è importanti per qualcuno.

Ogni tanto trabocco, sono umana, certo. Non la prendo come una sconfitta ma piuttosto come un fatto naturale, e vado avanti. Ogni tanto riesco anche ad essere felice senza sensi di colpa.

Non ho avuto una vita facile, di ciò che sono non mi è stato regalato nulla e ne sono orgogliosa e forse è anche questo che mi aiuta: so che ho superato tante cose difficili, alcune molto brutte. So che se oggi sono qui è anche in virtù di quello che è stato, nel bene e anche nel male.

La vita in fondo non è che la continua evoluzione di se stessi rispetto a fatti contingenti, imprevisti, occasioni, scelte.
Una volta ero proiettata sul futuro, e perdevo di vista il presente.
Una volta ero cristallizzata nel passato, e non pensavo di meritarmi un presente.
Oggi so che la vita è oggi, adesso, questo istante. Posso programmare, ma c’è sempre il margine di ciò che accade intorno. Ho imparato ad accettarlo, forse è stato l’ultimo regalo di mio padre.
Ma la voce, dio, la voce è ancora una ferita aperta.

domenica 5 febbraio 2017

Strade





Sono passati ormai due mesi e mezzo dall’intervento. Dal punto di vista fisico, in termini di stanchezza, non mi sono ancora ripresa del tutto.
Dal punto di vista alimentare rimango sempre incredula di quanto poco ci stia nel mio stomaco: ieri ho pranzato con due fettine di bresaola con due cucchiai di ricotta, più  o meno. E ci sono arrivata a sera, prendendo solo un tè senza zucchero nel frattempo.

Sto sperimentando la frustrazione tipica di chi ha sempre mangiato con gli occhi ancora prima che con la bocca: se c’è in tavola qualcosa di cui sono sempre stata golosa, la testa ancora pensa che ne mangerà tanto, che proverà piacere nel farlo. Quello che accade è invece che dopo 2 bocconi a stramasticare il gusto del mangiare è già finito nella sensazione fisica del sentire lo stomaco occupato.
È pesante, è frustrante. Mi toglie quel senso di aspettativa e desiderio del cibo che faceva parte di me. Non era giusto, non era sano, non andava bene… ma ero io.

Ovvio che se quello tra me e il cibo fosse stato un rapporto sano non avrei di questi problemi e non avrei dovuto cambiare la geografia interna del mio apparato digerente, con tutto quello che ne consegue. Ma è un cambiamento che, per quanto ci si arrivi determinati, è talmente repentino che lascia spiazzati.

Il grande cambiamento che questo tipo di interventi impone non è quello che parte dalle mani di un chirurgo, ma quello che passa dalla testa del paziente: cambia il rapporto col cibo, cambia il motivo per cui si mangia (banalmente: per sopravvivere e nutrirsi), cambia la quantità di cose che si mangiano, cambia la tolleranza che il corpo ha di certi alimenti, con tutte le conseguenze relative.

E poi c’è un corpo che cambia, e cambia velocemente. Talmente velocemente che la testa non gli sta dietro e mentalmente sei ancora a quattro taglie fa, a venti kg fa: ti stupisci di passare tra due macchine, di entrare comodamente sui sedili della metro, di poter accavallare le gambe.

So che sono dimagrita 20 kg perché me lo dicono gli altri, la bilancia, i vestiti. Ma non mi vedo dimagrita: mi sento sempre enorme, con la vergogna se qualcuno mi guarda, con la paura di mostrarmi goffa se metto un piede male.
È una strana convivenza quella tra questa nuova Fra e quella che l’ha preceduta.

Continuo così tra vecchie strade e nuovi passi per percorrerle, appena riuscirò a staccarmi da quella ringhiera di un percorso che ho sempre considerato sicura sono certa che mi si apriranno panorami meravigliosi… nel frattempo preparo nuovi occhi per vederli.

mercoledì 25 gennaio 2017

Volere, volare




Come detto, sono una persona che si pone obiettivi e fa programmi per raggiungerli.
Sono piena di appunti, quaderni, post it, file.

Nel lavoro ogni cosa ha la sua casella, il suo ambito temporale e mentale. Nella vita quotidiana sono meno programmatrice, ma anche lì cerco di darmi finalità e tempistiche (che poi spesso non mantengo: prima il lavoro, sempre).

Ma sono anche, sotto tanti punti di vista, una persona profondamente insicura delle sue capacità, una che si autolimita, una che tende ad arrendersi per non esporsi.

Se oggi dovessi pormi l’obiettivo generale di questo anno, lo definirei un anno di volo, sotto tanti punti di vista.
Volo per guardare dall’alto, e quindi con obiettività, tante situazioni lavorative e personali e magari capire meglio se e come intervenire.
Volo per staccarmi da quel nido sicuro in cui sono tanto comoda, ma che in fondo percepisco stretto, e per buttarmi, come non faccio mai.
Volo per capire quando devi sbattere le ali e quando puoi planare, togliendoti fatiche inutili che a ben guardare non ti portano molto più lontano di dove vuoi andare.
Volo per sentirmi libera, anche e soprattutto da me stessa.

A proposito di volo, ho sempre amato questa epigrafe dell’antologia di Spoon River (ne avevo parlato già qui):

Da giovane avevo ali forti e instancabili
ma non conoscevo la montagna
Quando fui vecchio, conobbi la montagna
ma le ali stanche non tennero dietro alla visione-
Il genio è saggezza e gioventù.

Mi ritrovo in quell’età che media gioventù e vecchiaia, e le mie ali sono ancora abbastanza forti. Ho più consapevolezza, nel mio vivere come anche di quello altrui. Definirla saggezza è presunzione, direi più maturità.

Non mi resta quindi che togliere la polvere dalle ali, sgranchirle un po’ e avvicinarmi al confine del mio nido, mentale e fisico. Dopodiché, vento a favore, non dovrò far altro che trovare il coraggio di spiccare il volo.
Del resto le parole di mio padre, a commento di questo post, furono queste...


...e costi quel che costi quest’anno volerò, forse un po’ anche per lui. 


Questo post partecipa all'iniziativa "Instamamme vuole anche te", se vi fa piacere cliccate sul link per sapere come partecipare anche voi! <3 

venerdì 13 gennaio 2017

Chiamatemi Sid...





Attualmente io e il simpatico protagonista dell’Era Glaciale abbiamo qualche punto in comune (freddo compreso).

L’anno passato è stato difficile, pesante, doloroso.
È stato un anno che mi ha lasciato… svuotata. Di energie fisiche e mentali, soprattutto.

Sono arrivata al fotofinish stanca, di una stanchezza abissale, che tuttora mi parte dalla testa, che in realtà se ne frega e continua a sfornare idee, e arriva un po’ dappertutto facendomi faticare il doppio o il triplo per stare dietro a quelle idee.

Non è nella mia mentalità il lasciare indietro le cose e prendermi del tempo per riprendermi, non sono proprio capace. Il giorno dopo l’operazione facevo avanti e indietro per i corridoi con tutti i drenaggi. Il giorno dopo essere tornata a casa, ancora con un drenaggio, ho camminato per un km. Sono fatta così. Cinque giorni dopo ero a Milano per il mammacheblog d'autunno.
Ma ora mi trascino, me ne rendo conto perfino io. Un bradipo, davvero.
La stanchezza mi piomba nelle tasche improvvisamente, lasciandomi annichilita e intollerante rispetto a ciò che non ho forza di fare.

Questo anno appena iniziato sarà comunque un anno importante: familiarmente meno da figlia e più in prima linea su cose che in precedenza seguiva mio padre; lavorativamente ci sono tante cose che voglio portare avanti, tanti progetti da studiare e far decollare.
E questa stanchezza non mi ci incastra proprio per nulla. È frustrante.
Mi sembra di essere in un qualcosa che gira ad una velocità che il mio corpo non riesce a sostenere, ma so che se poco poco scendessi, risalire implicherebbe una fatica che non saprei affrontare e gestire. Soprattutto adesso.

Per cui tengo botta, rammendando tempi e pensieri, facendo schemi mentali e cartacei, programmando, cercando di mantenere fede ai timing tirando ora di qua e ora di là in modo da non lasciare completamente scoperto nulla. Per una perfezionista è un incubo. Forse dovrei lavorare su quello, chissà…
Nel frattempo, non si sa mai, chiamatemi Sid, signore delle fiamme… e ridiamoci un po’ su!

sabato 24 dicembre 2016

Ciao papà...


Ci siamo sempre assomigliati tanto, io e te.
Stessa corporatura, stesse mani, stesse unghie, stesso carattere un po’ di merda.
Ugualmente fumini, ugualmente presuntuosi. Stesso modo di prendere fuoco se arrabbiati e di farsela passare in fretta.
Ci siamo sempre capiti al volo, alzandoci la palla per battute ironiche al limite del caustico.
Stessa abitudine di pretendere tanto dagli altri ma in prima battuta da noi stessi. Stessa incapacità di dire “non ce la faccio, arrangiatevi”.
Stessa passione nel lavoro, stessa razionalità.
Ho passato trent’anni a percularti per l’uso di excel pure per fare il caffè e oggi faccio lo stesso anche io.
Stesso bisogno di programmare e avere tutto sotto controllo.

Sai papà avevo sempre creduto che si diventasse grandi sposandosi, trovando un lavoro, comprando una casa, mettendo al mondo dei figli. In questa settimana ho capito che si diventa grandi quando ti muore un genitore, perché in prima linea ci sei improvvisamente tu, e non sei mai pronto per affrontare questo passaggio, nonostante figli, lavoro, famiglia, casa.
Perché non potrò più dire “papà ho un problema” e ascoltare consigli o spiegazioni, ma sarò io la persona cui verrà richiesto di risolvere problemi, trovare soluzioni, segnare la strada.
E a questo passaggio di consegne non si arriva mai pronti o quantomeno mai pronti del tutto.

Avrei voluto avere più tempo, vederti invecchiare; avrei voluto che vedessi crescere i Patati e diventare gli uomini che adesso sono in boccio. Invece tu resterai sempre cristallizzato in quell’età e io continuerò ad andare avanti, un po’ zoppa e un po’ più sola.

Mi hai lasciato quella che sono, con quei pregi e quei difetti che erano anche i tuoi. Mi hai dato la capacità di non perdere mai la ragione, di non arrendermi mai. Mi hai sempre detto, di fronte alle mie mille paure e insicurezze, di buttarmi: “Cosa può succedere se non va bene? Ti possono ammazzare? Ecco, no, allora vai avanti”.
E io sto andando avanti, lo farò un po’ anche per te.
Manchi immensamente, soprattutto oggi, soprattutto ora.

lunedì 21 novembre 2016

La pancia della mamma scricchiola...




… così direbbe Patato Piccolo, e avrebbe ragione.
La pancia di mamma scricchiola perché c’è ancora (per poco) un drenaggio attaccato e perché la mamma ha una piccola carta geografica di cerotti come recente memoria di una scelta precisa e decisa: quella di mettere uno stop al suo mangiare male e al suo rapporto malato con il cibo.

Quando il cibo non è più (ma lo è mai stato?) solo sostentamento ma diventa amico, consolatore, fonte di gratificazione, alibi, schermo verso il mondo… allora si ha un problema.
Io il problema ce l’ho da 26 anni e ho sempre pensato a risolverlo con “pezze” fatte di diete, consulti e varie… poi un giorno ti accorgi che non devi mettere una pezza su una cosa vecchia, quanto invece trovare la stoffa e il modello che faccia per te, per la tua storia.
E allora capisci che non devi cambiare solo ciò che mangi, ma piuttosto il perché e il come mangi.
Ed inizi un percorso, che di sicuro è in salita (ed è giusto che lo sia: non puoi pensare che la tua vita cambi drasticamente senza impegno o fatica: tutte le cose belle vanno conquistate) ma che in realtà funzionerà solo se avrai coraggio e pazienza di scavare, rimuovere, mettere in discussione tante cose.

Ecco, sono all’inizio di questo percorso. L’inizio pratico, perché quello di consapevolezza è iniziato qualche mese fa.
Sono stati mesi un po’ complicati nella Tana, gli ultimi: la prima visita, il lavoro con instamamme che non si ferma mai, un’estate fatta di mercatini, vacanze bellissime in famiglia e con amiche importanti, un settembre di ripresa, le visite ad ottobre, l’intervento martedì.

Non è un caso che io torni qui proprio adesso che finalmente ho messo un punto importante e che sia pronta a condividerlo: gli ultimi periodi sono stati pieni di dubbi e paure, inutile negarselo e credo che chiunque abbia dei figli possa capirlo benissimo.
Scegliere consapevolmente di accettare il rischio intrinseco di un intervento chirurgico è ben diverso da affrontarne uno perché costretti: hai una scelta, e stai scegliendo. Con tutto il carico di responsabilità che questo comporta verso di te, il tuo compagno, i tuoi figli, i tuoi genitori.
Poi capisci che anche loro, oltre te, meritano di avere a fianco la vera te e non il bozzolo che la imprigiona da troppo tempo. Poi li vedi sereni accettare che tu provi a migliorare la tua vita, perché semplicemente ti amano e vogliono che tu sia felice.

È questa la consapevolezza che mi ha accompagnato nel breve tratto tra la camera e la sala operatoria, martedì. Ed è stata fondamentale, senza non ce l’avrei mai fatta. Mi sono detta che se loro erano pronti a rischiare di perdermi per permettermi di essere felice, dovevo anche io amarmi allo stesso modo e concedermi la stessa possibilità.

Per cui oggi sono qui, tornata a casa e pronta ad iniziare i piccoli passi di questo grande percorso che non so ancora dove mi porterà ma che so di percorrere con chi amo e mi ama.
E no, non è affatto scontato.

lunedì 20 giugno 2016

Quando l'Italia ha ricominciato ad essere casa mia



Poco meno di un anno fa prendevo un aereo per tornare in Italia, nel mio Paese.
Per capire che questo sarebbe stato di nuovo il mio Paese ci ho messo un po', in effetti. O forse più per accettarlo che per capirlo, onestamente.
La Costa d’Avorio è stata un’occasione così importante sotto così tanti punti di vista che c’è voluto di lasciarla per riconoscere con umiltà di amarla tanto ma di non appartenerle.

Forse la consapevolezza è arrivata in una calda, si fa per dire, giornata di agosto, quando finalmente mi riavvicinavo alla Terra di Mezzo con l’occhio della memoria, dei passi fatti, dei semi lasciati cadere e ormai diventati pianticelle.
Forse la consapevolezza già nasceva nell’immaginare come quella casa avrebbe parlato di altri, o cosa di quella vita ci avrebbe seguito in questa nuova avventura.

Perché, ora posso dirlo con onestà e consapevolezza, tornare è stata l’avventura al contrario del partire, con la sostanziale differenza che partire era stato un arrivederci e tornare implicava un addio.
C’è stato da ricomporsi e ritrovare equilibri. C’è stato da riprendere una quotidianità in cui la spesa si faceva in una lingua diversa e le parole non ti venivano mai. C’è stato da inserirsi in una scuola completamente diversa per metodo e organizzazione.
C’è stata la difficilissima accettazione del vedere i nostri figli fiorire e capire che in Costa d’Avorio forse non sarebbero fioriti mai. C’è stato un Patato Piccolo che sorrideva, per la prima volta in quattro anni, nell’andare a scuola e ci sono stati immensi sensi di colpa con cui fare i conti.

Insomma c’è stato da riprendere dei fili e lasciarne indietro altri, come per ogni cambiamento. C’è stato un periodo di assestamento e uno di spaesamento, nel delirio immenso delle migliaia di cose da fare.

E poi c’è stato il momento, in qualche posto indefinito tra il sorriso di tuo figlio e la prima spesa fatta senza tradurre, in cui non solo hai capito che questa era casa tua ma l’hai vissuta come tale nella sua interezza. Che ti sei sentita a casa.
Per quel sorriso, per la spesa, per l’aria che respiri, per le strade che percorri, per tutte le emozioni che hai ritrovato senza mai aver capito di averle lasciate indietro.

C’è stato da riconoscere che questo posto del mondo, questo Paese che amo e ho sempre amato, in qualche modo aspettava il mio ritorno e io il suo abbraccio.
Perché vivere all’estero ti presenta il conto di quanto il tuo Paese non ti piaccia, per prima cosa. Poi ti insegna ad apprezzarlo. Ma te lo fa vivere sempre in differita, sempre come fosse la vita degli altri e non la tua.

L’Italia è qualcosa cui senti di far parte ma è sempre più indefinito e lontano, sfumato. La vivi per l’assenza più che per la presenza, quando vivi all’estero. Per quello che non ha saputo trattenerti.
Poi arriva il giorno in cui dentro ti nasce la tua storia con tutte le sue consapevolezze e per quanto tu la possa relegare in un angolino piccolo e nascosto, per quanto tu non sappia dargli un ambito concreto e definito, è quella storia a dirti chi sei, ovunque tu sia.

Con questo post partecipo all'iniziativa "Instamamme vuole anche te"... scopri come farlo anche tu! 

venerdì 17 giugno 2016

Tempi diversi


Una delle cose che mi ha insegnato l’Africa è stato il valore del tempo.
Del tempo che concedi alla scoperta, di te stessa come di ciò che ti circonda, o ai tuoi interessi.

In Africa avevo un tempo molto più rarefatto e mio.
Sarà perché i bambini erano a scuola quasi tutto il giorno, sarà che il Marito Paziente aveva dei turni che contemplavano o solo la mattina o solo il pomeriggio e mai il fine settimana, sarà quel che sarà ma il tempo non mi mancava mai.

Riuscivo a lavorare, tanto, su Instamamme, a creare bigiotteria e oggetti artigianali, ad andare in piscina due volte alla settimana, anche a leggere. E tenevo perfino abbastanza aggiornato questo blog.

Da quando sono in Italia lavoro meno su Instamamme, non ho ancora creato nulla (e l’estate si avvicina!), la piscina l’ho vista solo quando portavo i bambini a nuoto, leggere è quasi un’utopia. Per non parlare del blog, la cui frequenza di aggiornamento è quantomeno imbarazzante.

Sicuramente ha influito anche il lavoro di Marito Paziente, tornato a turnazioni che coinvolgono anche notti e fine settimana, e di certo devo ancora trovare un equilibrio anche io.
Ma la cosa più dirompente riguardo all’organizzazione familiare è stata quella attinente alla sfera Patata: scuola, compiti, attività, socialità.

Abbiamo scelto per loro i “moduli”, quel sistema scolastico che prevede 5 giorni di frequenza fino alle 13 con un rientro solo a settimana.
Questo ci ha consentito di potergli far svolgere attività pomeridiane, tra compiti, sport e amici. Ma per noi genitori è stato un delirio di cose da far combaciare, soprattutto quando nello stesso giorno c’erano magari molti compiti e la piscina, o la lezione di inglese.

Alla fine di questo anno scolastico tirando le somme, nonostante queste difficoltà, penso che abbiamo fatto la scelta migliore per loro, che venivano da quattro anni di scuola fino alle 16:30, che non avevano mai avuto la possibilità di attività pomeridiane, che vivevano la socialità solo durante le ore scolastiche.
Vederli giocare con i loro amici, ospitare noi loro o portare i Patati da loro, è stata una cosa bellissima.

E il tempo? Il tempo è una coperta corta che implica scelte e rinunce, e tanto vale accettarlo e mettersela via. Il tempo è qualcosa a volte da domare e a volte da assecondare, a volte da rubare a volte semplicemente da organizzare.
Ma in questo tempo che viviamo ogni giorno ci sono bambini più felici, e se questo implica il dormire di meno per fare ciò che di giorno non si riesce a fare… pace.
C’è sempre l’opzione del fare meno, la più dura da accettare… ma ci sto lavorando su.

martedì 14 giugno 2016

Dietro le ciglia


Ogni sera vi guardo dormire, sereni.
Mi chiedo sempre cosa si annidi dietro le vostre ciglia, se c’è un nodo non ho saputo sciogliere, se ho dato troppo, se ho dato troppo poco, durante la giornata appena finita.
Ho capito tempo fa che non sarei stata la mamma che pensavo sarei stata.
Del resto non c’è un corso in “mammologia”, qualcosa e qualcuno che ti dica se stai sbagliando o se stai facendo bene.
E così abbiamo sempre navigato a vista, noi tre. Annusandoci ogni giorno, adattandoci ogni giorno l’uno alle debolezze degli altri. Perché chiunque dica che una mamma non debba avere debolezze è uno sciocco: una mamma debolezze le ha, e alcune deve addirittura condividerle coi figli.
Vi guardo ogni giorno  e ogni giorno mi stupisco di come, nonostante gli enormi cambiamenti ci siano stati in questi anni nelle vostre vite, voi abbiate fatto vostro ciò che vi abbiamo proposto, o imposto, senza drammi. E mi domando come mi sono potuta meritare due figli così meravigliosamente recettivi, aperti, capaci di giocare la vita con lingue e in luoghi differenti.
Vi guardo dormire tranquilli e vorrei essere capace di avere la vostra serenità e la vostra certezza nel futuro.
Vorrei che mi insegnaste la semplicità, la bellezza delle emozioni elementari. La bellezza dello scoprire le cose poco a poco, piuttosto che di conoscerle già.
Ci sarà un giorno in cui sarete voi a spiegare il mondo a me, inevitabilmente. Spero di riuscire ad essere una buona alunna, di avere la stessa voglia di imparare che voi avete oggi.
Arriverà anche il giorno in cui non sgattaiolerò più nella vostra camera per spiare il vostro respiro calmo, arriverà il giorno in cui a chiedersi cosa si celi dietro le vostre ciglia sarà un’altra donna. Spero di riuscire a non avercela troppo con lei, per questo. Ve lo prometto, mi impegnerò.
Per ora mi godo questo momenti inconsapevolmente solo nostri e meravigliosamente ancora solo miei. <3

venerdì 3 giugno 2016

Standard e aspettative


Una delle lezioni più importanti dell’esistenza, quella subito dopo quella su come funziona il cervello di un uomo credo, deve essere stata quella sull’evitare di fissare degli standard, nell’offerta che si fa di sé e del proprio tempo e impegno. Ovviamente me la sono persa.

Ci pensavo mentre, dopo aver passato mezza mattinata, rimandando anche delle cose di lavoro un po’ urgenti, a spignattare per portare in tavola qualcosa di buono, sano e gustoso per i miei figli, ottenevo l’equivalente facciale di “che palle” allo scodellamento delle lasagne nel desco familiare.


Tralasciando per un attimo la voglia che avessi di mettergliele per cappello, a quei piccoli ingrati, riflettevo che se la reazione dei miei figli a un cibo che io vedevo solo nei giorni di festa fosse quella, forse avevo sbagliato qualcosa io. Forse li sto viziando, forse semplicemente sto alzando troppo il livello delle loro aspettative, forse non è un bene.

Non è un bene per loro, che forse non sapranno più apprezzare un momento “speciale”, il pranzo della domenica, il piatto preferito la sera del compleanno. Non è un bene per me, che finirò per non riuscire più a mantenere lo standard cui oggi, seppur con sacrifici e scelte (non lavoro la mattina? Lavorerò di notte, è semplice), li sto abituando.


C’è qualcosa di me che lotta profondamente contro questo concetto: sapere di fare qualcosa di speciale (ok, che io, con la mia storia, reputo speciale) per loro mi rende felice, non mi fa sentire stanchezza, rimpianto, mi aiuta a non sentirmi in colpa quando devo finire un lavoro e non posso dedicarmi a loro come vorrei e vorrebbero.

È ovvio infatti che ciò che do ai miei figli è la mediazione tra ciò che posso dare e ciò che loro desidererebbero, una coperta corta tra diversi bisogni e desideri che una volta copre di qua e una volta di là.


Cerco di non vivere la cosa con troppi sensi di colpa: hanno la fortuna di avere una mamma magari impegnata ma in casa, una mamma che puoi interrompere se hai un dubbio o un’esigenza; una mamma che può invitare a cena il tuo amico del cuore senza drammi, perché non ha cartellini da timbrare e può fare scelte.
D’altra parte, però, è anche vero che questa condizione porta comunque ad uno standard alto di offerta: solo per rimanere nell’ambito culinario, è abbastanza raro che i miei figli mangino qualcosa di rimediato e il “pronto da cuocere” non sanno neanche cosa sia. A mantenere uno standard alto, si rischia che tutto sia dato per scontato. E non è un bene per nessuno.

La verità, nuda, cruda e onesta, è che sono io che non sono capace di darmi un punto. Che ho sempre paura che ciò che do non sia abbastanza, in famiglia come negli affetti e non parliamo proprio del lavoro. Che a parte la stanchezza o la prostrazione mentale, non ho un limite superiore e ho un senso del dovere inox. Dovere autoimposto, ovviamente: so essere più esigente e severa con me stessa di chiunque altro.

Su questo riflettevo, l’altro giorno: offrire così tanto, in termini di precisione, disponibilità, attenzione, impegno, è per chi ne beneficia più un regalo immediato o una possibile condanna nel futuro?

venerdì 27 maggio 2016

Maternità e lavoro


C’era una volta una bambina che sognava di fare la mamma, un po’ come tutte le bambine col vestitino a balze e i codini.
Poi c’è stata una ragazzina che voleva fare l’architetto, modificare lo spazio, controllare l’indefinito.
Poi è arrivata una ragazza che voleva essere entrambe le cose, con la stessa urgenza e la stessa passione.
Infine, ecco una giovane donna che voleva essere madre, e il resto che si arrangi.

La donna adulta che oggi è dietro a questa tastiera, le guarda e le contiene tutte e quattro e sorride. Un sorriso un po’ amaro, perché la vita non è mai quell’equazione certa che credi possa essere fino a che non ti ci lasci inzuppare un po’.
Un sorriso aperto e onesto, perché nonostante tutto, ha trovato un equilibrio.

Ha scoperto che fare solo la mamma non le sarebbe bastato mai.
Ha scoperto che non seguire i suoi figli non fa per lei, non delegherebbe mai a nessuno il suo ruolo di educatrice, consolatrice, confidente. Ed è stata una scoperta sorprendentemente recente.



Ogni cosa arriva quando sei pronto a riconoscerla, e accettarla. Per me ci sono voluti anni di mutilazioni dell’ego e della stima di sé stessi per accettare che la prospettiva di essere “solo” la madre dei miei figli mi facesse venir voglia di fuggire lontano. E no, non sto scherzando.

Ho vissuto la maternità come una bellissima prigione dorata, pur avendo voluto e cercato entrambi i miei figli, forse a causa del presupposto sbagliato: pensavo che la maternità sarebbe stata la mia realizzazione… Ma la maternità non è qualcosa che ci appartiene, è il creare qualcosa che appartiene al mondo, che non controlli, che non deve realizzare te quanto sé stessa, grazie anche a te.


Un figlio non può essere una realizzazione, è e deve rimanere troppo sé stesso per realizzare te.
Anni di disagio per capirlo, o meglio per accettarlo. Anni in cui ti senti la peggiore delle madri perché hai concettualmente bisogno di tempo da adulti e invece passi le giornate col cubotto parlotto. E non sei felice.
Certo, la scolarizzazione dei miei figli, iniziata al nido, ha contribuito alla mia sanità mentale, ma mancava la difficilissima fase di accettazione della differenza tra come ti immaginavi e come invece hai scoperto di essere. Per cui ok, senza bimbi perché a scuola, ma anche senza scopi.

Il mondo del lavoro non ama le madri, scioccamente e banalmente, figuriamoci quanto possa amarne una che deve ricominciare da zero dopo due maternità e in un periodo di crisi del suo settore. Così ero a casa, a sentirmi la peggiore delle madri, again, perché nonostante i miei figli fossero a scuola e avessi tempo, non riuscivo a trovare il mio spazio, l’oasi felice della mia realizzazione.

Cosa sai fare? Mah, scrivere, dicono. Ok. Te la senti? No.
Altre cose? Ho fantasia. Imparo in fretta.
Ed è così che ho ripreso in mano la mia passione per l’artigianato, scoprendo nuovi materiali, perfezionando tecniche, inventandomi qualcosa di nuovo e proponendolo nei mercatini. Amo la gente, amo lo scambio, amo mettere la faccia in ciò che faccio.

Quando la cosa stava iniziando a diventare più seria, avevo gettato delle basi, iniziavo a essere conosciuta almeno in ambito locale… siamo partiti.
Dire che l’abbia presa male, sotto questo aspetto, è un blando eufemismo: ero arrabbiata, delusa, scazzata… santo subito il lavoro di mio marito, ancora più santo perché era grazie a quello che stavamo vivendo quella realtà che poi ci avrebbe cambiato la vita, ma perché dovevo essere sempre io a rinunciare, a ricominciare, a ricostruire?
Siamo arrivati ad un passo dal divorzio, in quel periodo. E anche su questo, non sto scherzando.



Poi è arrivato Instamamme. Il mio lavoro.
È arrivato come un gioco, qualcosa in cui buttarsi perché tanto di tempo ne avevo, cosa potevo perderci?
È arrivato senza crederci troppo… ma dai, io che lavoro in gruppo? Con altre donne, poi. Non ho la costanza, non l’avrò mai. Non ho la pazienza, la conciliazione.
Però non avevo nulla da perdere, e mi sono detta “proviamo”.

E siamo ancora qui.
Oggi instamamme non mi fa pagare le bollette, ma mi rende contenta del tempo che gli dedico e del tempo che dedico ai miei figli, in uno strano equilibrio in cui mamma c’è ma sta lavorando oppure mamma c’è perché c’è bisogno che ci sia e pace; in cui se non posso lavorare oggi, lo farò stanotte. In cui il nostro datore di lavoro siamo noi stesse, ognuna con sé stessa e con le altre.

Oggi i miei figli considerano Instamamme un lavoro, e non solo perché mi occupa parte delle giornate o mi distoglie da loro. Ne fanno parte anche loro, si sentono coinvolti, vengono coinvolti, capiscono e apprezzano l’impegno che mi vedono mettere in quello che faccio, capiscono la stanchezza, apprezzano il risultato quando viene loro presentato.
È questo che rende instamamme il mio lavoro ed è curioso e bellissimo notare che non solo ha in qualche modo avuto origine dall’essere madre, ma ci si confronta ogni giorno.

Ognuno di questi due ambiti, la maternità e il lavoro, mi permette di migliorare me stessa nell’altro: sono una mamma migliore perché sono felice, sono una lavoratrice migliore perché l’essere madre mi fornisce stimoli e fa trovare soluzioni e conciliazioni che prima non avrei neanche mai preso in considerazione.


Diciamo che ho trovato un equilibrio, qualcosa che mi permetta di scegliere, di non delegare, che non mi faccia sentire prigioniera di un ruolo o di un lavoro in cui a dettare condizioni e tempi non sia io. Non è poco, davvero.
È fortuna, impegno e forse un pizzico di follia. Ma questo solo la donna matura poteva saperlo.



Con questo post partecipo all'iniziativa "Instamamme vuole anche te"... scopri come farlo anche tu! 

sabato 21 maggio 2016

Milano, che mi fa bene e mi fa male


Milano mi piace: mi è piaciuta in estate, deserta e con un cielo da cartolina, mi è piaciuta in un freddo capodanno con un’aria noncurante e sospesa, mi è piaciuta in questo maggio che sembra marzo, in metropolitane affollate e strade piene di turisti e persone indaffarate nei loro perché.




Questa volta, Milano è stata il mio primo MammacheBlog: un evento cui volevo assolutamente partecipare, dopo anni in differita. Un evento che mi ha fatto fare il pieno di sorrisi, di abbracci, di stimoli, di amicizia, di tante persone finalmente conosciute al di là di quello schermo che un po’ ci unisce tutte. Un evento in cui finalmente puoi toccare con mano l’impatto di ciò che hai costruito, dell’amore e dell’impegno che ci hai messo. Pare poco.



Questa volta Milano è stata una chiacchierata ad un tavolino di un bar, importante e preziosa. È stata l’abbracciare finalmente una persona con cui dividi scazzi, gioie, preoccupazioni, qualunque cosa da quattro anni, senza averla mai vista dal vivo. È stata un gruppo che ha la sua forza nella stima, nel conoscere punti forti e deboli l’una dell’altra, nel concederseli, nel perdonarseli, nello stimolarsi a mettersi in gioco, giorno dopo giorno.


Questa volta, Milano, è stata una strana quotidianità condivisa con una persona cui voglio molto bene. Sono stati momenti rubati agli impegni di ognuna, bei momenti, parole, racconti, confronto. Quelle cose che seppur brevi hanno un peso specifico enorme, nell’economia dell’esistenza.

Questa volta Milano è stata una strana autonomia cui non ero abituata: 5 giorni per me, per il mio lavoro (che mi concedo di non mettere tra virgolette, perché alla fine tale è devo essere la prima a riconoscerlo, per dargli la dignità che merita), lontana dai tre uomini più importanti della mia vita. Era già capitato, ma solo per problemi di salute. È stata una solitudine pesante e strana, fatta di sigarette per riempire un vuoto, fatta di negozi da vedere con tranquillità, fatta di voglia di condividere e mani libere da manine piccole e sudate. Forse ci si può fare l’abitudine, ma è presto.


Questa volta, Milano, è stata un’assoluta e limpida nostalgia di qualcosa che vorrei e che non avrò mai, a meno di ribaltare di nuovo tutto quanto. È stata una Milano dove tocchi le occasioni, dove il tuo lavoro avrebbe un senso decisamente diverso, dove scopri che un posto può essere un concime per ciò che stai piantando, semplicemente. Ho amato ogni viaggio in metro che mi ha portato a svolgere un lavoro, in quei giorni piovosi e un po’ pigiati di mille cose. Ho rimpianto ogni viaggio che non farò. Una scrivania in un posto bellissimo per lavorare confrontandosi con realtà diverse dalla tua ma recettive, costruttive, abituate allo scambio.

Ecco, Milano è stato tutto questo, con un piatto della bilancia che si alzava e si abbassava a seconda del contesto, della compagnia o della solitudine, del reale o del virtuale.

Milano mi ha lasciato piena di sorrisi e concretezza, di puntini di sospensione e congiuntivi. E forse, anche, un po’ vuota perché essere soddisfatti e felici è ben poca cosa se non puoi esserlo guardando in faccia chi ami.