Questa mattina un diolobenedica marito ha lasciato che la fra ignorasse la sveglia delle 6 e mezza e rimanesse a dormire nel talamo nuziale.
Questo sia perché il marito di cui sopra è un santo sia perché la fra fa parte di quella schiera di persone che hanno un ritmo sonno-riposo completamente all'opposto di quello che servirebbe (un gruppo fortunato, indubbiamente).
Potete chiedere, senza problemi, alla fra, a parità di ore dormite, di rinunciare alle prime ore di sonno (ovvero di addormentarsi tardi) ma non provate a chiederle di rinunciare alle ultime per svegliarsi presto, ché otterrete una belva, scazzata, insonnolita e francamente insopportabile.
Pertanto il marito è sì un santo ma è anche semplicemente una persona previdente.
Insomma stamattina il marito si alza e lascia la fra a dormire in compagnia dell'aria condizionata. Sveglia la prole, gli prepara la colazione, la veste, la mette in macchina convinto di portarla a scuola e da lì tornare a svegliare la moglie con un bacio e un caffé.
E invece.
Invece già uscendo dal cortile capisce che qualcosa non va. Di solito c'è una fila di macchine che non finisce, alle 7 e mezza sotto casa nostra. Invece il nulla più assoluto. Che a me sarebbe preso un mezzo colpo, avrei pensato minimo ad un'azione militare o alla ripresa della guerra civile (che qui si rischia sempre).
Bah, dice il marito, sarà una di quelle coincidenze astrali per cui tu esci e non trovi nessuno ma 5 minuti prima e 5 minuti dopo c'era e ci sarà l'iradiddio della gente.
beh, no.
Arrivato a ascuola, il marito l'ha trovata decisamente, inaspettatamente, chiusa. Con un bell'avviso che diceva che la scuola oggi era chiusa...
...per l'Harmattan? NO.
...per qualche festa religiosa? NO.
...per qualche festa nazionale? NO.
...per qualche motivazione seria? NO.
La scuola oggi è chiusa perché ieri sera, la squadra di calcio della Costa d'Avorio, Les Elephants, ha conquistato un meritatissimo secondo posto (perdendo solo ai rigori, è rimasta imbattuta per tutto il torneo) nella Africa Cup of Nation 2012.
E stamattina TUTTA Abidjan è andata all'aeroporto di Port Bouet per omaggiare, salutare e ringraziare, la nazionale di ritorno dal Gabon.
Ecco.
Sipario.
lunedì 13 febbraio 2012
giovedì 9 febbraio 2012
Ma basta?
Insomma venerdì scorso, dopo aver rimandato il rimandabile nella speranza che la cosa passasse da sé, una fra maritomunita si è recata alla clinica per farsi visitare. Alla clinica ormai ci conoscono per nome, e questo non è mai un buon segno, soprattutto se sei in suolo ivoriano da meno di tre mesi.
Andiamo e la dottoressa di turno chiede alla fra più o meno anche il nome del suo animaletto di pezza da piccola, ma vabbeh...meglio scrupolosi che no (che la fra ha ancora memoria del suo medico romano: Giovà, c'ho mal de testa. 'N te preoccupà, pur'io. Giovà me fanno male i reni. 'N te preoccupà, pur'io. Giovà, c'ho i dolori mestruali. 'N te preoccupà, pur...ehm.)
Dopo averle raccontato tutte le malattie pregresse e i sintomi di quelle in corso, la fra viene fatta accomodare nella saletta delle visite. Viene pesata (machedavero?), le fanno misurare la temperatura e le viene misurata la pressione (fanno sta cosa ad ogni visita, non so se rendo). Che risulta un po' alta. Ma vai a far capire ad una dottoressa africana che la fra si agita a bestia quando sente quel cappero di manicotto che le si stringe sul braccio. Vabbeh, la misura di nuovo dopo 5 minuti e, grazie al training autogeno della fra, la pressione le pare accettabile.
Ok, apra la bocca e faccia "AAAAAA". La fra esegue e la faccia della dottoressa si fa un minimo perplessa. "Le tonsille sono grandi grandi, la gola è rossa rossa e ci sono tanti tanti puntini verdi" . verdi? sì, verdi. Bene: sono un mutante, ora aspettiamo solo di capire quale sia il mio potere e poi mi iscrivo alla scuola degli X-Man (vista la velocità con cui ricrescono i peli a questa latitudine, potrei valutare quello peloso).
Ritorniamo nell'altra stanza e la doc inizia a spiegare che ci vuole l'antibiotico. La fra, memore della vaga cappellata fatta coi suoi figli, dice subito un enorme sì, però. Però mia cara dottoressa, l'amoxicillina NO. Mi guarda e mi dice che sarebbe il tipo di antibiotico migliore. Io le dico che l'amoxicillina non è sindacabile, è un No assoluto, mi fa venire la candida e l'eritema, dove non vorresti MAI avere la candida e l'eritema. Capisce al volo, del resto è una donna anche lei, che non è proprio il caso, quindi segna alla fra un altro antibiotico. La fra chiede se è possibile averlo in punture, ché lei le medicine se le scorda sistematicamente, non c'è pezza. Stavolta è la doc ad emettere un insindacabile no. E vabbeh.
Però sa signora servirebbe anche il cortisone (oh, ma che lo intingete anche nel latte a colazione sto cacchio de cortisone?) però lei soffre di reflusso e la pressione è ai limiti alti, quindi non me la sento di darglielo (meglio, posso dirlo? dici che non è il caso? ah vabbeh, non lo dico). Prenda questo sciroppo antiinfiammatorio a base naturale, l'antibiotico e ci si rivede martedì.
Ok, a martedì.
Chiaramente il contingente francofono della famiglia martedì mattina sarà al lavoro e la fra dovrà andare da sola. Tanto devi solo aprire la bocca, lei controlla e basta.
Ecco, ma anche no.
Martedì mattina, alle 6 e mezza, la sveglia toglie la fra dalle dolci braccia di morfeo. Poco dopo la fra svolge lo stesso ingrato compito coi patati. Colazione, lavaggio mani e faccia, preparazione merenda per la scuola, borraccia, quaderni, assemblaggio zaino, vestizione patati, vestizione della fra e via, verso nuove avventure.
Arrivati a scuola, la fra si accorge che fa freschetto, beeeeeeeellllooooooooo.
Porta dentro i patati, scambia convenevoli con le maestre mentre quelle si sbaciucchiano i patati dopo 15 gg di assenza e se ne torna verso la macchina. Un freddo cane, vento.
Ora, freddo. Mi rendo conto dell'assurdità dell'affermazione. Ma per chi, come noi, è abituato a una temperatura variabile (alle setteetrequarti del mattino) tra i 28 e i 33 gradi, se ne fa 23 ti chiedi perché mai non ti sei portata il giacchetto.
La fra si mette di nuovo in moto verso la clinica, accompagnata dal fresco, dal vento e da una foschia densa.
Arriva alla clinica, dove scopre che nel frattempo hanno imparato anche i loro nomi di battesimo e si accorge, improvvisamente e con un vago terrore, che non si ricorda per niente il nome della dottoressa. Nella sua totale ingenuità, la fra ha pensato quindi che la dottoressa di turno fosse solo la sua e che le infermiere avessero il foglio degli appuntamenti.
Errore, in entrambi i casi.
Alla domanda perché è qui, la fra dice devo fare un controllo.
Ok, con chi.
Ehm, non mi ricordo il nome della dottoressa (prima figura: la rincoglionita)
L'infermiera dice qualcosa che, alla luce dei fatti, deve essere "ok, cosa ti fa male"
La fra non ci capisce una mazza fritta e crede che l'infermiera le abbia detto che non ha capito di chi si tratta.
Alché la fra, mimando pure, descrive la dottoressa: è alta così, ha gli occhiali e i capelli lunghi fino qui. (seconda figura: la completa idiota).
La faccia delle infermiere, tra l'incredulo e la paresi da iena ridends, diceva "non può averlo fatto davvero". E invece sì, figo vero?
Ripetono la domanda originaria e la fra risponde "mal di gola" alché l'infermiera si illumina e dice "deve andare lì", indicando l'otorinolaringoiatria.
Ehm, no.
Ricapitoliamo. Sono venuta venerdì, la dottoressa di cui non mi ricordo il nome ma che ti so descrivere mi ha detto di tornare stamattina per un controllo, ho appuntamento alle 9. (terza figura: la disperata)
A questo punto, con molta nonchalance, l'infermiera prende il foglio degli appuntamenti e mi chiede come mi chiamo.
Madame latana.
Ah, oui oui.
Ci manca il "pas problem" e poi mi sembra di parlare con Geppetto, direi che la capacità di capirsi al volo è più o meno la stessa.
Si arriva alla soluzione: lei ha appuntamento con la dottoressa Ceppo, prego si accomodi.
Merci.
Dopo un po' di tempo in sala d'aspetto, la fra viene chiamata dalla dottoressa Ceppo. Ariapra la bocca, aripressione, arialta. Ha avuto episodi di pressione alta? in gravidanza magari? Oui dice la fra, alla fine della mia seconda gravidanza. Ma siccome la pronuncia tra deuxième (Dsiem) e douzième (dusiem) è quasi la stessa, la fra è abbastanza certa di averle detto durante la mia dodicesima gravidanza (praticamente la moglie di Giulio Coniglio). La doc fa infatti una faccia strana, poi si ricorda chi ha davanti e la faccia diventa di commiserazione. Vabbeh và, apra la bocca. Insomma la gola è meno rossa (ma sempre rossa) le tonsille sono meno grandi (ma sempre grandi), i puntini sono meno (ma ci sono ancora). Ma non mi fa male per niente, dico io. Che eri un mutante lo avevamo già assodato, pensa lei, ma non dice nulla probabilmente per compassione.
La fra poi fa notare che è dalla sera prima che le fa male lo zigomo. L'assenza di lividi esclude che il marito l'abbia pestata, quindi deve essere qualcosa di interno, come dire.
Ok, sembra sinusite, vada a fare la lastra, urgente.
La doc, che dopo il misunderstanding deuxième/douzième ha capito perfettamente il livello di francese alla Totò della fra, le spiega come le avesse 3 anni tutto quello che deve fare e le scrive quello che deve chiedere al banco dell'assicurazione sanitaria (una cosa un po' umiliante, in verità).
Insomma la fra va a sto banco, prende i fogli che deve prendere e va in radiologia.
Da allora in poi è tutto all'insegna dell'improvvisazione e della botta di culo. La fra arriva, consegna il foglio, si mette seduta. Viene chiamata per pagare la quota non pagata dall'assicurazione sanitaria, attende la fattura, ma non sa chiederla, si rimette seduta. Viene chiamata per la fattura, ma non capisce che è per la fattura quindi sicuramente dice qualche cazzata random, poi si rimette seduta. Cerca di stare attenta se sente chiamare il suo nome, in una lingua che conosce poco e con la pronuncia africana, a volte è tentata di alzarsi, ma resta seduta. Madame latana, la fra si alza, oui c'est moi, no niente le volevo solo dire che tra poco la chiamiamo, la fra si rimette seduta. Sembra il remake di laurenzia-cara-laurenzia.
Finalmente è il suo turno e la fra viene accompagnata lungo il corridoio, alla fine del quale la fanno sedere di nuovo, la chiameranno a breve. Scusa eh, ma allora potevo rimanere lì, no? No. Ci sono certe cose del modo di fare ivoriano che mi sfuggono, è evidente.
Madame la tana, mi rialzo, tra poco la chiamo, mi risiedo.
Madame la fra (scusa eh, perché sei passato al "tu"?), venga che si deve spogliare per mettere il camice per la lastra. La fra si alza, incredula, poi esprime il dubbio vago che il tipo non abbia neanche letto la sua richiesta.
Ehm, déshabiller? pour une radio à la tête?
Eh, à la tête?!?
Oui, ma doctoresse pense que j'ai une sinusite.
Sinusite? oh!
Dopodiché inizia a ridere, non voglio neanche sapere che tipo di lastra aveva capito dovessi fare.
La fra è talmente rinfrancata dalla preparazione degli infermieri della radiologia che si incammina verso la sala lastre come fosse più o meno il miglio verde.
Viene fatta entrare, sedere, le fan togliere gli occhiali, il piercing al naso lo toglie di sua spontanea volontà, l'infermiere dice che volendo può anche tenerlo. A sto punto mi tengo pure gli occhiali, così dalla lastra sembro Wonder Woman con un amo nel naso, figo.
Con la certezza che il tipo non capirebbe la battuta, la fra non prova neanche a tradurla in francese ma ridacchia tra sé.
Il tipo arriva, le spiaccica la faccia frontalmente sul macchinario (l'effetto è come appoggiare la faccia al finestrino e poi tirarlo su), esce e le dice di non respirare. Due secondi dopo viene e si porta via la lastra con la faccia spiaccicata della fra.
Mi serve subito, dico.
Mi guarda male, mi dice ok ma poi per la valutazione del radiologo la riporti giù. Va bene, caccia sta lastra che la doc Ceppo mi aspetta, hop hop.
Ottenuta la stampa aberrante della sua faccia stracinata in padella come un piatto di broccoletti, la fra la guarda e pure da sola vede che c'è una bella opacità a sinistra, ovvero dove le fa male.
La cosa verrà confermata dalla doc poco dopo. Bene, antibiotico e decongestionanti bronchiali via aerosol, però secondo me tutto questo ha cause allergiche, le do l'antistaminico.
La fra si ricorda della crisi respiratoria avuta in gravidanza e ne conviene.
Del resto, fa la doc, è tornato l'Harmattan, vede che cielo oggi, l'aria è troppo secca.
Porcamignot
Porcocaz
Porc
Insomma, secca? 90% di umidità ti pare secco? stavolta è la fra che guarda la doc con commiserazione.
Uno a uno, palla al centro.
Dopo aver salutato la doc e aver riportato la lastra in radiologia, la fra finalmente torna a casa, sempre accompagnata dalla foschia e dal freddino, apre le finestre e si mette a pulire.
Dopo poco ha iniziato a sentire un vago odore di polvere. Meno vago ad ogni secondo.
Praticamente la fra si è resa conto, con sommo orrore, che la foschia in realtà era solo aria pesante satura di polvere. La polvere sporca del deserto portata dall'Harmattan, appunto. La polvere che ha fatto ammalare i suoi figli quando era molta ma molta meno.
La polvere che rende l'aria irrespirabile.
La polvere che ieri sera ha fatto implorare alla fra il ventolin.
Ecco, ok doc hai vinto tu, e pure in trasferta.
La fra si è abbastanza rotta di perdere le partite coi medici, si sappia.
Come anche di tante altre cose.
Se incontrare qualcuno che sta giocando al vudù con 4 bamboline, potreste per cortesia togliergli gli spilloni?ok? grazie.
Andiamo e la dottoressa di turno chiede alla fra più o meno anche il nome del suo animaletto di pezza da piccola, ma vabbeh...meglio scrupolosi che no (che la fra ha ancora memoria del suo medico romano: Giovà, c'ho mal de testa. 'N te preoccupà, pur'io. Giovà me fanno male i reni. 'N te preoccupà, pur'io. Giovà, c'ho i dolori mestruali. 'N te preoccupà, pur...ehm.)
Dopo averle raccontato tutte le malattie pregresse e i sintomi di quelle in corso, la fra viene fatta accomodare nella saletta delle visite. Viene pesata (machedavero?), le fanno misurare la temperatura e le viene misurata la pressione (fanno sta cosa ad ogni visita, non so se rendo). Che risulta un po' alta. Ma vai a far capire ad una dottoressa africana che la fra si agita a bestia quando sente quel cappero di manicotto che le si stringe sul braccio. Vabbeh, la misura di nuovo dopo 5 minuti e, grazie al training autogeno della fra, la pressione le pare accettabile.
Ok, apra la bocca e faccia "AAAAAA". La fra esegue e la faccia della dottoressa si fa un minimo perplessa. "Le tonsille sono grandi grandi, la gola è rossa rossa e ci sono tanti tanti puntini verdi" . verdi? sì, verdi. Bene: sono un mutante, ora aspettiamo solo di capire quale sia il mio potere e poi mi iscrivo alla scuola degli X-Man (vista la velocità con cui ricrescono i peli a questa latitudine, potrei valutare quello peloso).
Ritorniamo nell'altra stanza e la doc inizia a spiegare che ci vuole l'antibiotico. La fra, memore della vaga cappellata fatta coi suoi figli, dice subito un enorme sì, però. Però mia cara dottoressa, l'amoxicillina NO. Mi guarda e mi dice che sarebbe il tipo di antibiotico migliore. Io le dico che l'amoxicillina non è sindacabile, è un No assoluto, mi fa venire la candida e l'eritema, dove non vorresti MAI avere la candida e l'eritema. Capisce al volo, del resto è una donna anche lei, che non è proprio il caso, quindi segna alla fra un altro antibiotico. La fra chiede se è possibile averlo in punture, ché lei le medicine se le scorda sistematicamente, non c'è pezza. Stavolta è la doc ad emettere un insindacabile no. E vabbeh.
Però sa signora servirebbe anche il cortisone (oh, ma che lo intingete anche nel latte a colazione sto cacchio de cortisone?) però lei soffre di reflusso e la pressione è ai limiti alti, quindi non me la sento di darglielo (meglio, posso dirlo? dici che non è il caso? ah vabbeh, non lo dico). Prenda questo sciroppo antiinfiammatorio a base naturale, l'antibiotico e ci si rivede martedì.
Ok, a martedì.
Chiaramente il contingente francofono della famiglia martedì mattina sarà al lavoro e la fra dovrà andare da sola. Tanto devi solo aprire la bocca, lei controlla e basta.
Ecco, ma anche no.
Martedì mattina, alle 6 e mezza, la sveglia toglie la fra dalle dolci braccia di morfeo. Poco dopo la fra svolge lo stesso ingrato compito coi patati. Colazione, lavaggio mani e faccia, preparazione merenda per la scuola, borraccia, quaderni, assemblaggio zaino, vestizione patati, vestizione della fra e via, verso nuove avventure.
Arrivati a scuola, la fra si accorge che fa freschetto, beeeeeeeellllooooooooo.
Porta dentro i patati, scambia convenevoli con le maestre mentre quelle si sbaciucchiano i patati dopo 15 gg di assenza e se ne torna verso la macchina. Un freddo cane, vento.
Ora, freddo. Mi rendo conto dell'assurdità dell'affermazione. Ma per chi, come noi, è abituato a una temperatura variabile (alle setteetrequarti del mattino) tra i 28 e i 33 gradi, se ne fa 23 ti chiedi perché mai non ti sei portata il giacchetto.
La fra si mette di nuovo in moto verso la clinica, accompagnata dal fresco, dal vento e da una foschia densa.
Arriva alla clinica, dove scopre che nel frattempo hanno imparato anche i loro nomi di battesimo e si accorge, improvvisamente e con un vago terrore, che non si ricorda per niente il nome della dottoressa. Nella sua totale ingenuità, la fra ha pensato quindi che la dottoressa di turno fosse solo la sua e che le infermiere avessero il foglio degli appuntamenti.
Errore, in entrambi i casi.
Alla domanda perché è qui, la fra dice devo fare un controllo.
Ok, con chi.
Ehm, non mi ricordo il nome della dottoressa (prima figura: la rincoglionita)
L'infermiera dice qualcosa che, alla luce dei fatti, deve essere "ok, cosa ti fa male"
La fra non ci capisce una mazza fritta e crede che l'infermiera le abbia detto che non ha capito di chi si tratta.
Alché la fra, mimando pure, descrive la dottoressa: è alta così, ha gli occhiali e i capelli lunghi fino qui. (seconda figura: la completa idiota).
La faccia delle infermiere, tra l'incredulo e la paresi da iena ridends, diceva "non può averlo fatto davvero". E invece sì, figo vero?
Ripetono la domanda originaria e la fra risponde "mal di gola" alché l'infermiera si illumina e dice "deve andare lì", indicando l'otorinolaringoiatria.
Ehm, no.
Ricapitoliamo. Sono venuta venerdì, la dottoressa di cui non mi ricordo il nome ma che ti so descrivere mi ha detto di tornare stamattina per un controllo, ho appuntamento alle 9. (terza figura: la disperata)
A questo punto, con molta nonchalance, l'infermiera prende il foglio degli appuntamenti e mi chiede come mi chiamo.
Madame latana.
Ah, oui oui.
Ci manca il "pas problem" e poi mi sembra di parlare con Geppetto, direi che la capacità di capirsi al volo è più o meno la stessa.
Si arriva alla soluzione: lei ha appuntamento con la dottoressa Ceppo, prego si accomodi.
Merci.
Dopo un po' di tempo in sala d'aspetto, la fra viene chiamata dalla dottoressa Ceppo. Ariapra la bocca, aripressione, arialta. Ha avuto episodi di pressione alta? in gravidanza magari? Oui dice la fra, alla fine della mia seconda gravidanza. Ma siccome la pronuncia tra deuxième (Dsiem) e douzième (dusiem) è quasi la stessa, la fra è abbastanza certa di averle detto durante la mia dodicesima gravidanza (praticamente la moglie di Giulio Coniglio). La doc fa infatti una faccia strana, poi si ricorda chi ha davanti e la faccia diventa di commiserazione. Vabbeh và, apra la bocca. Insomma la gola è meno rossa (ma sempre rossa) le tonsille sono meno grandi (ma sempre grandi), i puntini sono meno (ma ci sono ancora). Ma non mi fa male per niente, dico io. Che eri un mutante lo avevamo già assodato, pensa lei, ma non dice nulla probabilmente per compassione.
La fra poi fa notare che è dalla sera prima che le fa male lo zigomo. L'assenza di lividi esclude che il marito l'abbia pestata, quindi deve essere qualcosa di interno, come dire.
Ok, sembra sinusite, vada a fare la lastra, urgente.
La doc, che dopo il misunderstanding deuxième/douzième ha capito perfettamente il livello di francese alla Totò della fra, le spiega come le avesse 3 anni tutto quello che deve fare e le scrive quello che deve chiedere al banco dell'assicurazione sanitaria (una cosa un po' umiliante, in verità).
Insomma la fra va a sto banco, prende i fogli che deve prendere e va in radiologia.
Da allora in poi è tutto all'insegna dell'improvvisazione e della botta di culo. La fra arriva, consegna il foglio, si mette seduta. Viene chiamata per pagare la quota non pagata dall'assicurazione sanitaria, attende la fattura, ma non sa chiederla, si rimette seduta. Viene chiamata per la fattura, ma non capisce che è per la fattura quindi sicuramente dice qualche cazzata random, poi si rimette seduta. Cerca di stare attenta se sente chiamare il suo nome, in una lingua che conosce poco e con la pronuncia africana, a volte è tentata di alzarsi, ma resta seduta. Madame latana, la fra si alza, oui c'est moi, no niente le volevo solo dire che tra poco la chiamiamo, la fra si rimette seduta. Sembra il remake di laurenzia-cara-laurenzia.
Finalmente è il suo turno e la fra viene accompagnata lungo il corridoio, alla fine del quale la fanno sedere di nuovo, la chiameranno a breve. Scusa eh, ma allora potevo rimanere lì, no? No. Ci sono certe cose del modo di fare ivoriano che mi sfuggono, è evidente.
Madame la tana, mi rialzo, tra poco la chiamo, mi risiedo.
Madame la fra (scusa eh, perché sei passato al "tu"?), venga che si deve spogliare per mettere il camice per la lastra. La fra si alza, incredula, poi esprime il dubbio vago che il tipo non abbia neanche letto la sua richiesta.
Ehm, déshabiller? pour une radio à la tête?
Eh, à la tête?!?
Oui, ma doctoresse pense que j'ai une sinusite.
Sinusite? oh!
Dopodiché inizia a ridere, non voglio neanche sapere che tipo di lastra aveva capito dovessi fare.
La fra è talmente rinfrancata dalla preparazione degli infermieri della radiologia che si incammina verso la sala lastre come fosse più o meno il miglio verde.
Viene fatta entrare, sedere, le fan togliere gli occhiali, il piercing al naso lo toglie di sua spontanea volontà, l'infermiere dice che volendo può anche tenerlo. A sto punto mi tengo pure gli occhiali, così dalla lastra sembro Wonder Woman con un amo nel naso, figo.
Con la certezza che il tipo non capirebbe la battuta, la fra non prova neanche a tradurla in francese ma ridacchia tra sé.
Il tipo arriva, le spiaccica la faccia frontalmente sul macchinario (l'effetto è come appoggiare la faccia al finestrino e poi tirarlo su), esce e le dice di non respirare. Due secondi dopo viene e si porta via la lastra con la faccia spiaccicata della fra.
Mi serve subito, dico.
Mi guarda male, mi dice ok ma poi per la valutazione del radiologo la riporti giù. Va bene, caccia sta lastra che la doc Ceppo mi aspetta, hop hop.
Ottenuta la stampa aberrante della sua faccia stracinata in padella come un piatto di broccoletti, la fra la guarda e pure da sola vede che c'è una bella opacità a sinistra, ovvero dove le fa male.
La cosa verrà confermata dalla doc poco dopo. Bene, antibiotico e decongestionanti bronchiali via aerosol, però secondo me tutto questo ha cause allergiche, le do l'antistaminico.
La fra si ricorda della crisi respiratoria avuta in gravidanza e ne conviene.
Del resto, fa la doc, è tornato l'Harmattan, vede che cielo oggi, l'aria è troppo secca.
Porcocaz
Insomma, secca? 90% di umidità ti pare secco? stavolta è la fra che guarda la doc con commiserazione.
Uno a uno, palla al centro.
Dopo aver salutato la doc e aver riportato la lastra in radiologia, la fra finalmente torna a casa, sempre accompagnata dalla foschia e dal freddino, apre le finestre e si mette a pulire.
Dopo poco ha iniziato a sentire un vago odore di polvere. Meno vago ad ogni secondo.
Praticamente la fra si è resa conto, con sommo orrore, che la foschia in realtà era solo aria pesante satura di polvere. La polvere sporca del deserto portata dall'Harmattan, appunto. La polvere che ha fatto ammalare i suoi figli quando era molta ma molta meno.
La polvere che rende l'aria irrespirabile.
La polvere che ieri sera ha fatto implorare alla fra il ventolin.
Ecco, ok doc hai vinto tu, e pure in trasferta.
La fra si è abbastanza rotta di perdere le partite coi medici, si sappia.
Come anche di tante altre cose.
Se incontrare qualcuno che sta giocando al vudù con 4 bamboline, potreste per cortesia togliergli gli spilloni?ok? grazie.
venerdì 3 febbraio 2012
Dottoressa ivoriana 1 - Mamma italiana 0 (arbitra Pollyanna)
Capita poi che al ritorno da una cena, dove una tipa vi ha chiesto, per seconda volta in due mesi, come stanno i bimbi (e due volte su due, le conseguenze son state più o meno quelle che seguono, quindi la prossima volta la fra si porta una bella carta vetrata del 7 e la dà furtivamente al marito come rimedio contra mala), vi accorgete che il più piccolo dei due ha gli occhietti lucidi.
Occhietti lucidi=febbre, a qualsiasi latitudine vi troviate.
Misurate la febbre al puzzetto e scoprite un meraviglioso 38 e mezzo. Fate un bel sorrisone, giocate una partita a carte con Pollyanna e poi ve ne uscite con un signorilissimo "mapporcocazzo acciderbolina! proprio di venerdì sera noooooooooo".
Una febbre che inizia di venerdì sera, significa in automatico che il giorno dopo NON si andrà al mare (che è più o meno l'unico svago e l'unica uscita che la famiglia latana si concede settimanalmente), pertanto non sarà una tragedia, ma insomma scazza un bel po'.
Si inizia la danza della tachipirina locale (paese che vai, paracetamolo che trovi) e si accendono lumini a tutte le divinità conosciute o in incognito che siano, affinché sia solo un colpetto d'aria, una bottarella di fresco.
Il giorno dopo, il puzzetto, continua ad avere la sua bella febbre over 38, pertanto a malincuore la famiglia latana mette una bella croce su ogni opzione di fine settimana che non contempli la visione delle quattro mura di casa propria o di cartoni animati atti a stimolare la mente di quasi treenni e quasi cinquenni, ma che, diciamocelo, uccidono sistematicamente i neuroni di tutti quelli da quell'età in sù.
La domenica, la svolta.
Mortino ha sfebbrato.
Mentre la fra accendeva i mortaretti di festeggiamento e buttava le cose nella borsa del mare, il marito si accorgeva che gli occhi lucidi ora ce li aveva il patato grande.
Ok, Pollyanna, questa la vinci a tavolino.
La febbre rimane alta tutto il giorno, tranne brevi intervalli sponsorizzati dal paracetamolo.
Il lunedì si va dalla dottoressa, nella nostra clinica di riferimento.
Gola rossissima, tonsille ingrossate per l'enp.
Gola rossissima e basta per Mortino.
Antibiotico, cortisone e sciroppo per entrambi.
Corcazzo Anche no, ha detto la fra in un italiano incomprensibile ma con un tono comprensibilissimo alla dottoressa, che a quel punto gli ha pure imbruttito un po'.
La mamma italiana dietro a questo schermo ha quindi fatto spiegare dal marito alla dottoressa che in Italia si cerca di non dare subito l'antibiotico, perché l'antibiotico debilita e bla bla bla.
Ok, date il cortisone, per l'antibiotico si aspetta giovedì, ci rivediamo, se stanno ancora male passate prima a fare le analisi del sangue e poi coi risultati venite direttamente da me.
La fra si sentiva di aver vinto una battaglia: voglio dire, graziarcà che con cortisone antibiotico e sciroppi un'infiammazione alla gola ti passa.
Però...
Il martedì patati entrambi senza febbre, evvai lo vedi che avevo ragione io?! una mamma certe cose le sa.
Il mercoledì l'enp ricomincia over 38 e viene dopato di paracetamolo, il fratellino nulla.
Il giovedì ancora nulla per Mortino, mentre l'enp sempre tra 38 e 39.
Analisi del sangue per entrambi.
Non è malaria.
Primo sospiro di sollievo. I sintomi non eran quelli, ma sai mai.
Per l'enp si evidenzia un'infezione che sembra batterica, per Mortino forse un inizio. Veniamo spediti a fare la visita dall'otorinolaringoiatra che ci dice che ormai si parla anche di otite, per l'enp. Il quale enp si guadagna pure una bella radiografia del torace in unica proiezione frontale.
Bronchite. L'ho vista perfino io, dalla lastra.
Quindi riepiloghiamo.
Enp: bronchite, tonsillite, placche, otite, rinite (cinquina! da ora si va per la tombola).
Mortino: tonsillite e un inizio di otite.
Ok, antibiotico, è evidente.
Uno bello potente che copra tutte le alte vie, come dire.
Lo iniziamo subito, senza passare dal via. L'erede al trono è da martedì a pranzo che non mangia quindi prima facciamo passare questa cosa e meglio è. Il principe cadetto come al solito se magna pure er tavolino, ma sai mai.
Venerdì pare vada meglio: a pranzo l'enp mangia pure una minestrina sotto lo sguardo commosso della fra. La fra, rasserenata e spinta dal marito, mette il naso fuori casa (dopo una settimana di internamento coatto coi pargoli!) per un pomeriggio all'insegna di spese in materiale creativo e chiacchiere femminili.
Torna a casa e trova tre uomini assonnati, uno dei quali terrificantemente febbroso. 39 e mezzo, malimortà.
Da allora in poi la febbre non scenderà, con tutto il paracetamolo, mai al di sotto dei 39.
Passiamo parte della notte a fare bagnoli freschi all'enp, a ricordarci e mettere in pratica tutti i vecchi rimedi della nonna (tipo bagnoli di acqua e spirito e bagni tiepidi). Anche Mortino ricomincia ad avere la febbre.
Paracetamolo on the rocks per entrambi e tra quello e i rimedi della nonna, pare che la febbre stia scendendo a tutti.
Alla fra cala la tensione, l'adrenalina e conseguentemente la palpebra....tanto ha visto il marito mettere la sveglia per le 3 per controllare la febbre patata.
A quel punto, visto che la febbre sembra stia scendendo, lei dorme di brutto.
Il resto della notte è appannaggio del marito, che non la sveglia.
PRG arriva a 40,5 di febbre e lui continua bagnoli e bagni, finché verso le 6 scende sotto i 39 e anche loro si addormentano.
La mattina dopo il marito va, da solo, a parlare con la pediatra in ospedale, per chiedere ingenuamente qualcosa di più efficace per la febbre.
La dottoressa lo guarda sgranando anche gli occhi e gli dice "lo porti qui e lo ricovero"
PANICO.
Prepariamo i bimbi e andiamo.
La doc ci dice di aver fatto vedere la lastra allo pneumologo e che c'è un piccolo inizio di broncopolmonite.
PANICO AL QUADRATO.
Tralasciamo l'esperienza mistica della flebo al patato, io non c'ero. Ha voluto il padre, 'sto giuda (mamma io vorrei rimanessi tu con me in ospedale, ma papà parla meglio francese- mettece 'na pezza).
Tutti in camera del patato, la doc ha detto aspettatemi che visito anche l'altro.
L'altro è lì tranquillo che si è sbafato il pranzo destinato all'accompagnatore del bimbo ricoverato.
Poi improvvisamente diventa moscio.
Da 37 a 39,7 in tre minuti netti.
A Pollya', con te 'n ci gioco più.
La doc ci chiede se preferiamo curarlo a casa.
Ma anche no, ricoveralo e de corsa pure.
E fu così che la famiglia latana ha passato il secondo fine settimana di reclusione direttamente in ospedale tra aerosol, flebo, puff e quant'altro e soprattutto sempre in compagnia di cartoni animati che saranno pure carini, ma insomma anche no.
Una bella camera grande, con il letto per la mamma e un divano per il papà se resta anche lui (chiaro che è restato: è l'unico francofono di casa!).
Alla doc che la vede pallida, la fra dice che non si sente molto bene, ha un po' di mal di gola e mal di testa; la doc suggerisce il magnesio, la fra sfodera il suo pessimo francese e risponde "je suis en train de organizer un voyage à Lourdes", ah, siete cattolici...ehm, una domanda di riserva? come fai a far capire che era una battuta? rispondi "un peau" rendendo con lo sguardo quello che non sai dire a voce. Pare abbia capito, poi la fra si ricorda che PISAM (nome del policlinico) significa Polyclinique International Sante Anne-Marie, bella figura, complimenti.
Alla fine tre giorni di ricovero. Tre giorni in cui ai miei figli è tornato il colore e l'appetito. Tre giorni di infermiere carine e personale presente. Del resto è l'equivalente di una nostra clinica (santa assicurazione sanitaria ora pro nobis).
Tornati a casa, i patati stanno continuando la cura.
...
...
...
Chiaro che ora s'è ammalata la fra.
Da tutto questo la fra ha imparato due cose:
1. le partite a carte già le perde con Pollyanna, con la dottoressa è meglio non giocarle proprio.
2. la prossima volta che un dottore le dirà: "le dò l'antibiotico" la risposta sarà: uno solo?
Occhietti lucidi=febbre, a qualsiasi latitudine vi troviate.
Misurate la febbre al puzzetto e scoprite un meraviglioso 38 e mezzo. Fate un bel sorrisone, giocate una partita a carte con Pollyanna e poi ve ne uscite con un signorilissimo "
Una febbre che inizia di venerdì sera, significa in automatico che il giorno dopo NON si andrà al mare (che è più o meno l'unico svago e l'unica uscita che la famiglia latana si concede settimanalmente), pertanto non sarà una tragedia, ma insomma scazza un bel po'.
Si inizia la danza della tachipirina locale (paese che vai, paracetamolo che trovi) e si accendono lumini a tutte le divinità conosciute o in incognito che siano, affinché sia solo un colpetto d'aria, una bottarella di fresco.
Il giorno dopo, il puzzetto, continua ad avere la sua bella febbre over 38, pertanto a malincuore la famiglia latana mette una bella croce su ogni opzione di fine settimana che non contempli la visione delle quattro mura di casa propria o di cartoni animati atti a stimolare la mente di quasi treenni e quasi cinquenni, ma che, diciamocelo, uccidono sistematicamente i neuroni di tutti quelli da quell'età in sù.
La domenica, la svolta.
Mortino ha sfebbrato.
Mentre la fra accendeva i mortaretti di festeggiamento e buttava le cose nella borsa del mare, il marito si accorgeva che gli occhi lucidi ora ce li aveva il patato grande.
Ok, Pollyanna, questa la vinci a tavolino.
La febbre rimane alta tutto il giorno, tranne brevi intervalli sponsorizzati dal paracetamolo.
Il lunedì si va dalla dottoressa, nella nostra clinica di riferimento.
Gola rossissima, tonsille ingrossate per l'enp.
Gola rossissima e basta per Mortino.
Antibiotico, cortisone e sciroppo per entrambi.
La mamma italiana dietro a questo schermo ha quindi fatto spiegare dal marito alla dottoressa che in Italia si cerca di non dare subito l'antibiotico, perché l'antibiotico debilita e bla bla bla.
Ok, date il cortisone, per l'antibiotico si aspetta giovedì, ci rivediamo, se stanno ancora male passate prima a fare le analisi del sangue e poi coi risultati venite direttamente da me.
La fra si sentiva di aver vinto una battaglia: voglio dire, graziarcà che con cortisone antibiotico e sciroppi un'infiammazione alla gola ti passa.
Però...
Il martedì patati entrambi senza febbre, evvai lo vedi che avevo ragione io?! una mamma certe cose le sa.
Il mercoledì l'enp ricomincia over 38 e viene dopato di paracetamolo, il fratellino nulla.
Il giovedì ancora nulla per Mortino, mentre l'enp sempre tra 38 e 39.
Analisi del sangue per entrambi.
Non è malaria.
Primo sospiro di sollievo. I sintomi non eran quelli, ma sai mai.
Per l'enp si evidenzia un'infezione che sembra batterica, per Mortino forse un inizio. Veniamo spediti a fare la visita dall'otorinolaringoiatra che ci dice che ormai si parla anche di otite, per l'enp. Il quale enp si guadagna pure una bella radiografia del torace in unica proiezione frontale.
Bronchite. L'ho vista perfino io, dalla lastra.
Quindi riepiloghiamo.
Enp: bronchite, tonsillite, placche, otite, rinite (cinquina! da ora si va per la tombola).
Mortino: tonsillite e un inizio di otite.
Ok, antibiotico, è evidente.
Uno bello potente che copra tutte le alte vie, come dire.
Lo iniziamo subito, senza passare dal via. L'erede al trono è da martedì a pranzo che non mangia quindi prima facciamo passare questa cosa e meglio è. Il principe cadetto come al solito se magna pure er tavolino, ma sai mai.
Venerdì pare vada meglio: a pranzo l'enp mangia pure una minestrina sotto lo sguardo commosso della fra. La fra, rasserenata e spinta dal marito, mette il naso fuori casa (dopo una settimana di internamento coatto coi pargoli!) per un pomeriggio all'insegna di spese in materiale creativo e chiacchiere femminili.
Torna a casa e trova tre uomini assonnati, uno dei quali terrificantemente febbroso. 39 e mezzo, malimortà.
Da allora in poi la febbre non scenderà, con tutto il paracetamolo, mai al di sotto dei 39.
Passiamo parte della notte a fare bagnoli freschi all'enp, a ricordarci e mettere in pratica tutti i vecchi rimedi della nonna (tipo bagnoli di acqua e spirito e bagni tiepidi). Anche Mortino ricomincia ad avere la febbre.
Paracetamolo on the rocks per entrambi e tra quello e i rimedi della nonna, pare che la febbre stia scendendo a tutti.
Alla fra cala la tensione, l'adrenalina e conseguentemente la palpebra....tanto ha visto il marito mettere la sveglia per le 3 per controllare la febbre patata.
A quel punto, visto che la febbre sembra stia scendendo, lei dorme di brutto.
Il resto della notte è appannaggio del marito, che non la sveglia.
PRG arriva a 40,5 di febbre e lui continua bagnoli e bagni, finché verso le 6 scende sotto i 39 e anche loro si addormentano.
La mattina dopo il marito va, da solo, a parlare con la pediatra in ospedale, per chiedere ingenuamente qualcosa di più efficace per la febbre.
La dottoressa lo guarda sgranando anche gli occhi e gli dice "lo porti qui e lo ricovero"
PANICO.
Prepariamo i bimbi e andiamo.
La doc ci dice di aver fatto vedere la lastra allo pneumologo e che c'è un piccolo inizio di broncopolmonite.
PANICO AL QUADRATO.
Tralasciamo l'esperienza mistica della flebo al patato, io non c'ero. Ha voluto il padre, 'sto giuda (mamma io vorrei rimanessi tu con me in ospedale, ma papà parla meglio francese- mettece 'na pezza).
Tutti in camera del patato, la doc ha detto aspettatemi che visito anche l'altro.
L'altro è lì tranquillo che si è sbafato il pranzo destinato all'accompagnatore del bimbo ricoverato.
Poi improvvisamente diventa moscio.
Da 37 a 39,7 in tre minuti netti.
A Pollya', con te 'n ci gioco più.
La doc ci chiede se preferiamo curarlo a casa.
Ma anche no, ricoveralo e de corsa pure.
E fu così che la famiglia latana ha passato il secondo fine settimana di reclusione direttamente in ospedale tra aerosol, flebo, puff e quant'altro e soprattutto sempre in compagnia di cartoni animati che saranno pure carini, ma insomma anche no.
Una bella camera grande, con il letto per la mamma e un divano per il papà se resta anche lui (chiaro che è restato: è l'unico francofono di casa!).
Alla doc che la vede pallida, la fra dice che non si sente molto bene, ha un po' di mal di gola e mal di testa; la doc suggerisce il magnesio, la fra sfodera il suo pessimo francese e risponde "je suis en train de organizer un voyage à Lourdes", ah, siete cattolici...ehm, una domanda di riserva? come fai a far capire che era una battuta? rispondi "un peau" rendendo con lo sguardo quello che non sai dire a voce. Pare abbia capito, poi la fra si ricorda che PISAM (nome del policlinico) significa Polyclinique International Sante Anne-Marie, bella figura, complimenti.
Alla fine tre giorni di ricovero. Tre giorni in cui ai miei figli è tornato il colore e l'appetito. Tre giorni di infermiere carine e personale presente. Del resto è l'equivalente di una nostra clinica (santa assicurazione sanitaria ora pro nobis).
Tornati a casa, i patati stanno continuando la cura.
...
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...
Chiaro che ora s'è ammalata la fra.
Da tutto questo la fra ha imparato due cose:
1. le partite a carte già le perde con Pollyanna, con la dottoressa è meglio non giocarle proprio.
2. la prossima volta che un dottore le dirà: "le dò l'antibiotico" la risposta sarà: uno solo?
venerdì 27 gennaio 2012
Concordia
Stai mangiando. Stai mangiando tra affreschi un po' esagerati, in un ambiente un po' kitsch; magari hai scelto con cura l'abbigliamento, porti la cravatta o quelle scarpe col tacco che déstini alle occasioni speciali, quelle sempre troppo nuove per ignorarne la presenza, ma tanto sei seduta, chissene.
E' il viaggio della vita, quello che non ti sei mai potuto permettere e che magari sai che non ti permetterai più perché ci sono i figli da aiutare e la Mariangela non ce la fa da sola, il Carmine l'han rimesso in cassa integrazione e Luca e Simona hanno appena avuto il bimbo, dobbiam pensare anche a loro.
Sei scappato da una situazione triste per masticarla a freddo prima di mandarla giù e assaporarla perché il dolore assaporato si digerisce più in fretta.
Sei con quell'amica o quell'amico di una vita, delle telefonate chilometriche all'una del mattino perché la felicità è troppa per non essere condivisa o perché hai bisogno di qualcuno che ti dica che il sole sorgerà anche se tu non vuoi vederlo.
Sei con le amiche del club di cucito, di scacchi, di bocce, di tennis, di decoupage.
Ti senti fortunato o terribilmente furbo per averlo messo in culo alla crisi e aver trovato questa occasione, un viaggio fuori stagione; forse ti senti solo felice perché hai conosciuto qualcuno, qualcuno che ti fa battere il cuore e speri che il suo batta lo stesso ritmo del tuo; sei qui per avere conferme o per trovare, magari chissà, alla Maria è successo, un nuovo inizio.
Stai mangiando. Forse senti un rumore, una scossa, qualcosa. Ma forse anche no.
Tranquilli, qualsiasi cosa abbiate sentito, perpepito, sentito, è solo un piccolo problema tecnico.
Continui a mangiare e pensi a quello che farai dopo. Che dopo cena la porterai sul ponte e alla presenza delle stelle le chiederai qualcosa di importante, che stanotte farai per lui qualcosa di speciale, che magari è la sera giusta e il vostro primo figlio potrebbe iniziare lì, in mezzo a quel sogno. Che domani ti riempirai gli occhi di infinito, che domani metterai quel bikini che ci hai messo anni a tornarci dentro, che domani potresti ordinare qualcosa di speciale e magari mangiare in camera, con quella biondina che hai sorpreso occhi nei tuoi tra il risotto alla marinara e la caponata di pesce.
Poi tutto diventa un po' più confuso e ti chiedono di metterti un giacchetto arancione, grosso, fuori moda, pesante. Ma tranquilli eh? Con calma.
E tutti verso un posto da cui raggiungerne un altro, più sicuro, più fermo, meno obliquo.
E forse è in quel momento che ti rendi conto di qualcosa e forse ti senti anche stupido a scoprirti impaurito, forse è quello il momento in cui pensi potevo mettere le ballerine, devo prendere qualcosa, dove sono i miei amici.
E i tuoi pensieri si condensano nel buio di un posto che hai visto solo traboccante di luce artificiale e che non hai studiato abbastanza per ricordartelo e procedi in braille, con una mano stretta nella tua.
E poi c'è l'istante.
Quell'istante.
L'istante in cui quella mano lascia la tua. Porto la bimba a fare pipì, ho visto gente in difficoltà vai avanti e ti raggiungo, ho dimenticato una cosa importante. Mani che vengono separate da mani più impaurite, più serrate.
Quello sguardo dell'arrivederci senza ancora la paura di un addio. Uno sguardo ancora sereno, ancora fiducioso.
E poi, su tutti, la paura, la consapevolezza, lo sguardo che corre a cercare il suo gemello e non lo trova, quella mano che rimane vuota e non sa ancora se si riempirà ancora di carne o sarà un calice di lacrime. Quello sguardo che ti fa notare i particolari sciocchi e ancora non sai che te li stamperà sulla retina.
Son quella mano e quello sguardo che ti cambiaranno la vita.
E saranno quella mano e quello sguardo, orfani, a portarti attraverso notti che diventano mattine senza la pietà del sonno. E su un divano a parlare di te con uno sconosciuto da cui ti aspetti risposte alle domande che non riesci a formulare. E saranno l'alfa e l'omega di tutti i tuoi "se".
E saranno quella mano e quello sguardo che no, grazie non ho più fame e ancora un goccio grazie e passami la canna.
E saranno quella mano e quello sguardo che sperimenteranno la pìetas, poi l'oblio e infine la frustrazione altrui, di chi vorrebbe che tu quella mano e quello sguardo li abbandonassi a comando e non capisce perché per te sian quasi preziosi.
E saranno quella mano e quello sguardo il nutrimento di tutti i sensi di colpa per avere ancora mani da stringere e occhi da guardare.
E saranno quella mano e quello sguardo a darti la consapevolezza dell'irreparabilità di una scelta o di una fatalità.
E saranno quella mano e quello sguardo il marchio a fuoco di quel disagio tra la testa e le scarpe che si condensa sul cuore.
E saranno quella mano e quello sguardo che ti saranno compagne nel piangere persone che eran sempre state importanti e persone che non avresti mai pensato potessero esserlo. Che ti porteranno a ricordare di quella cameriera straniera che rifacendo la tua stanza ha saputo che tu hai fatto l'amore con qualcuno, in quel letto, la notte prima. A ricordare quella donna vestita così male che si sentiva così bella, quell'uomo che parlava un dialetto talmente stretto che forse lo avrebbe capito sua madre, ma non è detto.
Saranno quella mano e quello sguardo gli strumenti involontari del ricordo, della consapevolezza, del dolore, del doloroso e colpevole prendere atto dell'essere vivi.
Sono quelle mani e quegli sguardi che meritano il nostro rispetto e non fotografie morbose per dire "io c'ero".
No, tu non c'eri.
C'erano 4000 e più mani e sguardi e sulla terraferma ne sono arrivati 33 di meno.
Quattromila e passa mani e sguardi orfani di 33 mani e sguardi.
Per sempre.
E' di questo che, comandante, devi rendere conto.
Sono quelle mani e quegli sguardi che ti crocifiggono alla croce di essere una persona peggiore di quanto avessi mai temuto di essere.
E' questo che non hai voluto vedere, capitano.
E' questo che ti rende colpevole nel tribunale della tua coscienza, se ce l'hai ancora o non l'hai data via per un posto in una scialuppa.
E sono quelle mani e quegli sguardi che spero ti vengano a cercare e ti facciano compagnia per tanto, tanto tempo.
Quelle mani e quegli sguardi che si riconosceranno tra loro, che scopriranno una strana e crudele fratellanza nel dolore della perdita o anche solo della paura.
Avresti potuto vivere quelle mani e quegli sguardi, avresti potuto esserne fratello, amico, padre.
Invece tu sarai orfano, di 33 mani e sguardi, solo, per sempre, nella tua mediocrità.
E' il viaggio della vita, quello che non ti sei mai potuto permettere e che magari sai che non ti permetterai più perché ci sono i figli da aiutare e la Mariangela non ce la fa da sola, il Carmine l'han rimesso in cassa integrazione e Luca e Simona hanno appena avuto il bimbo, dobbiam pensare anche a loro.
Sei scappato da una situazione triste per masticarla a freddo prima di mandarla giù e assaporarla perché il dolore assaporato si digerisce più in fretta.
Sei con quell'amica o quell'amico di una vita, delle telefonate chilometriche all'una del mattino perché la felicità è troppa per non essere condivisa o perché hai bisogno di qualcuno che ti dica che il sole sorgerà anche se tu non vuoi vederlo.
Sei con le amiche del club di cucito, di scacchi, di bocce, di tennis, di decoupage.
Ti senti fortunato o terribilmente furbo per averlo messo in culo alla crisi e aver trovato questa occasione, un viaggio fuori stagione; forse ti senti solo felice perché hai conosciuto qualcuno, qualcuno che ti fa battere il cuore e speri che il suo batta lo stesso ritmo del tuo; sei qui per avere conferme o per trovare, magari chissà, alla Maria è successo, un nuovo inizio.
Stai mangiando. Forse senti un rumore, una scossa, qualcosa. Ma forse anche no.
Tranquilli, qualsiasi cosa abbiate sentito, perpepito, sentito, è solo un piccolo problema tecnico.
Continui a mangiare e pensi a quello che farai dopo. Che dopo cena la porterai sul ponte e alla presenza delle stelle le chiederai qualcosa di importante, che stanotte farai per lui qualcosa di speciale, che magari è la sera giusta e il vostro primo figlio potrebbe iniziare lì, in mezzo a quel sogno. Che domani ti riempirai gli occhi di infinito, che domani metterai quel bikini che ci hai messo anni a tornarci dentro, che domani potresti ordinare qualcosa di speciale e magari mangiare in camera, con quella biondina che hai sorpreso occhi nei tuoi tra il risotto alla marinara e la caponata di pesce.
Poi tutto diventa un po' più confuso e ti chiedono di metterti un giacchetto arancione, grosso, fuori moda, pesante. Ma tranquilli eh? Con calma.
E tutti verso un posto da cui raggiungerne un altro, più sicuro, più fermo, meno obliquo.
E forse è in quel momento che ti rendi conto di qualcosa e forse ti senti anche stupido a scoprirti impaurito, forse è quello il momento in cui pensi potevo mettere le ballerine, devo prendere qualcosa, dove sono i miei amici.
E i tuoi pensieri si condensano nel buio di un posto che hai visto solo traboccante di luce artificiale e che non hai studiato abbastanza per ricordartelo e procedi in braille, con una mano stretta nella tua.
E poi c'è l'istante.
Quell'istante.
L'istante in cui quella mano lascia la tua. Porto la bimba a fare pipì, ho visto gente in difficoltà vai avanti e ti raggiungo, ho dimenticato una cosa importante. Mani che vengono separate da mani più impaurite, più serrate.
Quello sguardo dell'arrivederci senza ancora la paura di un addio. Uno sguardo ancora sereno, ancora fiducioso.
E poi, su tutti, la paura, la consapevolezza, lo sguardo che corre a cercare il suo gemello e non lo trova, quella mano che rimane vuota e non sa ancora se si riempirà ancora di carne o sarà un calice di lacrime. Quello sguardo che ti fa notare i particolari sciocchi e ancora non sai che te li stamperà sulla retina.
Son quella mano e quello sguardo che ti cambiaranno la vita.
E saranno quella mano e quello sguardo, orfani, a portarti attraverso notti che diventano mattine senza la pietà del sonno. E su un divano a parlare di te con uno sconosciuto da cui ti aspetti risposte alle domande che non riesci a formulare. E saranno l'alfa e l'omega di tutti i tuoi "se".
E saranno quella mano e quello sguardo che no, grazie non ho più fame e ancora un goccio grazie e passami la canna.
E saranno quella mano e quello sguardo che sperimenteranno la pìetas, poi l'oblio e infine la frustrazione altrui, di chi vorrebbe che tu quella mano e quello sguardo li abbandonassi a comando e non capisce perché per te sian quasi preziosi.
E saranno quella mano e quello sguardo il nutrimento di tutti i sensi di colpa per avere ancora mani da stringere e occhi da guardare.
E saranno quella mano e quello sguardo a darti la consapevolezza dell'irreparabilità di una scelta o di una fatalità.
E saranno quella mano e quello sguardo il marchio a fuoco di quel disagio tra la testa e le scarpe che si condensa sul cuore.
E saranno quella mano e quello sguardo che ti saranno compagne nel piangere persone che eran sempre state importanti e persone che non avresti mai pensato potessero esserlo. Che ti porteranno a ricordare di quella cameriera straniera che rifacendo la tua stanza ha saputo che tu hai fatto l'amore con qualcuno, in quel letto, la notte prima. A ricordare quella donna vestita così male che si sentiva così bella, quell'uomo che parlava un dialetto talmente stretto che forse lo avrebbe capito sua madre, ma non è detto.
Saranno quella mano e quello sguardo gli strumenti involontari del ricordo, della consapevolezza, del dolore, del doloroso e colpevole prendere atto dell'essere vivi.
Sono quelle mani e quegli sguardi che meritano il nostro rispetto e non fotografie morbose per dire "io c'ero".
No, tu non c'eri.
C'erano 4000 e più mani e sguardi e sulla terraferma ne sono arrivati 33 di meno.
Quattromila e passa mani e sguardi orfani di 33 mani e sguardi.
Per sempre.
E' di questo che, comandante, devi rendere conto.
Sono quelle mani e quegli sguardi che ti crocifiggono alla croce di essere una persona peggiore di quanto avessi mai temuto di essere.
E' questo che non hai voluto vedere, capitano.
E' questo che ti rende colpevole nel tribunale della tua coscienza, se ce l'hai ancora o non l'hai data via per un posto in una scialuppa.
E sono quelle mani e quegli sguardi che spero ti vengano a cercare e ti facciano compagnia per tanto, tanto tempo.
Quelle mani e quegli sguardi che si riconosceranno tra loro, che scopriranno una strana e crudele fratellanza nel dolore della perdita o anche solo della paura.
Avresti potuto vivere quelle mani e quegli sguardi, avresti potuto esserne fratello, amico, padre.
Invece tu sarai orfano, di 33 mani e sguardi, solo, per sempre, nella tua mediocrità.
martedì 24 gennaio 2012
La Bonne
La bonne è praticamente una donna che fa cose che tu non sei disposta a fare, previo pagamento.
...
...
...
E no, non quelle cose (in quel caso pare si dica "bonne femme", ok la somiglianza è inquietante)... diciamo che la bonne lava, stira, pulisce, cucina mentre tu ti gratti allegramente stravaccata sul divano di casa tua, sorseggiando anche una bibita, che ti prepara e ti porta LEI. Il tutto per, più o meno, 100€ almese (se sei generoso, la tariffa locale aggiornata è di circa 80€). Ehm, sì, 100 non 1000, è imbarazzante, lo so.
Chiaramente detta così è il sogno di ogni massaia sulla faccia della terra.
Tranne che il mio, si direbbe.
L'idea di una persona estranea che tocchi le mie cose, lavi e sistemi le mie mutande e di fatto decida dove mettere le cose in casa mia, mi manda ai pazzi.
Qui è pratica diffusissima approfittare di tale servizio, che nella consuetudine inizia alle 7:15 di mattina e finisce intorno alle 16:30, con possibilità di prolungamento di orario, se necessario e richiesto. In pratica la bonne, nella maggioranza dei casi (quando addirittura non dorme da te), ha le chiavi di casa TUA, entra mentre dormi e ti fa trovare la tavola con la colazione pronta. Il ché è quantomeno inquietante, soprattutto se sei abituata a dormire nuda o, in quei 5 gg al mese in cui proprio non è possibile, in mutande.
Fattostà che qui pare inconcepibile non avvalersi di tali servigi e pare inconcepibile sia a noi occidentali che agli autoctoni soldi-muniti: la bonne è simbolo di una meta raggiunta, di uno status acquisito, di una realtà dalla quale ci si è affrancati e che a maggior ragione si vuole dimostrare di non condividere più.
Inoltre avere la bonne significa di fatto poter dedicare del tempo e se stesse, avere le unghie sempre perfette, il capello sempre in ordine, la pelle curata e non dedicarsi a nessuna fatica tranne quelle coniugali (altrimenti, voglio dire, ci son sempre degli esemplari di prunella modularis pronte...).
Alla fine dei conti, in pratica, nel palazzo in cui abitiamo mi capita di incontrare più bonne che signore e sono assolutamente riconoscibili sia dall'aspetto lievemente sottomesso che dalla "divisa", che in genere è una sorta di tuta o di smanicato in cotone a quadretti bianchi e qualcosa.
Così, mentre le altre donne mi guardano male perché non ho la bonne (pensando o che mi senta superiore o che sia del tutto cretina), le bonne in sé mi guardan male perché non do loro lavoro, una cosa del tipo "ma come, sei occidentale, hai i soldi e non ci fai lavorare?!".
Mi sto facendo un sacco di amiche, è evidente.
...
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E no, non quelle cose (in quel caso pare si dica "bonne femme", ok la somiglianza è inquietante)... diciamo che la bonne lava, stira, pulisce, cucina mentre tu ti gratti allegramente stravaccata sul divano di casa tua, sorseggiando anche una bibita, che ti prepara e ti porta LEI. Il tutto per, più o meno, 100€ almese (se sei generoso, la tariffa locale aggiornata è di circa 80€). Ehm, sì, 100 non 1000, è imbarazzante, lo so.
Chiaramente detta così è il sogno di ogni massaia sulla faccia della terra.
Tranne che il mio, si direbbe.
L'idea di una persona estranea che tocchi le mie cose, lavi e sistemi le mie mutande e di fatto decida dove mettere le cose in casa mia, mi manda ai pazzi.
Qui è pratica diffusissima approfittare di tale servizio, che nella consuetudine inizia alle 7:15 di mattina e finisce intorno alle 16:30, con possibilità di prolungamento di orario, se necessario e richiesto. In pratica la bonne, nella maggioranza dei casi (quando addirittura non dorme da te), ha le chiavi di casa TUA, entra mentre dormi e ti fa trovare la tavola con la colazione pronta. Il ché è quantomeno inquietante, soprattutto se sei abituata a dormire nuda o, in quei 5 gg al mese in cui proprio non è possibile, in mutande.
Fattostà che qui pare inconcepibile non avvalersi di tali servigi e pare inconcepibile sia a noi occidentali che agli autoctoni soldi-muniti: la bonne è simbolo di una meta raggiunta, di uno status acquisito, di una realtà dalla quale ci si è affrancati e che a maggior ragione si vuole dimostrare di non condividere più.
Inoltre avere la bonne significa di fatto poter dedicare del tempo e se stesse, avere le unghie sempre perfette, il capello sempre in ordine, la pelle curata e non dedicarsi a nessuna fatica tranne quelle coniugali (altrimenti, voglio dire, ci son sempre degli esemplari di prunella modularis pronte...).
Alla fine dei conti, in pratica, nel palazzo in cui abitiamo mi capita di incontrare più bonne che signore e sono assolutamente riconoscibili sia dall'aspetto lievemente sottomesso che dalla "divisa", che in genere è una sorta di tuta o di smanicato in cotone a quadretti bianchi e qualcosa.
Così, mentre le altre donne mi guardano male perché non ho la bonne (pensando o che mi senta superiore o che sia del tutto cretina), le bonne in sé mi guardan male perché non do loro lavoro, una cosa del tipo "ma come, sei occidentale, hai i soldi e non ci fai lavorare?!".
Mi sto facendo un sacco di amiche, è evidente.
giovedì 19 gennaio 2012
Geppetto 2 - il ritorno
A volte ritornano.
I coniugi latana, of course.
Ritornano da Geppetto.
Una cosa nuova eh?
E' successo che...il tavolo s'è rotto: la tavola orizzontale (come cappero si dice in italiano? ormai per me è il plateau) si è fessurata e aperta lungo le tre parti che la compongono (e il tavolo è da noi da 20 giorni, ricordiamocelo).
Ché la fra prima è rimasta basita, poi ci ha pianto, poi s'è incazzata come una mina e infine si è ripromessa di spaccare lei qualcosa a Geppetto ("tablefucking", vous-compris?), quindi col marito si è recata all'antro buio.
A farci compagnia c'eran le foto del tavolo, che parlavano da sole, come dire.
Perfino Geppetto è rimasto senza parole, neanche il solito "oui oui, pas problem", un po' m'ha fatto pena.
Insomma facciamo vedere a Geppetto & il suo compare (ché Geppetto è carino, simpatico e lavora abbastanza bene, ma non è proprio una cima, diciamocelo) le foto del tavolo.
Il primo impulso della fra è stato quello di dirgli cazzi tuoi, hai lavorato male e mò risolvi il problema, poi...poi la fra s'è resa conto che questo è un atteggiamento daoccidentale bianca stronza e non porta da nessuna parte, almeno non qui (e dubito ovunque).
E allora la fra, dotata di traduttore simultaneo, s'è messa a parlare di vincoli, di resitenza, di gradi di libertà, di dilatazione diversa dei materiali *, il tutto tradotto in termini elementari e comprensibili.
Quello che è successo al nostro tavolo è evidente: dopo esser stato per mesi nell'antro buio di Geppetto, sempre al caldo e alla stessa temperatura (che qui la temperatura non varia molto, neanche di notte) e umidità, il tavolo è arrivato in una casa dove c'è escursione termica, grazie ai condizionatori e a un po' di (graziesignoregrazie) corrente d'aria a volte presente e soprattutto non c'è il 90% di umidità fisso come fuori. Il legno, materiale vivo, qui si usa il legno massello, ha quindi dovuto adattarsi a questo nuovo clima e ciò ha significato una certa quantità di micro-dilatazioni e restringimenti. Essendo il plateau vincolato alla struttura mediante le viti e quindi rigido, ha ceduto nella sua parte più debole: le giunture tra le tavole, realizzate con una buona colla forte (e quindi rigida abbastanza ma non quanto le viti).
Per chi ha studiato statica: il sistema aveva un incastro e una cerniera ed era sottoposto a forze di compressione (ovvero parallele al suo asse) intrinseche, positive o negative e, chiaramente, a pesi esterni (le nostre braccia mentre eravamo seduti, le botte dei bimbi etc). Chiaramente ha ceduto il vincolo meno forte, ovvero la cerniera.
Questo per gli addetti ai lavori, per gli altri basti sapere la parte precedente.
Alla fine la fra è arrivata alla conclusione che visto lo sbalzo climatico di assestamento prima e dovuto all'escursione termica condizionatore on-off (che in alcuni casi è notevole) poi, il tavolo così non può funzionare.
Pertanto ha spiegato a Geppetto (che chiaramente ha detto "oui oui, pas problem, te lo rifaccio") che le tavole che compongono il plateau (che è 1 x2,15m, quindi bello grosso), oltre che la colla devono avere delle spine, ovvero devono essere rese come un unico pezzo assolutamente rigido e non devono assolutamente essere vincolate lungo i bordi (in pratica la fra ha fatto diventare la cerniera un incastro e l'incastro un carrello) ma lasciate libere eventualmente di dilatarsi e a tale scopo ha spiegato a Geppetto (e soprattutto al suo compare) che la base dovrà avere una scanalatura continua sui 4 lati, mentre la tavola (composta dalle tavole unite) dovrà avere delle bacchette sempre sui 4 lati ma staccate tra loro, onde non irrigidire quella parte della struttura.
Indovinate che ha detto Geppetto?
...
...
...
Bravi: oui oui, pas problem.
Il compare pare abbia capito tutto: ci ha ripetuto il concetto con parole sue.
Poi gli abbiamo anche detto che questo tipo di problemi sicuramente non li abbiamo solo noi, ma anche tutti quelli che possono comprare tavoli da lui.
E la fra ha pensato: perché mai non te l'han mai detto?
Poi ha capito.
Non te l'han detto perché sei un venditore occasionale sulla strada del mare, perché uno passa, vede una cosa e o prende quella, o al massimo te la chiede di un altro colore e tu gliela fai identica ma col colore diverso. Punto. E se non va bene, non vengono a ridirtelo, semplicemente non tornano più.
Ci siamo salutati e stretti la mano.
Loro ci han detto: è un nuovo modo per realizzare le cose.
Già, è un nuovo modo.
Un nuovo modo di vedere i mobili e le persone.
Cresciamo insieme, Geppè.
* per la bimba di Boissy: chiaro che mentre scrivevo 'ste cose, ho pensato a te :-)
I coniugi latana, of course.
Ritornano da Geppetto.
Una cosa nuova eh?
E' successo che...il tavolo s'è rotto: la tavola orizzontale (come cappero si dice in italiano? ormai per me è il plateau) si è fessurata e aperta lungo le tre parti che la compongono (e il tavolo è da noi da 20 giorni, ricordiamocelo).
Ché la fra prima è rimasta basita, poi ci ha pianto, poi s'è incazzata come una mina e infine si è ripromessa di spaccare lei qualcosa a Geppetto ("tablefucking", vous-compris?), quindi col marito si è recata all'antro buio.
A farci compagnia c'eran le foto del tavolo, che parlavano da sole, come dire.
Perfino Geppetto è rimasto senza parole, neanche il solito "oui oui, pas problem", un po' m'ha fatto pena.
Insomma facciamo vedere a Geppetto & il suo compare (ché Geppetto è carino, simpatico e lavora abbastanza bene, ma non è proprio una cima, diciamocelo) le foto del tavolo.
Il primo impulso della fra è stato quello di dirgli cazzi tuoi, hai lavorato male e mò risolvi il problema, poi...poi la fra s'è resa conto che questo è un atteggiamento da
E allora la fra, dotata di traduttore simultaneo, s'è messa a parlare di vincoli, di resitenza, di gradi di libertà, di dilatazione diversa dei materiali *, il tutto tradotto in termini elementari e comprensibili.
Quello che è successo al nostro tavolo è evidente: dopo esser stato per mesi nell'antro buio di Geppetto, sempre al caldo e alla stessa temperatura (che qui la temperatura non varia molto, neanche di notte) e umidità, il tavolo è arrivato in una casa dove c'è escursione termica, grazie ai condizionatori e a un po' di (graziesignoregrazie) corrente d'aria a volte presente e soprattutto non c'è il 90% di umidità fisso come fuori. Il legno, materiale vivo, qui si usa il legno massello, ha quindi dovuto adattarsi a questo nuovo clima e ciò ha significato una certa quantità di micro-dilatazioni e restringimenti. Essendo il plateau vincolato alla struttura mediante le viti e quindi rigido, ha ceduto nella sua parte più debole: le giunture tra le tavole, realizzate con una buona colla forte (e quindi rigida abbastanza ma non quanto le viti).
Per chi ha studiato statica: il sistema aveva un incastro e una cerniera ed era sottoposto a forze di compressione (ovvero parallele al suo asse) intrinseche, positive o negative e, chiaramente, a pesi esterni (le nostre braccia mentre eravamo seduti, le botte dei bimbi etc). Chiaramente ha ceduto il vincolo meno forte, ovvero la cerniera.
Questo per gli addetti ai lavori, per gli altri basti sapere la parte precedente.
Alla fine la fra è arrivata alla conclusione che visto lo sbalzo climatico di assestamento prima e dovuto all'escursione termica condizionatore on-off (che in alcuni casi è notevole) poi, il tavolo così non può funzionare.
Pertanto ha spiegato a Geppetto (che chiaramente ha detto "oui oui, pas problem, te lo rifaccio") che le tavole che compongono il plateau (che è 1 x2,15m, quindi bello grosso), oltre che la colla devono avere delle spine, ovvero devono essere rese come un unico pezzo assolutamente rigido e non devono assolutamente essere vincolate lungo i bordi (in pratica la fra ha fatto diventare la cerniera un incastro e l'incastro un carrello) ma lasciate libere eventualmente di dilatarsi e a tale scopo ha spiegato a Geppetto (e soprattutto al suo compare) che la base dovrà avere una scanalatura continua sui 4 lati, mentre la tavola (composta dalle tavole unite) dovrà avere delle bacchette sempre sui 4 lati ma staccate tra loro, onde non irrigidire quella parte della struttura.
Indovinate che ha detto Geppetto?
...
...
...
Bravi: oui oui, pas problem.
Il compare pare abbia capito tutto: ci ha ripetuto il concetto con parole sue.
Poi gli abbiamo anche detto che questo tipo di problemi sicuramente non li abbiamo solo noi, ma anche tutti quelli che possono comprare tavoli da lui.
E la fra ha pensato: perché mai non te l'han mai detto?
Poi ha capito.
Non te l'han detto perché sei un venditore occasionale sulla strada del mare, perché uno passa, vede una cosa e o prende quella, o al massimo te la chiede di un altro colore e tu gliela fai identica ma col colore diverso. Punto. E se non va bene, non vengono a ridirtelo, semplicemente non tornano più.
Ci siamo salutati e stretti la mano.
Loro ci han detto: è un nuovo modo per realizzare le cose.
Già, è un nuovo modo.
Un nuovo modo di vedere i mobili e le persone.
Cresciamo insieme, Geppè.
* per la bimba di Boissy: chiaro che mentre scrivevo 'ste cose, ho pensato a te :-)
lunedì 16 gennaio 2012
Dis-Educational Channel: Ornitologia Ivoriana
Tra tutte le specie presenti in Costa d'Avorio, la più caratteristica per numero e per tipologia, è senza dubbio la Prunella Modularis. L'esemplare locale è generalmente a piumaggio scuro, con occasionali e sgargianti piume, colorate mediante l'uso di bacche e piante apposite.
Essa si vede volare generalmente in età giovane, quando sfoggia il piumaggio sgargiante ed emette suoni tra il garrulo e il chioccio; si nota sovente svolazzare in gruppi di 2 o 3 esemplari e fare delle acrobazie in volo per farsi notare dal/i maschio/i.
La Prunella Modularis non si accompagna in genere a maschi della propria specie, ma ha la curiosa abitudine di cercare uccelli dal piumaggio bianco ed in età piuttosto avanzata, perquanto, talvolta, non disdegni l'accoppiamento con esemplari giovani, ma è un evento piuttosto raro. Predilige, inoltre, uccelli in migrazione temporanea dal proprio paese di origine, in cui generalmente essi hanno già un nido, una compagna (evidentemente, non disposta alla migrazione) e non di rado anche dei piccoli; nel caso in cui l'uccello migratore non avesse di questi legami, il rituale del corteggiamento risulta, in genere, essere molto più breve ed elementare.
Il rituale del corteggiamento è abbastanza tipico e riconoscibile e si basa sull'emissione di versi, sull'esibizione delle piume colorate e sul becchettare il piumaggio del maschio.
Il fine ultimo del corteggiamento per questa specie è evidentemente l'accoppiamento, ma esso non viene visto ed effettuato con fini riproduttivi, per quanto, chiaramente nel caso in cui l'uccello dal piumaggio bianco non sia vincolato da un nido nel paese di origine, la riproduzione ha luogo, dando vita ad esemplari con piumaggio misto, il ché assicura alla Prunella Modularis una sistemazione e la garanzia del proprio sostentamento almeno finchè i piccoli non sian pronti a lasciare il nido.
La Prunella Modularis infatti non solo non è capace di farsi un nido da sola, ma è altresì incapace di mantenerlo pulito, pertanto ricorre ad altre specie.
Dopo il corteggiamento e ripetuti rituali di accoppiamento (durante in quali si presuppone che essa debba convincere il maschio di essere la migliore e perciò possiamo aspettarci numeri acrobatici), generalmente la Prunella Modularis va ad occupare più o meno (principalmente più) stabilmente il nido dell'uccello bianco e anziano con il quale si è accoppiata, ottenendo una sistemazione decorosa e stabile.
Mediante questo tipo di accoppiamento la Prunella Modularis ha sovente anche accesso a cieli più lontani in cui dispiegare le proprie doti o migliorare il proprio status vitae.
Della vecchiaia di questo tipo di uccello poco si sà, è probabile che essa avvenga in uno dei nidi ottenuti o con l'accoppiamento o con anche la riproduzione, dagli uccelli bianchi migratori.
CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
1. Se da piccoli, o meno piccoli, avete letto Lupo Alberto, come me, avrete già capito il senso del post; altrimenti, potete googlare "prunella modularis" e poi rileggere il post, facendovi due sane risate (la prima volta, alla seconda vi verrà un po' di tristezza)
2. Gli esemplari di Prunella Modularis locali sono facilissimi da vedere e individuare in quanto assolutamente caratteristici e frequenti alla vista. La famiglia latana, per fare un esempio, ne ha una nel nido proprio sopra casa sua, son cose belle.
Essa si vede volare generalmente in età giovane, quando sfoggia il piumaggio sgargiante ed emette suoni tra il garrulo e il chioccio; si nota sovente svolazzare in gruppi di 2 o 3 esemplari e fare delle acrobazie in volo per farsi notare dal/i maschio/i.
La Prunella Modularis non si accompagna in genere a maschi della propria specie, ma ha la curiosa abitudine di cercare uccelli dal piumaggio bianco ed in età piuttosto avanzata, perquanto, talvolta, non disdegni l'accoppiamento con esemplari giovani, ma è un evento piuttosto raro. Predilige, inoltre, uccelli in migrazione temporanea dal proprio paese di origine, in cui generalmente essi hanno già un nido, una compagna (evidentemente, non disposta alla migrazione) e non di rado anche dei piccoli; nel caso in cui l'uccello migratore non avesse di questi legami, il rituale del corteggiamento risulta, in genere, essere molto più breve ed elementare.
Il rituale del corteggiamento è abbastanza tipico e riconoscibile e si basa sull'emissione di versi, sull'esibizione delle piume colorate e sul becchettare il piumaggio del maschio.
Il fine ultimo del corteggiamento per questa specie è evidentemente l'accoppiamento, ma esso non viene visto ed effettuato con fini riproduttivi, per quanto, chiaramente nel caso in cui l'uccello dal piumaggio bianco non sia vincolato da un nido nel paese di origine, la riproduzione ha luogo, dando vita ad esemplari con piumaggio misto, il ché assicura alla Prunella Modularis una sistemazione e la garanzia del proprio sostentamento almeno finchè i piccoli non sian pronti a lasciare il nido.
La Prunella Modularis infatti non solo non è capace di farsi un nido da sola, ma è altresì incapace di mantenerlo pulito, pertanto ricorre ad altre specie.
Dopo il corteggiamento e ripetuti rituali di accoppiamento (durante in quali si presuppone che essa debba convincere il maschio di essere la migliore e perciò possiamo aspettarci numeri acrobatici), generalmente la Prunella Modularis va ad occupare più o meno (principalmente più) stabilmente il nido dell'uccello bianco e anziano con il quale si è accoppiata, ottenendo una sistemazione decorosa e stabile.
Mediante questo tipo di accoppiamento la Prunella Modularis ha sovente anche accesso a cieli più lontani in cui dispiegare le proprie doti o migliorare il proprio status vitae.
Della vecchiaia di questo tipo di uccello poco si sà, è probabile che essa avvenga in uno dei nidi ottenuti o con l'accoppiamento o con anche la riproduzione, dagli uccelli bianchi migratori.
CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
1. Se da piccoli, o meno piccoli, avete letto Lupo Alberto, come me, avrete già capito il senso del post; altrimenti, potete googlare "prunella modularis" e poi rileggere il post, facendovi due sane risate (la prima volta, alla seconda vi verrà un po' di tristezza)
2. Gli esemplari di Prunella Modularis locali sono facilissimi da vedere e individuare in quanto assolutamente caratteristici e frequenti alla vista. La famiglia latana, per fare un esempio, ne ha una nel nido proprio sopra casa sua, son cose belle.
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