giovedì 6 novembre 2014

E io c'ero



38 anni.
quest’anno il mio compleanno non l’ho festeggiato in questo luogo virtuale come l’anno scorso.

Quest’anno, in realtà, avevo poca voglia di festeggiarlo con enfasi. Il ricordo del brutto periodo dell’anno scorso, iniziato proprio a partire dalla notte del mio compleanno, era ancora troppo vivido e più il 18 ottobre si avvicinava più mi sentivo in ansia, senza sapere spiegare bene il perché.

Che poi non è vero che non sai spiegare il perché. Una notte di poco più di un anno fa, qualche giorno dopo il mio compleanno, ho avuto paura di addormentarmi perché avevo il terrore di non svegliarmi più; ho avuto la paura di non vedere i miei figli crescere; ho avuto la paura di non esserci, che quella febbre, segno di una setticemia, mi portasse via lontano.

Ecco perché per un periodo non sono riuscita a scrivere qui. Troppi ricordi, troppo pesanti.

Invece c’era una gran voglia di festeggiare le ultime candeline spente qui, di stare con gli amici. Con amici che ti regalano un libro stupendo sulle espressioni femminili dell’arte locale, che ti regalano una cartolina disegnata da uno di loro, una cartolina che senza dubbio finirà incorniciata in un angolo speciale della Tana italiana.

Poi la vita ama sorprenderti e in realtà questo ultimo compleanno africano è stato uno dei più belli della mia vita perché mi è nata una famiglia vicino, proprio quel giorno. Perché a tavola con noi, quella sera, c’era anche una meravigliosa bimba color cioccolatino con due nuovi genitori e tanti amici.

Una nuova avventura, quella dei miei amici. Un’avventura per la vita.

Ed è iniziata proprio il giorno del mio compleanno.
La vita ti regala battiti di cuore inattesi e profondi. E dall’anno prossimo il mio compleanno non sarà più il ricordo di qualcosa di brutto ma l’anniversario di qualcosa di stupendo e potente.

E io c’ero.

lunedì 13 ottobre 2014

Ultimo



L’ultimo compleanno in maglietta leggera.

L’ultimo Natale a trenta gradi.

L’ultimo anno scolastico con la divisa.

L’ultimo capodanno a brindare tra le palme.

L’ultimo anniversario dicendosi “je t’aime”.

L’ultima festa di fine anno scolastico riconoscendo i propri figli anche a cento metri di distanza.

Le ultime poesie di Natale in francese.

Le ultime lezioni di cucina internazionali.

Le ultime lezioni di acquagym all’aria aperta, tutte.

Le ultime piogge calde.


Ultimo sarà l’aggettivo chiave dei prossimi 8 mesi e mezzo.
Qualcosa che sa di scadenza, di fine, di perdita.
O forse solo di cose da godersi di più.

lunedì 6 ottobre 2014

Leoni e gazzelle



Tutti i giorni in Africa una gazzella si alza e sa che dovrà correre più veloce del leone per non essere mangiata.
Tutti i i giorni in Africa un leone si alza e sa che dovrà correre più veloce della gazzella per non morire di fame.

Tutti i giorni in Africa ti svegli. Non importa se sei leone o gazzella, l’importante è iniziare a correre.

Gli ivoriani devono aver fatto loro questo detto, oppure è stato fatto su di loro, perché molti di loro non camminano, corrono.
Se deve spostarsi dal punto A al punto B, in genere l’ivoriano corre o va a passo diciamo svelto.
È comunissimo vedere gente che corre, qui.

Corre per attraversare la strada, ché qui la precedenza non ce l’hanno i pedoni, ma le macchine (non è uno scherzo, purtroppo).
Corre per prendere l’autobus o il taxi.

Il povero corre, sa che se vuole vendere qualcosa per strada, che sia un giornale o un telecomando, o bicchieri, o un tappeto, dovrà intercettare uno sguardo interessato e rincorrerne la macchina.

Il povero corre, sa che il ricco non ama aspettare.

Quella del correre è un’abitudine da cui distingui il grado nella scala sociale: il povero corre, il ricco non ci pensa proprio.
Il ricco si aspetta che tutti lo servano, e anche in fretta. Sa avere un razzismo umiliante e sgradevole come pochi altri: servile coi bianchi e con i connazionali ricchi, sprezzante con i poveri. Ho visto scene che sarei scesa a menargli.

Quindi tu ti immagini comunque un mondo fatto di ricchi in panciolle e di poveri che corrono.
Ma non è neanche così, in realtà.

Quando dici “correre” di solito intendi anche lo “sbrigarsi”… ecco quello no.
L’artigiano che ti vede interessato ti rincorre anche per cento metri; quando gli commissioni un lavoro avrai davanti a te tempi biblici di attesa.

Il correre è legato al fatalismo e al loro modo di vedere la vita: la vita è oggi, per un ivoriano. Anzi, è adesso. Per cui devo correre e prendere l’occasione o il cliente, ma poi non mi interessa mantenermelo, il cliente, quindi faccio il lavoro male, ci metto un’infinità di tempo, dico bugie.

Un dialogo telefonico tipico:

Marito Paziente: Occhietto vispo, dovevi portarmi la zanzariera un’ora fa!
Occhietto Vispo: Sono per strada, Patron! (è una cosa odiosa, ma non c’è verso di far loro capire che io non mi sento padrona di me stessa, figurati di loro)
Marito Paziente: a che ora pensi di arrivare?
Occhietto Vispo: mah, tra mezzora sono lì! Sicuramente Patron! (e aridaje)

e arriva una settimana dopo. No, aspetta, non è un modo di dire. Arriva veramente una settimana dopo. E no, non viene a piedi. E sì, ha la macchina. E no, non viene dall’Angola, viene da un quartiere di Abidjan.

Quella che capisci a tue spese, dopo 3 anni, è un’importante verità: un ivoriano cui hai affidato un lavoro, dandogli una caparra (anche perché altrimenti non lo inizia neanche, il lavoro) non è né un leone né una gazzella, evidentemente.

martedì 30 settembre 2014

Trasformazioni



Abidjan è un mondo in divenire, ultimamente.

Il volto della città è cambiato e sta cambiando giorno per giorno.

La BAD (Banque Africaine de Developpemente) torna qui dopo 10 anni, nella sua sede storica e statutaria. Questo significa prestigio, soldi, persone, possibilità.

Nel concreto, ad Abidjan significa circa 10000 unità abitative in più, il terzo ponte, nuove infrastrutture, meno bidonville.

Significa anche più commercio.
La BAD attirerà qui persone da tutto il mondo e la città si sta preparando anche nelle piccole cose.

Lo storico centro commerciale, CAP Sud, è stato ampliato e migliorato e ha un supermercato che nulla, ma proprio nulla, ha da invidiare a quelli europei: elettrodomestici di marche internazionali, prodotti di importazione, ampia scelta in tutti gli ambiti, sfiziosità.

Nella nuova ala del Centro Commerciale trovi una nuova sede di Color Bois, un negozio meraviglioso che vende prodotti in legno decorati, cari morti eh, ma stupendi.
Trovi il negozio della Inglot, con tutte le novità.
Trovi l’ottica figa, l’erboristeria fornitissima.
Trovi il negozio monomarca Nespresso e quello Swarovsky.
Trovi il negozio di borse da quattro cifre, in euro.
Trovi un parcheggio sopraelevato e parcheggi per le famiglie.

Nascono nuovi supermercati diplomatici, nuove sale da tea, pasticcerie, gelaterie, ristoranti.

Le botteghe degli artigiani improvvisate sulla sabbia non ci sono più, gli ambulanti ai semafori spariti, le strade sembrano essere più sicure e la polizia stessa sembra essere meno a caccia della proverbiale mazzetta, a quel che ho sentito dire.

C’è più attenzione a livello sanitario e sociale.
sembra esserci, in giro, più interesse, più fermento, come se un po’ tutti facessero parte di questa grande avventura, di questa grande nuova speranza.

Insomma Abidjan si prepara a tornare ad essere la Parigi dell’Africa, almeno nelle intenzioni. Chissà che non ce la faccia davvero!

lunedì 22 settembre 2014

Con parole altrui #18. Nannetti, Cristicchi, Vecchioni.



Finalmente riesco a rimettere le mani anche su questa iniziativa a cui tengo veramente tanto, perché è una cosa che attraverso foglietti, post-it, diari di carta, files e blog, veramente mi accompagna da una vita.

E lo faccio con dei testi legati ad un’esperienza molto bella ed emozionalmente intensa fatta poco prima di tornare in Costa d’Avorio.

Igerstoscana ha infatti organizzato, a fine agosto, un incontro a Volterra in occasione della festa medioevale e con la straordinaria possibilità di visitare, seppur da fuori, il complesso del Manicomio. Una bellissima occasione, che mi ha permesso anche di incontrare dal vivo altre due instamamme e di aggiungere altri pezzi al mio puzzle emozionale.

Il Manicomio di Volterra, ormai in disuso da tanto e per questo in condizioni fatiscenti, è un pezzo di storia insieme cupo e aperto al mondo, un luogo dove, nonostante tutto, si respira speranza, non abbandono.

È un luogo di storie, di affetti; un microcosmo in cui ti è ancora possibile immaginare le persone camminare, guardare fuori o guardarsi dentro, sorridere o forse no.
È un luogo teatro di tante storie, di passi incerti, di reclusione, di piccole e o grandi violenze.

Chi ci parla delle persone e dei personaggi che hanno popolato quei padiglioni, lo fa con affetto, ricordando aneddoti, frasi, dando a quel contesto ancora voci e storie.

Sui muri esterni di un padiglione, una mente geniale, ritorta su se stessa, quella di Oreste Fernando Nannetti, ha scritto la sua storia, riappropriandosi di un tempo che lì non entrava a scandire l’esistenza. Un meraviglioso pezzo di umanità che emerge tra la scrittura storta di uno che doveva scrivere con la fibbia di una cinta per lasciare un segno di tutti i pensieri, grandi e piccini, che gli affollavano la mente. Storie, statistiche, varie espressioni di una vita proiettata al di fuori.
Sue queste bellissime parole.

Come una farfalla libera canta tutto il mondo è mio. E tutto fa sognare


In posti come il Manicomio di Volterra ti si proiettano immagini di un mondo che non conosciamo, che il più delle volte non vogliamo vedere.

La mente ritorna a poche, ma significative, immagini del film “La meglio gioventù”, automaticamente. Volterra è stata definita un incubo. Per capire bisogna rientrare in una mentalità che non ci appartiene più o di cui quantomeno oggi non giustifichiamo l’esistenza.


Come in ogni ospedale psichiatrico dell’epoca c’erano elettrochoc e cure pesanti, c’era il confino (non di tutti), c’era un ambiente pesante, nessun contatto in alcuni casi con l’esterno.
Ma Volterra era anche terapia del lavoro e limitazione della contenzione fisica. Per quel periodo, e si parla degli anni 20, un unicum.
Questo non assolve l’Ospedale Psichiatrico di Volterra dalle sue colpe né ne fa un’oasi felice, lo rende solo un po’ più umano in un panorama di desolante inumanità.

Proprio il Manicomio di Volterra ispirò la splendida canzone di Cristicchi, Ti regalerò una rosa, a metà tra l’esperienza personale di un malato e una riflessione esterna sulla malattia mentale. Leggetela, non ascoltatela, leggetela: io la trovo immensa.

Io sono come un pianoforte con un tasto rotto
L'accordo dissonante di un'orchestra di ubriachi
E giorno e notte si assomigliano
Nella poca luce che trafigge i vetri opachi
Me la faccio ancora sotto perché ho paura
Per la società dei sani siamo sempre stati spazzatura
Puzza di piscio e segatura
Questa è malattia mentale e non esiste cura

[…]

I matti sono punti di domanda senza frase
Migliaia di astronavi che non tornano alla base
Sono dei pupazzi stesi ad asciugare al sole
I matti sono apostoli di un Dio che non li vuole


Il mondo della malattia mentale è un caleidoscopio di vite lasciate indietro, di persone che forse un giorno si sono perse, di mani lasciate, di disagi, di solitudine, di pregiudizi.
È un mondo spesso violento nelle sue espressioni, verbali e fisiche; è un mondo difficile.


Nel calderone della definizione “malato di mente” sono rientrate tantissime patologie, negli anni. Patologie che escludevano una socialità e disturbi vari della personalità. Vi rientravano anche depressi o sovversivi. In alcuni casi un doveroso tener sotto controllo la violenza, in altri un confino doloroso per menti da una parte inceppate e dall’altra perfettamente lucide, meravigliosamente poetiche, a volte quasi profetiche, geniali.
Menti matematiche, come quella di John Nash, o menti che sapevano esprimere la bellezza e l’essenza delle cose con le parole, come quella di Alda Merini.

Ed è proprio a lei che è inevitabile pensare, quando si percorrono quelle strade di cui ormai la natura è tornata padrona, a Volterra. A lei e al grande omaggio che un cantautore, Roberto Vecchioni le ha scritto in musica: Canzone per Alda Merini.

Ne citerò solo una parte, ma vi consiglio di ascoltarla e leggerla tutta, merita. Ma ascoltarla a cuore aperto. Una colonna sonora perfetta per posti come il Manicomio di Volterra. Posti per capire e da capire. Magari lasciandosi un po’ sporcare dalla vita che è rimasta tra le pieghe e sui muri, dalle storie che vi sono passate attraverso.

Noi qui dentro si vive in un lungo letargo,
si vive afferrandosi a qualunque sguardo,
contandosi i pezzi lasciati là fuori
che sono i suoi lividi, che sono i miei fiori.
Io non scrivo più niente, mi legano i polsi,
ora l'unico tempo è nel tempo che colsi:
qui dentro il dolore è un ospite usuale,
ma l'amore che manca è l'amore che fa male.

[…]

perché basta anche un niente per essere felici,
basta vivere come le cose che dici,
e divederti in tutti gli amori che hai
per non perderti, perderti, perderti mai.




Vi piacerebbe partecipare a questa iniziativa? ogni venerdì, se si vuole mantenere un appuntamento settimanale ma non è obbligatorio, sul proprio blog ognuno può parlare di uno scritto, prosa o poesia, un testo, una canzone che lo fa riflettere ed emozionare, linkando questo post e mettendo poi il link nei commenti, così che chiunque passi di qui possa venirvi a leggere. Gli hashtag per ritrovarci, anche su Instagram e Facebook, sono #LTAconparolealtrui e #latanaafricana. Buon divertimento!