martedì 24 marzo 2015

Cieli aperti e gabbie



Non che non mi piaccia la Costa d’Avorio: l’ho sempre amata molto. Ma come ogni amante stanco sta facendo di tutto per farsi lasciare senza rimpianti.

Mi porto dentro un’irrequietezza che tre anni fa non avrei mai pensato di avere. Mi porto dentro l’irrequietezza del viaggiatore, di chi ha scoperto e accettato che ci siano angoli di mondo ancora da vedere e in cui depositare un pochino della propria polvere, in custodia.

Eppure, l’ autunno improvviso e imprevisto dell’anno passato mi ha ricordato che il mio posto è quello, in fin dei conti. Che è con quella stagione che sono nata, 38 anni fa. Che è stato quel posto, quel clima fatto di stagioni, a far da sfondo al primo incontro, al primo bacio, a tutte le tappe di questa vita che un giorno mi ha portato lontano e che tra poco mi riporterà lì.

E mi chiedo anche, però, inquieta, se una volta imparato a fatica a volare nel cielo, tra nubi, temporali e visioni assolute e aperte, riuscirò mai a tornare in una gabbia, nutrita dall’affetto degli amici ma a guardare solo una porzione ristretta di quel cielo in cui ero abituata a muovermi in libertà.

Per la prima volta, stavolta non volevo tornare qui. Un taglio netto invece di questo stillicidio del pensare “chissà se è l’ultima volta che vedrò questa cosa o questa persona”. Una goccia di dolore al giorno, per assuefarsi all’idea di un distacco cui non sono pronta.

Non volevo tornare, perché tutto è già nostalgia. E sulla nostalgia non sono mai riuscita a costruire nulla.

lunedì 23 marzo 2015

Madame Fransesca LaTana, Ambassade d'Italie



Amore, vuoi andare a vedere una sfilata? Sono abiti tradizionali!
Wow, che bella cosa, dai! Mi piacerebbe!

Allora, guarda, andrete tu e due nostre amiche dell’Ambasciata. Venerdì 20.
Ah grazie, che bello.

Arrivati a venerdì 20 si scopre che ci sono i biglietti, per andare. Il ché significa che non stai andando esattamente al festival della porchetta, quindi un minimo di dress code ci starebbe bene. Per quanto si tratta di una pomeridiana.
La Fra lo scopre, però, tipo in macchina, casualmente, quando non ha più tempo di cambiarsi. Quindi indossa sandali sportivi, gonna pantalone in pagne (tessuto locale) e magliettina senza pretese. Manco il rossetto o una collana. E vabbeh, si imboscherà dietro. Pensa.

Nel frattempo la Fra scopre che non si tratta tanto di abiti tradizionali quanto di “donne tradizionali”. Le Awoulaba, da cui l’omonima associazione che organizzerà il tutto, sono donne molto formose: grande seno, fianchi larghi e soprattutto un sedere che lo stesso wikipedia definisce ipertrofico. Sono donne che rappresentano la bellezza tipica africana, quella che poi era la bellezza ancestrale un po’  in tutte le culture preclassiche.
La Fra, che in questo deve avere parecchi geni africani, era anche molto interessata a questa cosa: vedere donne con un fisico del genere essere orgogliose di esserlo è una piccola vittoria per tutte le persone, come la Fra stessa, che Barbie non saranno mai. E che la vivono male.

Insomma arriviamo e scopriamo che ecco, no, non è esattamente una sfilata. No. Per niente proprio. Ci viene prospettata l’ipotesi che si tratti di una conferenza. Ah. Qui si va sul difficile, per il francese della Fra. Ma accettiamo la sfida.

Ma diciamo anche che qualcosa a livello di comunicazione non deve essere proprio filato liscio, perché quando entriamo nella sala, veniamo fermamente indirizzati a dei posti speciali, con il cartellino “Ambassade d’Italie”. Ecco no, anche lì.
Non siamo una rappresentanza dell’Ambasciata e non siamo in veste ufficiale, ma neanche un po’. Fattostà che siamo alla sinistra del tavolo delle persone che interverranno e praticamente lampeggiamo, nella sala, perché siamo gli unici bianchi. E olè. Veniamo presentati, fotografati, salutati. Un imbarazzo mortale.

Ed è stato allora che i nostri eroi hanno scoperto che neanche di conferenza si sarebbe trattato, bensì della presentazione del nuovo “tema dell’anno”: il ruolo della donna nella riconciliazione e nell'unità nazionale. Un tema molto bello, a quel punto una conferenza ci sarebbe stata meglio.

Nell’accompagnarla al suo posto, una delle donne dell’organizzazione si è guadagnata l’eterna simpatia della Fra dicendole, tutta sorridente: “ah, tu es une awoulaba aussi!” (la traduzione italiana potrebbe essere, liberamente: “ah, pure te sei una chiattona!”). La fra, che non ha quello che si può definire “un buon rapporto” col proprio corpo, ha sfoggiato il suo miglior sorriso dissimulante odio e si è accomodata. Al caldo.

Ma al caldo davvero: i condizionatori erano rotti. Ora immaginatevi una sala, con tante persone a respirarci dentro, in un edificio sotto al sole cocente africano, in una giornata senza vento, alle 3 del pomeriggio, senza aria condizionata. Il presidente dell’associazione si è scusato dicendo che il giorno prima funzionava tutto, e alla Fra son venuti in mente i disperati tentativi all’esame di urbanistica 1: “ma glielo giuro,ieri la sapevo questa!”.

Dopo un’ora in cui ci siamo sventagliati con qualsiasi cosa e metà della faccia ci è praticamente colata via, grazie signore grazie per non essermi truccata altrimenti finivo la giornata da panda, finalmente sono stati rimediati 4 o 5 grandi ventilatori. Vi giuro, una cosa surreale.

Nell’ora intercorsa tra quando siamo arrivati e l’inizio della cerimonia, abbiamo, dalla nostra postazione privilegiata, tra una foto  e una ripresa, avuto tutto l’agio di guardarci intorno e scoprire meglio questo mondo decisamente per noi inusuale.
Le donne awoulaba danno un nuovo senso alla definizione “tanto”, veramente. Ma sono perfettamente a loro agio e sicure di se stesse. Rappresentano un canone di bellezza tradizionale e lo fanno con orgoglio.
Indossano vestiti colorati, di pagne, con modelli che rendono giustizia al decolté e soprattutto al sedere, vero e proprio punto focale della loro bellezza
.



Hanno abiti da sirena, che mettono in risalto il seno prorompente, la vita più stretta, il fianco largo e il sedere sporgente (ma tanto sporgente). Portano zeppe o tacchi alti, che slanciando la figura esaltano ancora di più la rotondità del sedere. Sono oggettivamente affascinanti e molto, molto, femminili.


Quando, finalmente, la presentazione ha avuto inizio, siamo stati chiamati per nome. Quando l’han chiamata, la Fra era lì che pregava “terra inghiottimi” e si è limitata a sorridere. Praticamente alla fine della serata aveva una paresi, ma vabbeh.

Non vi tedio coi discorsi, di cui comunque avrò capito neanche un decimo per essere onesta, ma ci sono stati anche momenti simpatici, tipo due coreografie con la musica e una cantante: nel primo la cosa notevole erano due ragazzi a torso nudo che ballavano (e sì la pelle nere fa sangue, c’è poco da fa’), nel secondo era il testo della canzone che sostanzialmente diceva “mi sono sposata, sono andata a vivere con mio marito e la mia donna delle pulizie lo guardava, è diventata la sua amante e allora io mi trovo un altro uomo” nel momento in cui diceva l’ultima frase accattava un uomo dal pubblico e ci ballava. Per un’occidentale una cosa da rimanerci con gli occhi appadellati, credetemi sulla parola.


Ad un certo punto, fortunatamente, la presentazione è finita e la Fra ha finito di aver paura che, avendoci erroneamente etichettato come “Ambassade d’Italie” ci chiedessero pure di dire qualcosa. Sarebbero stati bei momenti.

Nell’uscire dalla sala, che con i ventilatori era passata dalla definizione “forno statico” a “forno ventilato”, la Fra è stata re-intercettata dalla simpatica signora dell’ingresso, che sostanzialmente le ha ribadito il concetto, chiedendole di fare da modella per la sfilata di ottobre. Quel dommage! Je vais quitte definitivament la Cote d’Ivoire a la fin de Juin… ci è rimasta male. Lei.

Per completare il quadro “come annientare l’autostima della Fra”, quando la Fra è uscita per fumarsi una strameritatissima sigaretta, è stata accolta da un gruppo di musicisti locali improvvisati che appena l’hanno vista hanno improvvisato un inno alla donna bianca awoulaba.

No, ma non era meglio che me ne restavo a casetta? :-D

venerdì 20 marzo 2015

Riflessioni



Ci sono giorni in cui vorrei che questo posto fosse diverso. E giorni in cui vorrei che tutto il resto del mondo fosse come questo posto.

Giorni in cui sento che potrei vivere qui per sempre e giorni in cui invece non ci resterei altri 5 minuti.

Le convivenze sono difficili, quelle a tempo poi non si sanno mai gestire. Arrivi alla fine e vorresti aver avuto più tempo, più occasioni, più voglia di essere felice in un posto.
La mia convivenza con questo strano e complesso posto del mondo ha una scadenza ormai a breve termine, e se da una parte lasciare questo nido mi spiace, dall’altra provo un grande sollievo.

Fasi della vita che finiscono, è fisiologico.

Del resto, Fra, lo sapevi che sarebbe stato un rapporto a tempo, quando hai firmato quelle carte 3 anni e mezzo fa.
Una firma densa e adulta.
E ora vorresti che il tempo scorresse più lento, vorresti “l’aiutino” per ricomporre una quotidianità in posti che non ti han visto crescere.

Quando ho detto quel sì, quasi esattamente 3 anni e mezzo fa, non sapevo cosa avrei trovato. Faceva paura ma dava un sacco di adrenalina. Avevo occhi pronti a riempirsi di stupore, avevo una mente pronta ad aprirsi a cose che mi avrebbero cambiato.

Dopo 3 anni e spiccioli qui, ho capito tante cose. Ho imparato a vedere le sfumature. Ho amato tanto questo posto e l’ho odiato altrettanto. Oggi lo conosco nel bene e nel male. Senza raccontarmi bugie, nel bene e nel male. So cosa posso aspettarmi e cosa no. Sperimento la rabbia per cose che non si vogliono cambiare e la successiva consapevolezza di un’evoluzione forzata su binari costruiti ad arte.

Mi fa ancora male che la ragazza che fa le pulizie a scuola si stupisca che io le dica “buongiorno”, o che la tata di un amico di mio figlio si meravigli che io abbia preparato la merenda anche per lei. Non posso cambiare questa società e mi fa male la consapevolezza che probabilmente la causa di tutto questo sia un mio antenato, o l’antenato di un mio amico. Sono anche consapevole che questo non debba significare che io sia in debito con qualcuno o che mi debba sentire tale.

Il rispetto sta nel trattare qualcuno con equità. Tutto ciò che esce da questo confine non porta ad un rapporto sano. Non porta da nessuna parte, a ben guardare.

giovedì 19 marzo 2015

Caro papà dei miei figli...



Caro papà dei miei figli

Un giorno di maggio di 23 anni fa ti ho guardato e ho capito che nei tuoi occhi puliti mi sarei potuta specchiare senza difetti, che erano stati anni bui, che mi ero persa e dovevo riprendere la strada e che potevo riprenderla con te.

Un giorno di maggio di 11 anni fa, ti ho guardato negli occhi e dentro ci ho visto un futuro comune.
Ho capito che non avrei mai voluto un padre diverso da te, per i miei figli.
Ho capito che le cose belle della vita hanno un prezzo e che anche tu ne avevi uno, che ancora oggi sono contenta di aver pagato.

Un giorno di dicembre di 11 fa, ho iniziato a svegliarmi accanto a te ogni giorno, a pensare un “noi” compiuto e sereno.

Un giorno di maggio di 9 anni fa, ti ho guardato fisso mentre una voce estranea ratificava un impegno che ci eravamo già promessi da tempo. Nell’istante in cui quella voce ha detto la parola “figli”, le nostre mani si sono incontrate e ancora oggi è il ricordo più bello di quel giorno di fiori e sorrisi.

Un giorno di aprile di 8 anni fa, ti ho visto prendere in braccio il primo dei nostri figli e ho pensato che, nonostante qualsiasi cosa potesse accaderci, insieme, noi tre eravamo perfetti. Che nonostante tutti gli errori fatti nella vita, non avessi sbagliato a immaginarti lo splendido papà che sei stato fin da subito, soprattutto nel momento in cui non riuscivo ad essere la splendida mamma che volevo essere.

Un giorno di febbraio di 6 anni fa, ti ho sentito stringermi la mano mentre nasceva il secondo dei nostri figli e la vita si arricchiva di meraviglia. Ho pensato che eravamo completi, che con te vicino stavo imparando ad essere una mamma migliore, giorno dopo giorno, con una fatica che non avevo previsto ma che potevo affrontare, con la mano stretta nella tua.

Un giorno di luglio di 4 anni fa, ti ho ascoltato spaventata dalla grandezza dell’esperienza che ci si apriva davanti. Poi ti ho fissato e ho capito che in ogni parte del mondo fossimo finiti, noi due, insieme, avremmo potuto farcela. Che mano nella mano avremmo potuto affrontare qualsiasi cosa.

Caro papà dei miei figli, sei un padre eccezionale e non te lo dico mai. Sei un padre che educa e un papà che si mette in gioco. Sei il punto di riferimento della nostra vita.
Ti chiedo scusa se qualche volta posso averti dato l’impressione che il mio essere madre mi ponga ad un gradino diverso dal tuo: non l’ho mai pensato, non esiste un podio, ma solo due ruoli che si completano.

Caro padre dei miei figli, sei la mia forza e la loro. Ogni giorno.

mercoledì 18 marzo 2015

Invidia e pappagalli



Caro pappagallo che passi le giornate sull’albero davanti al mio balcone, io ti invio tantissimo, sappilo.

Invidio la tua visione dall’alto, quella che ti permette di guardare le cose da un punto di vista più obiettivo, da cui puoi vedere sia le sfumature che i contrasti, spesso contemporaneamente.

Invidio le tue ali che sanno sbattere veloci o planare appoggiandosi alla corrente, assecondando opportunità o necessità.

Invidio i colori vividi e vivaci con cui ti proponi al mondo, senza paura di giudizi di alcun tipo.

Invidio il tuo becco, che ti permette di aprire il guscio e trovare l’essenza.

Invidio il tuo verso, tranquillo, squillante, il verso di chi sa che verrà ascoltato.

Ma soprattutto, oggi, invidio il tuo trovare la strada, il tuo seguire una scia inconsistente per ritrovare il posto esatto in cui vuoi andare.