mercoledì 2 marzo 2016

Voti, impegno ed etichette


Poco tempo fa abbiamo avuto le nostre prime pagelle italiane. Le prime con dei voti a quantificare, invece che a esprimere un livello di apprendimento. Quantificare invece che qualificare, forse questo è il più grande limite delle aspirazioni della scuola italiana. Che sì, ok, ci sono i giudizi ma come è difficile non guardare il voto.

Voti secchi, senza sfumature che rendano merito a impegno e difficoltà. Lapidi sulle mille possibilità di un bambino, come di un ragazzo o di un uomo.
Verifiche oggettive e, quando saranno più grandi (per ora no: graziemaestregrazie) medie da calcolare, una freddezza disarmante a combattere con il calore dell’entusiasmo della conoscenza.

Perché il voto che negli anni ti verrà assegnato dipenderà magari dalla partita del giorno prima come anche da una scopata mancata: dietro a quel banco o davanti a quella cattedra non ci sarai solo tu ma anche quella palla entrata o meno, metaforicamente o realmente, in rete. E non potrai farci nulla.
E quel voto ti si stampiglierà addosso, volente o nolente.

Ci vuole tanta maturità nel non lasciarsi determinare da un voto, che è sempre una cosa relativa, data con un criterio assolutamente personale e legato al momento. Ci vuole di sapere chi si è, per non farti dire chi sei.

Per ora i miei figli non si curano dei voti se non nella misura in cui noi adulti ce ne mostriamo contenti o meno. Per loro la scuola è divertimento e scoperta e tale vorrei che rimanesse il più a lungo possibile.
Non nutriamo, nella Tana, nessuna aspirazione ad avere figli migliori degli altri. Preferiamo che non pensino di doverci dimostrare nulla, preferiamo che si impegnino senza che lo studio diventi un fine quanto piuttosto un mezzo attraverso cui vedere la vita con occhi diversi. Non vogliamo figli perfetti con voti perfetti in tutte le materie, ci godiamo i nostri figli imperfetti con interessi e predisposizioni assolutamente definiti ed identificabili.

Da ex bambina iper-performante, diventata poi donna stakanovista e perfezionista, l’unica cosa che mi sento di volere per i Patati è che la scuola non diventi mai un “devo” o un “lavoro” e rimanga il più a lungo possibile un “voglio” e un “gioco” da trattare con rispetto e impegno… speriamo che la scuola italiana non ci deluda, noi ce la metteremo tutta!

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