martedì 11 febbraio 2014

Il club internazionale di cucina del lunedì. La cassoulet



È iniziato tutto una mattina, calda, nella piscina, fredda.
La fra era da sola in vasca con una signora francese un po’ attempatella ma molto carina e simpatica, e si stava riscaldando un po’ di muscoli a caso. Lei si è avvicinata e le ha fatto la proposta, indecente.

La proposta indecente è consistita nell’invito ad unirsi ad un gruppo di donne a maggioranza francese, ovviamente tutte francofone, che si riuniscono in media una volta a settimana o giù di lì, per insegnare alle altre i piatti tipici del posto da cui vengono.
La prima cosa che la fra ha pensato è stata figo, seguita nell’ordine da come cavolo le capisco e infine sticazzi, figo lo stesso, in qualche modo le capirò.
E così lunedì scorso la fra, dopo aver fatto la prima telefonata autonoma in francese della sua vita e aver ricevuto informazioni, si è recata a casa di una persona che non aveva mai visto in vita sua per imparare a fare un piatto che, ovviamente, non conosceva per niente: la cassoulet.

Niente avrebbe potuto scoraggiare la fra, che era talmente gasata dalla nuova avventura che non si era neanche posta il problema di non sapere il nome della padrona di casa. E infatti, all’ingresso del complesso residenziale ha detto un pietosissimo “sono stata invitata” ai guardiani, che le han chiesto “ok, da chi?” “ehm, non lo so. C’è una riunione con un po’ di persone”. Per mia fortuna o ho una faccia da brava ragazza D.O.C. oppure la padrona di casa ospita, diciamo spesso, persone sconosciute.

Sono stata accompagnata fino alla porta di casa e da lì sono entrata in FrenchLand: pure il cane abbaiava in francese, per dire.
Mi presento alla padrona di casa, una signora grossa due volte me (e scopriremo perché), pago la mia quota (ovvio, vuoi mica che ogni signora offra il pranzo alle altre 8?) e mi avvio a fare conversazione (ah ah ah).

La quota annuale figure di merda della fra è stata raggiunta in meno di 10 minuti, un record.
Mi avvicino ai fornelli con il blocco per prendere appunti e la padrona di casa mi dice “lascia stare, vi mando la ricetta per email” e vabbeh, poi faccio la splendida e le chiedo di poter fare foto perché sai ho un blog in cui parlo delle mie avventure in Africa e delle cose tipiche e lei mi fa “beh la cassoulet è proprio tipicamente africana eh” con un tono che a confronto Severus Piton sembra l’elfo Dobby. E olè!
Non contenta, la fra decide di fare bingo.
Nella pentola sul fornello, sobbollivano tipo 6 salsicce in un liquido non identificato.
Ingenuamente, la fra, che voleva ridarsi un tono, come dire, ha quindi chiesto “Ah, tu a mis de l’eau dedans?” (ci hai messo l’acqua dentro?)
Gelo.
Metà delle francesi presenti rideva (della fra e per l’affermazione, ovvio), l’altra metà era inorridita; una più compassionevole ha detto piano alla fra “le cassoluet n’est pas un plat léger”. La padrona di casa ha guardato la fra come avrebbe guardato uno scarrafone nel suo piatto e ha detto “Pas d’eau, il est graisse de canard”
Grasso di anatra.
Porcocazzo, la fra teme di averlo detto pure ad alta voce.
Et voilà, -300 punti sulla “nuove amiche francesi – buoni amici card”: una cosa che per riprendermi dovrò tipo portargli la mozzarella direttamente dalla Puglia, a marzo. Forse.
Ora, a parte la colossale figura di merda della fra, parliamone. Salsicce cotte in una casseruola piena di grasso d’anatra.
Il fegato della povera bestia era lì che recitava l’ora pro nobis, quello della fra diceva sommessamente miei cari, vi ho voluti qui perché mi accorgo che la fine è vicina…

Mentre io mi preoccupavo della salute dei miei organi interni, le francesi eran lì tranquille e per nulla impressionate dalla mole di grasso animale che da lì a tre ore avremmo ingurgitato.
In quel momento la padrona di casa, da allora ribattezzata Madame Tuer-le-foie, ha iniziato ad elencarci gli ingredienti del nostro pranzo.
Salsicce, scolate dal grasso in quel momento (grasso messo a freddare fuori, beh caldo se lo getti nel lavandino rovina i tubi ha pensato la fra, ma per fortuna non l’ha detto), altre salsicce, un salsiccione lungo all’aglio, pancetta di maiale fresca, cotenna fresca di pancetta di maiale fresca (non sia mai a lasciarci dietro qualcosa di grasso eh), agnello.
Il regno della sugna.
E poi, loro.
La bagnarola, del tipo di quelle in cui la fra di solito mette i panni in attesa di stenderli, era occupata da una cosa come 2 kg di fagioli bianchi.
Non sia mai a lasciar lavorar tranquillo un organo interno del sistema digerente.

Visto mai che il piatto fosse leggero, la lista ingredienti ha compreso anche un bouquet garni, 2 spicchi d’aglio schiacciati, 1 cipolla infilzata con  chiodi di garofano e qualche granello di pepe intero.
A quel punto la fra ha iniziato a guardare con apprensione le altre 4 cipolle rimaste lì insieme tipo ai 6 spicchi d’aglio, ma ovviamente non ha detto nulla, prima che Madame Tuer-le-foie pensasse di metterci anche lei, nella cassoulet, sai mai.

Il concetto è che il tutto andava messo in un pentolone da ristorazione e lasciato cuocere, quindi, sempre col dubbio sull’aglio e la cipolla mancanti, la fra si è allontanata dalla cucina per continuare a fare conversazione (ah ah ah. Ah)
E qui la fra ha scoperto un’importante verità: un conto è gestire la conversazione con una-due persone alla volta e una conto sono quattro-cinque persone che fanno conversazione su un argomento con accenti diversi, voci diverse, toni diversi e il tutto in una lingua che conosci tutto sommato anche male.
A quel punto la fra ha cercato di parlare più o meno con tutte ma almeno in gruppetti da tre. Devo dire che sono state tutte piuttosto carine: hanno parlato più o meno tutte abbastanza lentamente, all’inizio. Evidentemente rassicurate dalle risposte della fra poi hanno iniziato a slegarsi e la fra ha iniziato a sorridere e a ridere quando vedeva le altre farlo. Un genio, del male.

Poi, Madame Tuer-le-foie ci chiama dalla cucina e ci annuncia che è arrivato il momento di capire come aglio e cipolla possano contribuire alla precoce dipartita del nostro fegato, sai ci terrebbero taaaaanto.
E vabbeh.
Taglia le cipolle a fettine, l’aglio a pezzettini piccoli e li mette a cuocere in una padella.
Ormai lo avrete capito anche voi, immagino.
Quello nella padella non era olio o burro, quando mai.
Ovviamente li ha fatti andare a fuoco lento lento in una padella con il fondo pieno di una parte del grasso di anatra in cui aveva fatto già bollire le salsicce (mancasse di grasso, insomma).
Il porcocazzo qui ci sta, non ci sono cavoli.
Mentre la fra raccoglieva gli occhi, magari solo quelli, da terra e stava pensando ad una scusa per non rimanere a pranzo, le altre tutte lì contente che quasi saltellavano intorno alla padella. (Al ché la fra ha deciso che minimo, quando toccherà a lei, o coda alla vaccinara o bagna cauda o parmigiana di melanzane. Magari tutte e tre insieme, considerato lo standard di grassi che ‘ste qui sono abituate a ingurgitare).

Quando il tutto è stato pronto, Madame Tuer-le-foie ci ha mostrato lo step successivo: ha scolato tutta la carne e le salsicce dalla pentola e le ha messe da parte, poi nelle teglie da  forno, ben bene ingrassate con grasso d’anatra ovviamente (e lì, io ve lo giuro, volevo morì) ha messo un bello strato di fagioli più o meno uniforme. Sopra a quello strato ha adagiato la carne in modo che una volta assemblato il tutto ogni porzione avesse diciamo un po’ tutti i tipi di carne, negli spazi ha messo le cipolle e l’aglio cotti nel grasso, poi di nuovo uno strato di fagioli. Sopra, ha distribuito abbondante pangrattato e bagnato con l’acqua di cottura di tutta la carne, una cosa che dire grassa è come dire alla fra che è anoressica, non so se ho reso.
In pratica una lasagna “sugna e fagioli”, evviva!!!
Il tutto ha poi preso la via del forno, con la raccomandazione di ripetere almeno 7 volte l’operazione pangrattato e brodo grasso nelle seguenti 3 o 4 ore. In pratica la carne deve diventare vediamo, come dire, un burro, ecco. Tanto per restare nell’ambito del grasso.

Visto che era tipo mezzogiorno, la fra non riusciva a capire come avremmo mai potuto mangiare la cassoulet per pranzo, quando ecco che Madame Tuer-le-foie caccia fuori due teglie della pietanza già cotte in precedenza: anche lei un genio, sempre del male.
Però prima ci propone un aperitivo.
Tu che pensi?
Un prosecchino,  un analcolico, un succo d’ananas ben fresco, del resto siamo in Costa d’Avorio, è mezzogiorno e fuori ci sono 33°.
Ecco, no.
L’aperitivo era in teglia.
Azzo, ha pensato la fra.
Azzo, ha pensato anche il fegato della fra, che era in palestra ad allenarsi per l’imminente arrivo di un cumulo di grasso abnorme e non aveva preventivato un anticipo.
Alza il foglio di alluminio e tutte le altre “ooooooooh, le gésiers confits”, manco avessero visto tipo la madonna; la fra si avvicina e vede ‘na teglia piena di cosette piccine un po’ stortignaccole, di evidente origine animale ma di provenienza anatomica sconosciuta.
La fra doveva avere un punto interrogativo grande come una casa a posto degli occhi, perché Madame Tuer-le-foie le ha immediatamente spiegato “est l’estomac de volaille confit dans le graisse de canard” (per capire di cosa sto parlando, andate qui)
Ok, stomaco di pollo confit nel grasso… indovinate quale? Bravi, di anatra.
A casa di Madame Tuer-le-foie l’anatra è come il maiale, non se butta niente.

Che fai, dopo aver perso quei trecento punti di cui sopra, glie dici pure de no all’aperitivo a base di interiora fatte confit nel grasso? Ennò, non se può.
Edibili, è tutto quello che vi dirò a riguardo.

Finalmente sedute a tavola, abbiamo mangiato la cassoulet.
La fra, aperitivi e cocktail a parte, è diciamo praticamente astemia, ma credo non vi sorprenderà che per mandar giù quel mezzo piatto di roba le ci siano serviti due bei bicchieri di Rosso bello corposo.
La cassoulet era ovviamente pesantissima ma oggettivamente buona e saporita (vorrei vedé) ma la fra ha cortesemente rifiutato il bis e, sotto gli occhi scontenti di Madame Tuer-le-foie, sua vicina di tavolo, ha anche lasciato nel piatto due pezzi di cotenna di pancetta, c’è un limite anche alla compiacenza, suvvia.

La conversazione, ovviamente, non è stata brillantissima: provateci voi, con il livello di colesterolo che vi sale in tempo reale, a parlare del più e del meno.
Due battute, un assaggio ai due (DUE) dolci che la padrona di casa aveva preparato, un tea veloce e poi via, verso nuove avventure.
Non credo vi sorprenderà sapere che la fra si è avvicinata alla macchina con la stessa andatura flessuosa e soprattutto con lo stesso girovita di Mago Pancione. Etcì.

Dopo questa avventura, la prima di una serie, pare, posso serenamente affermare quanto segue:

- I luoghi comuni sui francesi hanno un loro fondamento. Madame Tuer-le-foie ha toccato roba grassa di ogni tipo per tutta la mattina e non si è mai lavata le mani. Ehm. (per inciso, la fra è stata l’unica a lavarsi le mani prima di pranzo ^^’)

- I luoghi comuni sulla cucina francese, pure. Se mai dovessi fare un’analisi del sangue, ancora oggi ad una settimana di distanza, troverebbero, forse, tracce di sangue nel mio colesterolo.

- La fra, evidentemente, sa fingere conoscenze linguistiche che non ha, e lo fa anche bene.
“l’associazione donne francesi espatriate organizza degli incontri e dei corsi di bricolage, vieni?”
“ Ehm, grazie Valerie, ma lo sai che io non sono francese…”
“Sì, ma tu parli francese, quindi non c’è problema!”
Dopo questo, direi che la tipa di Harry ti presento Sally, in quanto a saper fingere, me spiccia casa…

lunedì 10 febbraio 2014

Del perché non sarò ad Expogames



L’Antefatto

La fra lavora tantissimo e con passione per il blog che state leggendo e per il sito Instamamme, di cui è redattrice, scrittrice ed admin.
Attraverso il sito, essendo in contatto costante, seppure in alcuni casi solo virtualmente, siamo diventate grandi amiche.

Nell’ultimo anno ci sono capitate collaborazioni con diverse aziende e a vario titolo. Mai gratis, ma che ci hanno giusto coperto le spese.
D’altra parte abbiamo appena iniziato: noi dobbiamo crescere, capire come funziona e le aziende devono conoscere noi.
Un giorno ci auguriamo che questo possa diventare il nostro lavoro principale e che possa dare lavoro persino ad altri.

Il Fatto

Ci ha contattate un’Agenzia di Comunicazione proponendoci una collaborazione con Expo Games, la fiera del gioco. Del gioco, capirete: solo il nome era invitante.

Per il progetto non c’era budget (aspetta…dov’è che l’ho già sentita questa?…), però il rimborso sì e noi ci siamo dette: “Sai che c’è? Non ci vediamo mai, questa è un’opportunità per stare insieme, e poi deve essere divertente. Facciamolo anche gratis!”.

Noi eravamo in 4, i posti erano due, così abbiamo proposto di estendere il buzz marketing ai blog personali delle Instamamme e così anche La Tana (questo blog) e Meduepuntozero (il blog della mia amica Silvia) hanno messo a disposizione piattaforme (blog e social), pubblico e facce.
Il tutto per un totale di circa 20.000 visitatori unici in un mese.
Gratis.
Mica male, no?

Alla luce dei fatti

Ad oggi, dopo 20 giorni di lavoro, un contest organizzato, una serie di post, condivisioni sui social e frasi tipo: “Ehi venite? Ci vediamo là?”, è doveroso informarvi del fatto che non ci troverete.

Questo perché, nell’uggia di un sabato pomeriggio, il cliente (Expogames) alza la testa dalle sue carte e decide di scoprire chi siano i “blogger ufficiali Expogames”, le cui identità sono sempre state lì, a sua disposizione, e scopre che non sono proprio quelli che si aspettava.

Lui non voleva mica mommy bloggers!
Il cliente voleva blog sul gioco, sul giocare, sui cos-player, e gli unici due che si ritrova in elenco sono quelli che ha suggerito lui all’agenzia di comunicazione!
Il cliente voleva un sacco di post, mica solo un bannerino in side bar (o peggio nel footer) e un post con dichiarazione d’intenti ed annuncio dell’investitura prestigiosa: “Blogger Ufficiale Expogames”!
Il cliente ha ben Nmila euro (un sacco di soldi, dal suo punto di vista) e non può buttarli via per una “azione di marketing non idonea”.

Insomma il cliente non è contento, e non è forse arcinoto che “il cliente ha sempre ragione”?

Al di là della retorica, e per dirla tutta, il cliente in questo caso ha ragione davvero.

Tesi: non manca il lavoro, manca chi lo sappia fare.

Ma quando si pianifica una campagna di marketing, non si dovrebbero condividere i testimonial con il cliente ben prima di contattarli?
Quando si pianifica una campagna marketing di questo tipo, non sarebbe opportuno spiegare al cliente cosa si debba aspettare in termini di: numero di post, tipo di condivisioni, numero di condivisioni, livello di engagement (soprattutto quando è tutto a babbo morto)?
Quando si contattano dei blogger, dei testimonial che buzzino un evento attraverso i propri canali web (mettendoci la faccia), non sarebbe opportuno pretendere di condividere i post col cliente PRIMA della pubblicazione, per approvazione?

Noi non siamo un’agenzia di comunicazione, per carità, stiamo tirando a indovinare, ma non ci vuole un genio per capire che qui è stato fatto un lavoro pessimo, anzi, che qui il lavoro non è stato proprio fatto.

Noi ci abbiamo messo la faccia: forse con troppa leggerezza, perché prese da un entusiasmo ed una fregola da adolescenti alla vigilia della gita scolastica, ed ora siamo qui a dare spiegazioni scomode.

Sicuramente però abbiamo imparato la lezione. Anzi, ne abbiamo imparate due:

- Le collaborazioni alla “volemose bene”, anche mai più, grazie. D’ora in poi solo contratti chiari e amicizie lunghe.
- Il web è un posto meraviglioso ma, come il mondo reale, popolato da tanti cialtroni. Promemoria per il futuro: il biglietto da visita non fa il monaco.

Questo post lo troverete, rieditato, sia sul blog di Silvia, sia nel sito Instamamme, oggi. Questo perché il nostro averci messo la faccia e il vostro averci letto merita una spiegazione, ovunque.

venerdì 7 febbraio 2014

Con parole altrui #4. Edgar Lee Masters



Quando facevo le superiori, credo più o meno in secondo liceo, andavo alla ricerca di libri di aforismi o di brevi scritti che potessero aiutarmi a esprimere la complessità che mi sentivo dentro e me li segnavo sul diario (che ho ancora eh), per farli miei, per potermi ricordare che in quel momento quella cosa mi aveva colpito e fatto riflettere.
Uno dei libri che mi capitò in mano in quel periodo fu “L’antologia di Spoon River”, di Edgar Lee Masters: piano piano mi addentrai, virtualmente, in quel cimitero di cittadina americana e ne scoprii le storie, gli intrecci, i momenti di poesia, quelli di sorriso e quelli amari.
Trovai ben pochi aforismi ma diversi scritti intensi.

Quello che pubblicherò qui oggi, in verità, mi era sfuggito finché la mia professoressa di Italiano del triennio, una donna che, in termini scolastici ed espressivi, mi ha dato tanta di quella fiducia in me stessa da farmela durare finché campo, per uno dei primi compiti in classe, la utilizzò come titolo di una delle tracce.
Ovviamente quel giorno io avevo tipo un’infiammazione alla mano, neanche ricordo cosa, sta di fatto che non potei svolgere quel tema. Sono state le tre ore più lunghe della mia vita: dentro avevo parole, pensieri, idee, riflessioni, ribollivo di voglia di fermarle su carta, di esprimerle.

In quell’inizio di terzo liceo cambiò sostanzialmente il mio modo di scrivere e di approcciarmi al foglio bianco: non riflettevo neanche un secondo, sceglievo la traccia e immediatamente sentivo nascere dentro cose che volevo dire, riflessioni, urgenze. Mai più fatta una brutta copia. Ehm no, fatta sempre, ma nelle mie brutte non ci sono mai state cancellature, esattamente come negli articoli che scrivo oggi, sia qui che su instamamme.
Generalmente staccavo la penna quasi tre ore dopo, con un foglio protocollo pieno di calligrafia minuscola e ordinata.

Non ho mai avuto idea di dove la scrittura mi avrebbe portato: ho lasciato che mi portasse, collegando direttamente i pensieri alla penna, senza filtri, come ora faccio con le dita sulla tastiera (ovviamente quando scrivo riflessioni personali, altrimenti sto bene attenta a inserire il filtro “razionalità & opportunità”).
Mi è sempre piaciuto scrivere, ma mi ponevo obiettivi e nel farlo automaticamente aggiungevo limiti.
Quel tema non svolto se non nella mia mente, quelle parole che sentivo affollarsi e urlarmi in testa, hanno in qualche modo cambiato il mio modo di vedere un tema da un esprimere delle opinioni e raccontare dei fatti, a un mettere me stessa in un foglio attraverso parole.
Tutto questo non significa che questo modo di vedere la scrittura sia il migliore: è solo il mio, quello che mi accompagna da allora.

Quello che ho amato, fin da subito, di questa finta epigrafe è il suo rappresentare la vita come una dicotomia tra gioventù e vecchiaia, e conseguentemente inesperienza e saggezza, attraverso la figura delle ali di un uccello.
Non voglio commentarla qui, perderei tutta l’interiorizzazione che allora, e negli anni a seguire, ne ho fatto. Ve la lascio come un dono, da assaporare; ve la appoggio su carta (o su schermo, dovrei dire, ma converrete che si perda tutta la poesia) e spero ve la godiate tutta.
La traduzione rispetto all’originale non è letterale, diciamo resa un po’ più poetica e adatta alla profondità del messaggio, perdonatemi ma ogni lingua ha il suo modo di rendere emozioni e poesia e una traduzione pedissequa a volte nega l’essenza dello scritto stesso.

Epigrafe di Alexander Throckmorton - Antologia di Spoon River - Edgar Lee Masters

Da giovane avevo ali forti e instancabili
ma non conoscevo la montagna
Quando fui vecchio, conobbi la montagna
ma le ali stanche non tennero dietro alla visione-
Il genio è saggezza e gioventù.



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mercoledì 5 febbraio 2014

Nel piatto (ivoriano) della fra: l'alloco.



L’alloco, aloco o anche aloko, è un piatto nato in Costa d’Avorio e poi diffusosi anche nelle zone limitrofe dell’Africa. È uno dei cibi più conosciuti e tradizionali della Costa d’Avorio e lo trovi ovunque: per strada, dai venditori ambulanti o nei ristoranti improvvisati quelli dove un occidentale, onestamente, non si metterebbe MAI a mangiare, nei maquis, negli stabilimenti al mare… ovunque si trovi cucina del posto, stai pur certo che potrai mangiare l’alloco.
L’alloco è semplicemente una frittura di bananes plantain , quelle banane che arrivano anche nei nostri supermercati, verdi (da noi, ovvio), enormi, durissime, che ti chiedi se si prestino maggiormente a picchiare qualcuno più che a essere mangiate.
La caratteristica di queste banane è che sono immangiabili da crude (sono legnosissime) e che, generalmente, pur mantenendo un sapore affine a quello delle banane normali, essendo meno dolci vengono utilizzate per realizzare piatti salati. Tra questi, appunto, il più semplice e conosciuto è l’alloco.
Dire che alla fra piaccia l’alloco è riduttivo: la fra lo adora, l’alloco.
Ovviamente ha anche imparato a farlo, anche se onestamente preferisce mangiarlo quando è fuori, per evitare di impuzzolire di fritto tutti i panni stesi di casa (la lavanderia con lo stenditoio dà direttamente sulla cucina, senza scampo).
Comunque la fra ha imparato: fare l’alloco è semplicissimo!

Per fare l’alloco per due persone abbastanza golose serviranno:

- Circa 4 o 5 banane plantain
- Un po’ di sale fino
- Olio di palma o tutt’al più di semi di arachide

Basta?! Direte voi. Sì, basta, solo questo.

Va da sé che quando un piatto buonissimo ha così pochi ingredienti, quei pochi devono avere delle caratteristiche fondamentali.

Le banane, per esempio, devono essere assolutamente ben scelte: non vanno prese assolutamente quando sono dure. Ci sono diverse scuole di pensiero sul grado di maturazione: sicuramente devono essere mature e morbide, alcuni suggeriscono che siano ammuffite fuori, addirittura.
Ovviamente essendo un frutto, il suo grado di maturazione influisce molto quella quantità di zucchero che si percepirà al palato: banane più mature saranno più morbide e caramellate, banane meno mature più dure, sode e meno dolci.
La prima volta che la fra ha preparato l’alloco, da sola, ha seguito il consiglio della fazione “quasi ammuffito” e ha ottenuto un alloco molto molto buono ma abbastanza diverso da quello mangiato nei maquis locali.
La ricerca del grado di maturazione giusto può essere personale oppure ci si può affidare alla sapienza popolare di una persona del posto: in Costa d’Avorio tutti preparano l’alloco.

La pizzicata di sale serve, ovviamente, a stemperare un minimo il sapore dolce assolutamente predominante per quanto non eccessivo (non è la banana classica, ricordiamocelo!)

L’olio: sebbene possa essere cucinato serenamente nell’olio di semi di arachide, la morte sua è l’olio di palma. L’olio di palma è ovviamente un prodotto locale, può essere rossastro o giallino a seconda del grado di raffinazione ed è un olio ad alto contenuto di grassi saturi. Dicono alzi il colesterolo: ovvio che lo fa, come tutti gli oli. Senza esagerare è un olio utilizzabilissimo e che contribuisce a dare ai piatti locali un sapore assolutamente caratteristico.

La preparazione vera e propria è ovviamente banalissima:

- Tagliate le banane prima in quarti rispetto alla sezione e poi a rondelle;
- Mettetele dentro un recipiente con un po’ di sale;
- Prendete una padella e mettete a scaldare l’olio, sulla quantità fate conto che meno olio mettete e più il fritto ne assorbe;
- Fate la prova dello stecchino :ci mettete uno stuzzicadenti e quando inizierà a fare le micro bollicine intorno vuol dire che potete iniziare a friggere;
- Mettete le banane nell’olio caldo e fate friggere per circa 10-15 minuti, secondo il grado di maturazione che avete scelto e il grado di cottura che preferite.
- Fate scolare su carta assorbente.
- Portate in tavola e siate pronti a mangiarvi pure la ciotola ;-)

L'alloco è un di fatto una guarniture, ovvero un contorno, si mangia con una salsetta di pomodoro un po' piccante o anche da solo, in accompagnamento a pesce o carne.
Se qualcuno di voi, incuriosito, provasse a fare questa preparazione in Italia, mi raccomando mi faccia sapere com’è venuta e se è piaciuta!